Considerazioni sul tema della buona giustizia

Pezzo inserito nella pagina di Dino.

 

Caro Dino, hai la capacità di attivare momenti di riflessione a cui l’imbarbarimento della popolcrazia (la democrazia del popolo come si legge in un bel testo che ho sottomano) ci sta disabituando.

Tutti quelli che sono stati e sono facili alla reprimenda dei politici e della politica non sanno, sarà per incultura ed ignoranza, talvolta è malafede, che, per chi sceglie la strada dell’arte aristotelica più difficile e più nobile (la politica) e della cura della pubblica amministrazione ed ha la disavventura di incorrere in criticità particolari va fatta una sostanziale distinzione.

Il profilo penale della questione, dal quale Bassolino, e non è il solo, esce alla grande, non va confuso con il profilo amministrativo degli atti e non ha nessun parentado con quello politico frutto di scelte orientate dai valori che si coltivano.

Su quest’ultimo, quello politico, si può anche non essere d’accordo.ma non sino al punto da far ricadere l’effetto opinione sugli altri due momenti che hanno una ratio giuridica completamente distinta che è quella che sta alla base delle comuni riflessioni.

Hai fatto bene a riprendere e richiamare il caso di un nostro concittadino che tanto ha dato alla città, al territorio, alla politica nazionale e che le lunghe vicende giudiziarie hanno fortemente provato e mi chiedo anche come abbia potuto resistere. L’intervista di ieri su Repubblica la dice tutta.

Nel nostro caso ciò di cui si deve parlare è, non l’honestà di cui si son fatti araldi i nuovi reggenti della cosa pubblica, ma l’honestà dell’uomo/ persona sottoposto ad un esercizio di giustizia a cui, sembra, non sia possibile riconoscere il valore sotteso del termine, perchè evoca tutto fuorchè il diritto ad un processo giusto soverchiato da anni di gogna mediatica e di isolamento civile e sociale e da una durata inverosimile.

Può un cittadino, pur se incorso in errori peraltro fatti in buona fede, come si evince ormai per tabulas dai 18 processi subiti, sentirsi sottoposto ad un processo mediatico per anni, sentire l’offesa alla sua onestà di uomo e di politico, sentire calpestata la dignità, solo perchè l’anno 92 principiò attraverso il triunvirato, che tu hai opportunamente richiamato, un sistema di giustizia che ha mirato ad appropriarsi del processo come strumento per affermare una supremazia di potere e per aprire una pagina discutibile oggi non ancora chiusa?

La gogna come sentenza anzi tempo e come rifiuto al valore civile del dibattimento, quale sede naturale per garantire alle due parti il giusto processo e la ricerca della verità, non ha solo reso i tuoi brillanti studi un esercizio accademico vano ma ha anche prodotto uno squilibrio sociale le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, impossibili da ricucire per le tante incapacità della stessa politica, oltre che le per tante resistenze verso la vera ed unica riforma necessaria.  L’uomo ed il cittadino ne escono distrutti e calpestati  Il sistema è stato oggetto senza essercene accorti di una violenza destruens che ha indebolito tutti. Si potrebbero fare analisi e studi molto appropriati per capire le reali conseguenze della società bloccata.

A nulla sono valse le tante sentenze sui casi (Vedi Contrada ed altri) della Corte di Giustizia Europea ed anche le severe opinioni dei paesi a noi vicini.

Non sono capace di seguire le evoluzioni ed i ragionamenti tuoi e dell’amico Vitaliano e dei tanti che si sono egregiamente inseriti in questo interessante confronto, ragionamenti che scendono nel profondo della materia; un dato di concretezza può contribuire a dare senso alla utilità del confronto e sono i numeri e le casistiche giudiziarie che da anni vengono raccolte da cultori della materia con scrupolosa meticolosità.

Dati che qualcosa dicono per la questione di fondo e che servono anche a riconoscere alla giustizia giudicante i meriti di una grande onestà intellettuale e professionale oltre a che a ben sperare sull’esito finale dei processi in senso ottimistico. Ma può bastare? No

Le assoluzioni ed i proscioglimenti infatti, nel periodo successivo all’anno fatidico sono stati e sono, infatti, di gran lunga prevalenti in termini numerici e qualitativi rispetto alle poche condanne e sentenze esemplari dirette alla riparazione e tutela dell’offesa subita dallo Stato e del pubblico interesse leso con le azioni dei rei.

Tutto ciò non può indurre a contrariis a trarre il convincimento che la giustizia funziona perché poi, alla fine, trionfa nelle sedi ordinarie sia pure attraverso un processo tra i più articolati tra quelli che i paesi evoluti coltivano come modello per rendere giustizia; processo che ha lungaggini inaudite e che i nuovi propositi legislativi sulla prescrizione mirano a rendere ancor più intollerabili alla faccia della giustizia.

Abbiamo da anni credo, messo sotto i piedi lo Stato di diritto a cui la nostra cultura giuridica ci aveva formato ed informato.

Non è il caso di ricordare situazioni particolari (tante a noi ben note e vicine mentre quelle più eclatanti sono poi sotto gli occhi di chi vuol vedere) ma a quanti vogliono tirare il conto delle questioni e delle amare vicende segnalo che, anche attraverso ricerche in rete, si può acquisire una ricca documentazione che è li a riprova di un cattivo funzionamento di un settore fondamentale della società.

Ad esso non si è posto rimedio anche con la separazione delle carriere di cui si è detto nell’interessante confronto, separazione la cui mancanza, ad onta di tutto, distingue e continua a distinguere il nostro ordinamento da quello delle più evolute società con le quali siamo in una competizione perdente.

Ma quel che più offende in tutta questa enorme vicenda socio politica, il caso di Bassolino è li in maniera emblematica a ricordarci che queste storie non sono prive di enormi risvolti e conseguenze anche sul piano economico, è il fatto che in nome della “HO-nestà” derisa e vilipesa verso la nostra politica nazionale si sono alzati i vessilli della nuova honestà “ quella vera”. La prima è stata chiamata a pagare il conto per tutto il nostro paese.

La nuova invece mira a cancellare valori irrinunziabili di cui il popolo democratico non si accorge e non può accorgersi, né si rende conto salvo casi come questi in cui al confronto rispondono in tanti accesi dalla fiammella della intelligente provocazione.

E in ciò sta anche l’amarezza più profonda di chi invece crede che il bene comune sta nella giustizia, nei valori della Carta Costituzionale, come nelle regole dell’ordinamento che non è solo quello delimitato dal locus fisico ma dal locus giuridico sovranazionale che ingloba principi condivisi ed accettati per una società “giusta”, nella quale il rispetto della dignità e della libertà sono a presidio di una civiltà non solo giuridica.

 

Segue lettera di Cagliari alla famiglia come testimonianza dura di cosa può succedere all’uomo dinanzi ad ingiustizia perpetrata dalla Giustizia

Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna.

La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto.
Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto.

Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare.
Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti.
Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.

L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.
La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani.
Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.

Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario.
La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.
Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.

Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere.

Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione.

Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta.
La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.

Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui.

Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?
Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.

Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.
Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose.

Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa.
Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui.
Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione.
Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.

A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta.
Il vostro sposo, papà, nonno, fratello
Gabriele

Segue una lista delle vicende del 2016 riportate dal foglio

http://www.ilfoglio.it/cronache/2017/01/02/news/giustizia-flop-giudiziari-2016-113296/

 

 

 

Roma. Si è concluso un anno costellato da innumerevoli flop giudiziari. Ecco un breve riepilogo dei principali casi emersi nel corso del 2016.

 

Gennaio

A essere protagonista del primo flop dell’anno è Luigi de Magistris, ex pubblico ministero di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli. Il 13 gennaio, infatti, vengono assolti tutti i politici imputati nel processo per associazione a delinquere scaturito dalla maxi inchiesta “Why not”, sui presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici in Calabria. Passano alcuni giorni e la quinta sezione penale del tribunale di Napoli annulla, dopo otto anni, il rinvio a giudizio nei confronti dell’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, anche qui per presunta associazione a delinquere. L’inchiesta portò alla caduta del governo Prodi, ma per i giudici è viziata addirittura da “indeterminatezza della descrizione del fatto”. Dopo cinque anni di calvario, infine, il gup di Catania archivia l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’ex senatore Nino Strano (Pdl).

 

Febbraio

Il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, viene assolto in appello dall’accusa di abuso d’ufficio nel processo relativo alla costruzione di un termovalorizzatore (assoluzione che verrà confermata dalla Cassazione in settembre). La condanna in primo grado aveva determinato la sua sospensione da governatore per effetto della legge Severino. Sempre a febbraio, il senatore Salvatore Margiotta (Pd) viene assolto in Cassazione dall’accusa di corruzione e turbativa d’asta per degli appalti relativi alla costruzione del centro petrolifero Tempa Rossa in Basilicata. Dopo la sentenza di secondo grado si era autosospeso dal partito e si era dimesso da vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai.

 

Marzo

La Cassazione smentisce le accuse contro l’imprenditore Andrea Bulgarella, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze colpevole di aver commesso reati finanziari con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Ercole Incalza, ex dirigente del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, viene prosciolto in un’inchiesta per corruzione relativa alla Tav di Firenze. Per lui è la quindicesima assoluzione in quindici processi. Paolo Cocchi, ex sindaco di Barberino ed ex assessore regionale toscano alla Cultura, Turismo e Commercio, viene assolto dalla Cassazione dall’accusa di corruzione dopo sei anni di accanimento giudiziario. Nel frattempo ha abbandonato la carriera politica e ha cominciato a fare il pasticcere.

 

Aprile

Vengono tutti assolti in primo grado – nel silenzio quasi unanime degli organi di informazione – i dirigenti e i funzionari del ministero dell’Agricoltura accusati tre anni e mezzo prima di aver costituito una “cricca” per la spartizione dei fondi pubblici. Tra gli imputati c’è chi, come Ludovico Gay, ha trascorso 120 giorni in carcere in stato di semi isolamento. A Salerno vengono tutti assolti i sei imputati accusati di aver ordito un complotto per far sì che le inchieste “Why not” e “Poseidone” fossero sottratte a Luigi de Magistris quando questi era pm di Catanzaro.

 

Maggio

La Corte d’appello di Palermo conferma l’assoluzione nei confronti dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori e del colonnello dei carabinieri Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. La Corte di Cassazione scrive la parola fine sul processo per l’urbanizzazione dell’area di Castello a Firenze, durato otto anni, annullando la condanna a carico dell’ex patron di Fondiaria Sai, Salvatore Ligresti, e gli altri imputati, tra cui gli ex assessori comunali Gianni Biagi e Graziano Cioni. Dopo quattro anni di indagini e processi, Antonio Conte viene assolto dall’accusa di frode sportiva per una presunta combine.

 

Giugno

La Corte d’appello di Bologna assolve l’ex presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, dall’accusa di falso ideologico nel processo d’appello bis per il caso “Terremerse”. La travagliata vicenda giudiziaria, durata sei anni, nell’estate del 2014 aveva portato Errani alle dimissioni da governatore.

 

Luglio

Ilaria Capua, ricercatrice di fama internazionale e deputata di Scelta civica, viene prosciolta dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus. Per due anni è stata dipinta da alcuni giornali, in particolare L’Espresso, come una pericolosa “trafficante di virus”. Due mesi dopo, la Camera dei deputati accetterà la sua richiesta di dimissioni da deputata. Sempre a luglio, viene assolto, in uno dei filoni del processo Mafia Capitale, Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

 

Agosto

Scoppia la polemica per una foto pubblicata dal Giornale che ritrae Simona Merra, pm della procura di Trani e componente del pool che cura l’inchiesta sull’incidente ferroviario avvenuto tra Andria e Corato un mese prima, in compagnia dell’avvocato del capostazione indagato, intento a baciare scherzosamente i piedi del magistrato. All’annuncio dell’apertura di una pratica da parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato decide di lasciare l’inchiesta.

 

Settembre

E’ il mese del “concorso esterno”. Vengono infatti scagionati dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, in procedimenti separati, il deputato Luigi Cesaro (Fi), il senatore Antonio D’Alì (sempre Fi), dopo un rito “abbreviato” durato sei anni, e il consigliere regionale Stefano Graziano, che a causa dell’inchiesta si era dimesso da presidente del Pd campano. E mentre Vincenzo De Luca incassa una nuova assoluzione, stavolta nel processo “Sea Park” per le accuse di associazione per delinquere, falso e abuso d’ufficio (che gli erano costatate l’attributo di “impresentabile” alle elezioni amministrative), nel processo Mafia Capitale viene chiesta l’archiviazione della posizione dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per il reato di associazione di stampo mafioso.

 

Ottobre

L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene assolto dalle accuse di truffa e peculato nell’inchiesta che aveva contribuito alla sua caduta dalla poltrona più alta del Campidoglio nell’ottobre 2015. Roberto Cota, ex governatore del Piemonte, viene assolto insieme ad altre quindici persone dall’accusa di truffa per le cosiddette “spese pazze” in regione (le famose mutande verdi). Continua a crollare il castello accusatorio del processo Mafia Capitale, con la richiesta, da parte della stessa procura romana, dell’archiviazione per 116 indagati. Ercole Incalza viene scagionato per la sedicesima volta, stavolta per associazione a delinquere e svariate altre accuse nell’inchiesta “Grandi opere”. La Corte d’appello di Perugia assolve, nel processo di revisione, il somalo Hasci Omar Hassan dall’accusa di avere partecipato all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin nel 1994. Omar Hassan, che si è sempre proclamato innocente, ha scontato in carcere sedici dei ventisei anni che gli erano stati inflitti nel 2002. Vengono depositate, dopo un anno, le motivazioni della sentenza con cui Calogero Mannino è stato assolto nel processo con rito abbreviato sulla presunta trattativa stato-mafia: prove “inadeguate” ed “enorme suggestione mediatica”.

 

Novembre

Sandro Frisullo, ex vicepresidente della giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola, viene assolto dopo sei anni dall’accusa di turbativa d’asta per presunti appalti truccati nel settore sanitario. Per questa vicenda aveva trascorso cinque mesi in carcere e agli arresti domiciliari.

 

Dicembre

La Cassazione annulla con rinvio la condanna nei confronti dell’ex governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco, per associazione per delinquere nell’inchiesta sulla sanità abruzzese. La procura di Pavia apre una nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, per il quale è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi, dopo le rivelazioni sull’individuazione di campioni di Dna appartenenti a un’altra persona sul corpo della vittima.

 

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Il dato del giorno: lo spread nel confronto con quello degli altri paesi del mondo

Inserisco nell’allegato qualche informazione in più che dovrebbe far capire  qual’e, con lo spread di oggi, la percezione nostra da parte del mondo che ci guarda nel confronto con tutti gli paesi del sistema finanziario mondiale. Purtroppo non è materia facilmente leggibile e facilmente digeribile. Ho scritto alcuni commenti sulla pagina facebook dell’amico Giovanni Coraggio che riprendo qui sul blog anche per chiarire la ragione della nota:

Primo commento

Questo amico tuo caro Giovanni,ha qualche lacuna conoscitiva legata all’economia , per la quale non si può dire che negli ultimissimi 10 anni si sia fatto tantissimo ( dimenticando da dove si è partiti , cioè dal quasi default del 2011 ) ma per la quale si era costruita una moneta di tipo diverso nei confronti del mercato, ” la fiducia”, per il solo fatto per che, pur con qualche criticità, si era messo, come si dice, il carro in discesa e sulla strada giusta.

Qualcuno se ne ha la competenza può ,andando anche a ritroso in corrispondenza dalle date canoniche e delle scadenze politiche, esaminare gli indicatori mondiali per confrontarli con i nostri; avrà modo di rendersi conto di quale apprezzamento, per serietà e convinzione  degli altri , abbiamo goduto tempo per tempo, godiamo e godremo.

Ed infine non occorre dimenticare che i guai del Sud, quelli a valle del 2002, hanno una paternità e continuano ad averla: la lega. Ma !!!!!! si dimenticavo non era il partito di Salvini ma di un suo onesto progenitore, che insieme ad altra area politica ha affossato il Sud. Non è una boutade. Caro Giovanni fagli tu, che hai una buona memoria e dati, un pò la storia economica dei guai che, ovviamente e naturalmente, non potranno essere  sanati con il reddito di cittadinanza e/o con le altre provvidenze sociali assicurate dalla carta moneta,  dal debito e non dal lavoro.

 

 Secondo commento

Abbiate un po’ di pazienza ed esaminate il report di oggi, messo in calce alla  pagina, relativo all’andamento dello spread nel confronto con l’analogo spread di tutti i paesi del mondo.

Siamo in buona compagnia. E sia ben chiaro lo spread non dipende dall’UE, nè dalla Commissione nè dai paesi amici o nemici.

Chi volesse approfondire la materia non ha che da andare sulla piattaforma relativa e  avendone la visione capire  come esso si forma in ragione dei movimenti finanziari per l’acquisto o la vendita dei titoli dei paesi presenti sulla piattaforma tra cui l’Italia. Purtroppo volenti o nolenti non dipendiamo  solo dall’Ue che pure qualcosa ha il diritto di dire visto che ormai da anni vivacchiamo sotto il suo ombrello che è l’ombrello di tutti ( l’Euro ) ma dipendiamo molto di più dal nostro debito monstre ereditato, per il quale una analisi attenta farebbe emergere tante belle cose della nostra italianità.

un po di grafici sulle cose di casa nostra

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manovra

 

 

Considerazioni aggiuntive al pezzo del Corriere del 29 sera sulla Manovra ed il Def .

Il pezzo è riportato in calce.

E’ ben noto che una gran parte del debito pubblico è nelle mani dei non residenti. Oltre 730 miliardi.
Si può pensare senza fare peccato che questi detentori  , banche, fondi, finanziarie ,soggetti privati non di casa nostra abbiano un legittimo motivo per non rinnovare la fiducia all’Italia? Possono spendere sui mercati dove l’affidabilità e la solidità è più alta nonostante le turbolenze che li riguardano? E che debbano chiedere un premio per il rischio con una maggiorazione di rendimenti? La risposta è si.
Per la prima soluzione non debbono andare lontano; basta guardare alla Francia, alla Inghilterra ed alla stessa Spagna che sta uscendo dopo anni di restrizioni dalla crisi. Per la seconda possono anche continuare a pensare all’Italia a certe condizioni; e cioè farsi pagare un premio per il rischio, quello che emerge dalla lettura dello spread.
Cosa significhi tutto ciò è presto detto. Tassi che saliranno e difficoltà nostra nel classare il debito.

Gli italiani dovrebbero ben sapere che la periodicità sistematica delle entrate tributarie e la cassa generata dal collocamento dei titoli di Stato consentono di pagare in primis gli stipendi e le pensioni , poi le altre voci di spesa ed il rinnovo dei titoli in scadenza che nel 2019 saranno circa 200 miliardi di € oltre ai BOT.

In quel fatidico novembre del 2011 che rivoluzionò gli assetti politici, con le dimissioni di Berlusconi e l’ascesa di Monti, la cassa si era ridotta al lumicino. Rischiavamo il default e di non pagare gli stipendi. O meglio c’è stato un momento in cui non eravamo in condizione di far fronte al pagamento degli interessi sul debito e Berlusconi dovette fare le valigie.
Sarebbe molto educativo far vedere agli Italiani le condizioni predisposte su un tableaux  dall’Europa  per aiutare finanziariamente il nostro paese, report rappresentato da un elegante prospetto colorato con tante fincature, simile a quello di Spagna ,Irlanda, Portogallo, Grecia. ( provo a cercarlo ed a postarlo tra gli allegati al pezzo).
Volete gli aiuti ? queste sono le nostre condizioni. Questo il significato sotteso dello stesso.

Questo è la prima considerazione di carattere generale.

Poi c’è quella più strutturale: i rincari del denaro a carico delle casse pubbliche saranno pagati dagli italiani in maniera mediata e poco trasparente attraverso maggiori oneri nei servizi pubblici,  sanità, scuola  welfare, in tutti i settori che non saranno lasciati indenni dalle forbici che devono  pur tagliare da qualche parte per dare ai presunti poveri ed ai fannulloni, come scrive Feltri, un aiuto sociale che non si sa quanto meritato e quanto invece immeritato.

Ed il tutto si rifletterà sulle tasche della collettività nella quale c’è naturalmente anche la fascia degli stessi destinatari delle nuove provvidenze. La provvidenza sarà nota perché decisa per legge e negli importi, le sopravvenienze negative da rincari e minori servizi saranno meno noti e non trasparenti ma peseranno e se peseranno.
Quindi da una mano si dà dall’altra in modalità non chiaramente percepibile si toglie in ragione della partecipazione dei cittadini alla fruizione dei servizi pubblici; e sarà inevitabile.
Chi non ha necessità della sanità pubblica può non accorgersi, chi vi necessita se ne accorgerà e come. D’altro canto alcuni tagli annunziati come le mancate detrazione per i mutui e le spese sanitarie dove andranno a parare? Chi colpiranno ? Categorie ben note.

E poi c’è il dato più serio che speriamo non diventi grave o gravissimo.
Chi legge i nostri bilanci pubblici sa bene che da anni questa iattura del debito pubblico si è trasferita anche sul sistema bancario, finanziario, sul sistema bancario regolamentato che ne ha in pancia un montante significativo diventato sempre più consistente mano a mano che i non residenti e i privati risparmiatori se ne allontanavano.  Draghi nei giorni scorsi  ci ha poi ricordato che esiste anche un altro ordine di sistema definito “nero” , nero perché la regolamentazione ancora non è entrata ad analizzarne tutte le criticità ed a prevedere gli effetti di eventuali contraccolpi sistemici. La disciplina della relativa governance è ancora carente. La visibilità di questo enorme settore non è elevata.

” dopo le pesanti strette normative sulle banche adesso il principale rischio per il sistema finanziario arriva dalla shadow banking” che in Europa vale 42300 miliardi. Ecco i pericoli. Milano Finanza del ….. Una parte dello shadow bankink è stabilmente presente anche nel nostro paese ed è costituito da Società di gestione, da finanziarie che si occupano di non performing loan , raccolta fondi, finanziamenti ed altro.

Vediamo cosa significa il debito pubblico nel sistema non shadow, quello per cosi dire ” bianco” e poi in quello shadow.

Una grossa fetta di debito pubblico, circa 1270 miliardi di €, è nelle mani di Banche, Assicurazioni, Fondi ( quelli di casa nostra). Cosa succederà con l’aumento dello spread? Si determineranno perdite in conto capitale nel nominale del portafogli che secondo le regole, anche se i titoli non vengono liquidati e vengono portati a scadenza, andranno trimestre per trimestre in conto economico: si rifletteranno sul patrimonio e capitale di vigilanza del sistema che avrà bisogno di ricostruire gli assets.

E vale soprattutto per banche ed assicurazioni.

Il tutto , dopo anni di sistemazione e gestione delle criticità delle banche, innesterà una rincorsa al riordino che non potrà non pesare indirettamente sulle imprese quando vanno a chiedere prestiti, sulle famiglie quando vi accedono per la domanda di mutui e  farà diminuire quelle condizioni di tranquillità che si stavano faticosamente rimettendo in piedi dopo i disastri degli ultimi anni a partire dal 2008.

Si capisce, quindi, perché perché l’UE non è ancora riuscita a chiudere la regolamentazione dei rischi del settore e non intenda farlo in maniera flessibile, tollerante e non vuole cedere, arretrare di un passo sulla strada della regolamentazione bancaria.

Questo è uno dei capitoli sui quali, cosi stando le cose, poco si può fare perché su di esso incide la volontà di quasi tutti i paesi dell’Ue , preoccupati dei disastri , ed incidono gli orientamenti della tecnocrazia che ha ben chiara l’esigenza del controllo dei rischi.  L’obiettivo di mettere in sicurezza il perno della economia intorno al quale essa ruota è uno dei pilastri sui quali si lavora con maggiore determinazione soprattutto dopo gli anni dei crash sistemici, cioè dal 2008 in avanti.
Borsa e Banche, volenti e nolenti, e sino a quando non si ovvierà alla attuale modalità di finanziamento del capitale strutturale, patrimonio, e quello corrente di esercizio sono quel perno;  sono le precondizioni per far nascere imprese, sovvenirle e tenerle in piedi.
Le imprese generano lavoro ed occupazione. Generano dati reali.

I salari di carta, al contrario, danno un miraggio transeunte e passeggero ma sono destinati a far crollare il sistema. Abbiamo esempi recenti sotto gli occhi con risvolti drammatici.

A squilibrarlo, ad impedire il funzionamento di quelle semplici modalità date dalle principali regole economiche che si leggevano (speriamo si leggano ancora) sui testi universitari dei primi anni nelle facoltà di legge ed economia e commercio, basta poco: quel poco è dato dalla creazione della moneta di carta e da quella del debito.

La sensibilità politica attuale ( non è insensibilità e neppure incompetenza ma ben altro ) non sembra molto attenta pur di conquistare un consenso elettorale immediato che potrebbe non durare molto.

La verifica sarà data dalle condizioni generali del sistema economico nazionale destinate a peggiorare e a non consentire nel tempo la conservazione degli equilibri ,che, anche se  non del tutto soddisfacenti, sembravano aver assicurato una certa tranquillità ed una faticosa tendenza versa la  crescita del pil in uno al rallentamento degli indicatori negativi.

Il sistema  dello shadow banking, quello non regolamentato dalla legislazione bancaria stretta, potrebbe dare origine ad una minaccia ben più seria di quella  emergente dalle criticità del sistema bancario madre.

Una minaccia che sarà data, ad esempio, dal fatto che tutte le aziende che si sono fatte carico degli npl  ( non performing loan) , scaricandole dalle banche, non riusciranno a fare da supporto al sistema da cui originano e che hanno puntellato.
Su chi si rifletteranno le conseguenze? sul sistema paese, in primis sulle aziende e quindi conseguenzialmente sui livelli occupazionali.

Mi limito solo a questo esempio che è indicativo.

Come si legge dal pezzo di Fubini sul Corriere, ma come si può leggere su tutta la stampa, dovremo tenere nervi ben saldi perché la governance delle instabilità non riguarderà solo i portafogli ed i mercati , i titoli, le azioni che rappresentano la ricchezza degli italiani ( naturalmente alle grosse ricchezze queste situazioni fanno un baffo, alle famiglie ed ai medi risparmiatori fanno un danno enorme ) ma tutto l’insieme delle componenti sociali che costituiscono la rete del welfare al quale siamo abituati, la rete delle solidarietà sistemiche , la rete delle relazioni di imprese che gradualmente verranno riportate, stando cosi le cose, verso lo scenario del 2011 o forse anche verso quello del 2008.

Ancor di più se per disgrazia i capitali, sia quelli di casa nostra che quelli di altre parte, dovessero ritenere che il paese Italia è un rischio anche perché cosi lo ha valutato la famiglia delle società di rating internazionali.

Allego  una nota del sole 24 ore di qualche giorno fa che da il segnale delle avvisaglie già percepite dal sistema delle imprese.
Il processo di svuotamento della ricchezza nazionale sarà articolato e complesso non  sarà percepito nell’immediato ma sarà graduale e gravido nel tempo di conseguenze negative.

Di questo sono ormai consapevoli economisti, opinionisti, studiosi ed anche la stampa che negli ultimi tempi ,dopo la fase dell’innamoramento verso le nuove formazioni politiche, sta facendo in parte il mea culpa.

Ma a chi ha fatto le scelte sulla manovra tutte queste  considerazioni non interessano.

Perchè l’ obiettivo politico non è quello di stare in Europa e stare in pace , non è l’Euro, non è quello di mantenere lo stato sociale che ha consentito uno sviluppo ordinato anche se contrastato; è invece quello di arrivare ad una graduale e succedanea uscita mascherata dall’Europa simil Brexit e utilizzando il grimaldello della presunta lotta alla povertà che è una ragione di altrettanto presunta giustizia sociale che risolve l’immediato ma non pensa al futuro.

La  lotta alla povertà mobilita il consenso dei più, per i numeri che raggiunge con la distribuzione di sussidi, ma introduce  strumenti di politica sociale che sono il contrario della volontà e dello stimolo a lavorare e produrre specie in un momento in cui occorre elevare la produttività, la efficienza del sistema e la competizione con gli altri paesi. 

Non ci resta che monitorare la situazione sociale periodo per periodo attraverso i dati, i confronti macroeconomici, con l’ausilio delle fonti disponibili, tantissime che richiederanno una assiduità ed un’ opera costante ma necessaria. Per fare cosa? per educare.

 

articoli del Correre

cadono le emissioni societarie sole 24 ore

 

 

 

Articolo

Manovra: che cosa succede ora ai nostri risparmi, agli investimenti e al debito pubblico?

Tra bilancio statale e salvadanai dei cittadini, gli effetti delle nuove misure promesse dal governo. In tre anni di deficit al 2,4%, come da programma di governo, ci saranno 100 miliardi di debito pubblico in più sulle spalle degli italiani
di Federico Fubini e Giuditta Marvelli sul Corriere della sera del 29 settembre
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Dalle azioni ai depositi, opportunità e pericoli
Non ci piace rischiare, eppure il rischio viene a cercarci. Accanto al nostro debito pubblico da record, c’è una ricchezza finanziaria privata importante (più di 4 mila miliardi di euro) accompagnata storicamente da poca voglia di osare quando si tratta di investirla. Questo, però, non basta ad evitare le tempeste, che possono venire da lontano. O nascere in casa, come accade ora. I risparmi degli italiani, pari a più del doppio del Pil della nazione, sono finiti di nuovo sulle montagne russe. I padri e le madri di famiglia con qualche soldo da parte in questi giorni si domandano quanto dureranno i su e giù e quali effetti possono lasciare. Che ne sarà dei fondi? I soldi sul conto corrente sono sicuri? I Btp ci tradiranno? E le azioni?

Cominciamo dai conti correnti e dai conti di deposito vincolati dove si trova circa un terzo (1500 miliardi) del «tesoro» nazionale. In una giornata come quella di ieri i soldi parcheggiati lì, a rendimenti zero o comunque molto bassi, non hanno subito nessun danno. E i correntisti sanno bene che, anche ipotizzando lo scenario più fosco di una crisi di sistema — che non è certo in vista al momento — fino a 100 mila euro, ogni titolare è garantito dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
L’effetto sugli investimenti di Borsa
Un capitolo diverso riguarda le perdite subite dai piccoli azionisti: diventano reali solo nel momento in cui si vende. Lo scossone di ieri e la tempesta che potrebbe durare un po’ possono passare (e magari non fare danni) se chi ha puntato una parte dei suoi soldi in Borsa può lasciarli stare e aspettare che riguadagnino il valore perduto. O, si spera, anche di più. Nel caso, meno frequente, di chi fa trading online dal salotto di casa, un venerdì di passione può invece essere fonte di guadagni extra: si vende e si compra freneticamente, lucrando su sbalzi e differenze. Inutile dire che bisogna conoscere e padroneggiare i rischi dell’esercizio.
Negli ultimi anni la «sparizione» dei rendimenti ha dirottato una bella fetta dei risparmi su fondi di investimento e strumenti gestiti da professionisti. Una scelta che dovrebbe comportare un impegno di medio-lungo termine e che espone ad un meccanismo simile a quello dei titoli azionari, anche se il prodotto viene etichettato come obbligazionario. Il capitale non è garantito e, spesso, c’è un obiettivo di rendimento che il money manager si impegna a raggiungere. Se la pianificazione è stata fatta bene, un singolo crollo non deve spaventare. Una crisi più lunga, invece, va affrontata insieme a chi vi ha venduto (si spera bene) i fondi.
I prestiti allo Stato italiano
E infine i Btp. Oggi meno del 5% del debito pubblico italiano è posseduto direttamente da privati. Anche se poi ogni famiglia ne ha (indirettamente) se risulta acquirente di una polizza, di un fondo o di uno strumento di previdenza integrativa. Negli ultimi due giorni il prezzo del Btp decennale è sceso del 2%, dal 5 marzo ha perso il 7%. Chi tiene un’obbligazione fino a scadenza riavrà comunque il suo capitale, oltre alle cedole.
Gli ottimisti che comprassero adesso, con le quotazioni ben sotto la pari, potrebbero guadagnare con il ritorno alla normalità in cui, evidentemente, credono. I Btp-people che acquistarono nel mezzo della tempesta del 2011, portando a scadenza le emissioni o tenendole per un certo tempo hanno guadagnato anche il 30-40%. Accadrà qualcosa di simile anche stavolta? Il bello e il brutto dei mercati è che nessuno lo sa. Con buona pace di chi cerca sempre un complotto da sventare.
Un azzardo che costa 100 miliardi in più
Non ci impiccheremo ai decimali», ha detto nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «Se per far stare meglio la nostra gente dovrò ignorare uno zero virgola imposto da Bruxelles, per me quello zero virgola vale meno di zero», aveva annunciato il vicepremier Matteo Salvini della Lega ancora prima di Conte. Né l’uno né l’altro ha mai precisato esattamente a quanto ammontino queste differenze così di dettaglio, per le quali non vale la pena perdere tempo in minuzie. Non l’ha detto neanche l’altro vicepremier Luigi Di Maio, dei 5 Stelle, quando continuava a parlare di «manovra del popolo».
A un rapido calcolo, tuttavia, gli «zero virgola» valgono poco più di cento miliardi di euro: tutto debito pubblico in più da accumulare nei prossimi tre anni a carico dei contribuenti attuali e dei loro figli. Naturalmente ciò avverrebbe solo nello scenario a questo punto più favorevole e forse meno verosimile: quello in cui gli impegni del governo sulle pensioni di vecchiaia da anticipare o sui redditi di cittadinanza non procurino ulteriori sfondamenti dei conti; quello, anche, nel quale il governo riesca in qualche modo a disinnescare gli aumenti dell’Iva da venti miliardi di euro già previsti per il primo gennaio 2020, dopo aver trasformato in deficit quelli da oltre dodici miliardi già fissati sul 2019.
Questo scenario dei cento miliardi di debito pubblico in più in tre anni, relativamente favorevole date le premesse del momento, ha fra le conseguenze il superamento di una soglia da primato. Per la prima volta a ogni lavoratore in Italia corrisponderà una quota di debito dello Stato superiore ai centomila euro: come se a ciascun occupato nel Paese facesse capo un mutuo-casa da pagare ogni mese, senza però che questi abbia la casa.
I calcoli sul maggior debito: 100 miliardi in più in tre anni
Tali dunque sono gli «zero virgola» ai quale Conte non si impiccherà e che per Salvini valgono «zero». Ma come si arriva a queste stime? Il Documento di economia e finanza (Def) presentato dal governo precedente ad aprile scorso prevedeva un deficit che avrebbe teso allo 0,8% del prodotto interno lordo (Pil) l’anno prossimo, per poi scendere verso quota zero nel 2020 e restare poco sopra quel livello l’anno seguente. In tutto i saldi in rosso da finanziare sarebbero stati di circa diciassette miliardi, stimati in euro correnti.
Il governo attuale invece mette in conto che il deficit debba rimanere stabile al 2,4% del Pil l’anno prossimo e restare a quel livello fino al 2021. Si tratta nel complesso di circa 105 miliardi di euro di fabbisogno da finanziare a debito in più rispetto a quello che sarebbe stato prodotto se si fossero rispettati i piani del Def presentato in aprile scorso dal governo di Paolo Gentiloni. Va detto che quest’ultimo, così come quello precedente di Matteo Renzi, ha lasciato un bel po’ polvere nascosta sotto il tappeto di conti pubblici in apparenza in ordine: la convergenza del deficit verso lo zero era prevista solo grazie, appunto, aumenti dell’Iva da dodici miliardi l’anno prossimo e da venti fra due anni.

Ma anche così l’aumento di debito da fare per realizzare i piani dell’attuale governo è notevole. A maggior ragione, perché oggi il deficit del 2019 (senza lo scatto dell’Iva) tende verso il 2% e in teoria resterebbero al più sette miliardi per arrivare al 2,4% e finanziare la controriforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza e tutto il resto. La prima può costare almeno otto miliardi il primo anno, senza tener conto nei minori incassi da contributi e gettito Irpef; il sussidio ai poveri almeno altrettanto. Il rischio di sfondamento delle nuove soglie già più elevate è molto evidente.
Finisce così che ognuno dei 23 milioni di occupati che vivono, producono e pagano le tasse in Italia si ritroveranno con più di centomila euro di debito pubblico per ciascuno. Già oggi sono a quota 98 mila, sul totale di uno stock di oltre 2.300 miliardi in titoli di Stato e altri prestiti alla pubblica amministrazione. Ma presto supereranno anche quella soglia: pochi lavoratori attivi sul totale della popolazione, per sostenere un enorme ghiacciaio sospeso sopra le loro teste.

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Archiviato in debito pubblico, Temi macroeconomici: dati e opinioni

Una storia piccola piccola , ma densa di significato

In occasione della  visita al nostro Club Rotary Castel dell’Ovo del direttore del Museo di Paestum, l’archeologo Zuchtriegel  presente nella conviviale serale per il  premio attribuitogli del “Magna Grecia Fellowship  Rotarian”, mi sono permesso di ricordargli ,accostandomi al suo tavolo, la storia della fiaccola portata da un gruppo di giovani nel corso della manifestazione delle Olimpiadi del 1960 fin sotto il tempio più importante del sito del Parco Archeologico di Paestum: il tempio di Poseidone.

Evento passato nel ricordo, dimenticato, e non noto ai giovani, ma ripreso qualche anno dal giornalista e storico della nostra cittadina Agropoli , Ernesto Apicella, perchè venisse rimesso nel circuito delle informazioni  anche per quanti oggi continuano a praticare lo sport della corsa.

L’editore  Apicella con le immagini, con oltre 50 pubblicazioni al suo attivo, sta ricostruendo la vera storia e la crescita del borgo Cilentano dai primi del 900, borgo al quale mio cognato dedicò la poesia omonima, testo struggente presente nelle pagine di questo blog.

Non è, quindi, un caso che ad Agropoli si svolga una delle più importanti manifestazioni nazionali di maratona alla quale partecipano più di mille atleti ogni anno.

E siccome in maniera un pò autocelebrativa ho ricordato la mia presenza nel cimento del 1960, in quella corsa che mi consenti di consegnare la FIACCOLA al terzultimo tedoforo, Gerardo di Pasquale, che la porse al mio compagno di scuola GAETANO DI NARDO, divenuto poi il professore di educazione fisica di quel nostro splendido Liceo,  ho raccolto dalla rete, nei siti che ne parlano, alcune immagini selezionate per lo scopo a riprova del mio dire.

Quanto avevo detto coram populo nella sala gremita della Conviviale Rotariana del 9 luglio, le cui immagini sono sul sito che curo da circa 10 anni e di cui allego qui di seguito anche il link, poteva aver generato curiosità ed incredulità. Il 1960 è un anno lontano non familiare alle nuove generazioni anche a quelle rotariane.

Su questo Blog ho postato anche il libro annuario della ricorrenza del cinquantenario della istituzione 1944/1994 del Liceo, libro non a caso curata proprio dal mio amico Gaetano Di Nardo il penultimo tedoforo della corsa, finita all’incirca

Una piccola storia di cui vado fiero ed orgoglioso perchè nei miei ricordi c’è l’emozione della fiamma che ardeva, la grande Kermesse serale nei templi e la piccola grande avventura sportiva del Liceo “a nome Dante Alighieri”  che ora non esiste più.

Il liceo è divenuto, infatti, solo una risicata sezione del Liceo Scientifico di nome “Gatto”, contro cui non ho nulla, cioè contro Gatto; la circostanza mi amareggia non poco e  mi fa pubblicamente dichiarare il rincrescimento per quanti hanno consentito lo svilimento di un centro di cultura e di storia della città.

Se andate sul libro Annuario troverete nomi di tanti valenti professionisti che hanno legato il loro nome al paese, ed al territorio, onorandolo, mentre di Gatto e del scientifico forse in futuro potrebbe non essere ricordato alcunchè ( apro una dolorosa parentesi: in occasione di un contatto con il preside del momento per riportare alla luce il libro del mio liceo quel manager scolastico non sapeva di cosa parlassi e forse non sapeva tante altre cose. Mi fermo qui.)

Un oltraggio alla Cultura ed ai valori umanistici, a quei valori ripresi in grande sintesi nel bel libro di Nuccio Ordine ” l’Utilità dell’inutile “, che rappresentano la sconfitta del momento nel contesto di una società che sembra voglia prescinderne e che poi finisce per scoprire durante una storia recente , quella del più importante e capace uomo di azienda e di impresa che sia passato in Italia cioè di Marchionne , che il patrimonio di conoscenza che lo aveva formato affondava negli studi di filosofia.

Non sarà un caso che valori umanistici, sport ( olimpiadi ), musica , letteratura, siano il patrimonio genetico dei popoli che contano e o di quelli che hanno insegnato qualcosa.

In quel libro del mio liceo , ventiquattro anni prima dell’avvento della rete,  e cioè nel 1994, ricordavo a tutti i giovani che le conoscenze tecniche e quelle dell’economia non possono fare a meno dei contenuti dell’uomo sapiens: seguono e non precedono i valori che purtroppo una grande massa di cittadini incolpevolmente e buona parte della intellighentia industriale, colpevolmente, considerano inutili.

link alla visita del direttore Zuchtriegel , musicista , archeologo e tante altre cose insieme buone per il rilancio della cultura, del nostro grande sito di  Paestum

https://www.rotarynapolicasteldellovo.it/media-gallery/?album=179&gallery=188

 

 

Il link alle immagini della FIACCOLA e della storia piccola piccola

 

la fiaccola

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Sempre in tema di tasse e di pensioni

Ho ripreso un pezzo scritto nel 2014 quando in una altra fase temporale  ( anno 2014) si accese il dibattito sul tema del retributivo e contributivo, tema sul quale poco sanno tutti gli italiani e che potrebbero, volendo, approfondire vista la imponente e storica documentazione che si può studiare sul sito sotto segnato ; e, vista la imponente massa di dati messa a disposizione dall’Osservatorio curato da un tal Brambilla, non uno qualunque, ma uno studioso della materia già a capo di un gruppo che per il passato esercitava il controllo per conto del Ministero competente, sino a quando è stata in piedi la funzione poi chiusa non si sa perché, non sarebbe male che anche gli opinionisti e la stampa seria ne facessero un uso serio per separare loglio dal grano. Cioè le tentazioni populistiche in materia dal rispetto di diritti di civiltà basati sulla certezze che devono accompagnare quanti nella vita hanno lavorato con impegno e responsabilità ed osservanza dei doveri civici consapevoli del ruolo ma anche del futuro che li avrebbe accompagnati nell’età della quiescenza.

Brambilla per non essere uno qualunque oggi, guarda caso,  ha anche la fortuna di essere un membro del Parlamento assiso nella maggioranza di governo;  continua ad essere Presidente del citato Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali le cui pubblicazioni di anno in anno ho saccheggiato per i miei approfondimenti, perché in un momento della vita lavorativa mi sono imbattuto sulle tematiche previdenziali sia quale responsabile di Bilanci tosti in aziende, in aziende complesse con il problema dei fondi di previdenza e con le esigenze di riequilibrio , ed anche quale capo funzionale di tutta la disciplina operativa del trattamento retributivo e previdenziale dei dipendenti in servizio ed in quiescenza della mia azienda. Quella gestionale e di governance era in capo al servizio personale.

Qualcosa come 18mila teste tra dipendenti in servizio e in quiescenza.

E non in una azienda, ma in ben tre aziende che gli amici faranno presto ad individuare.

Non ho quindi solo annusato l’argomento, ma per ragioni di ruolo l’ho dovuto sceverare e ne ho dovuto guardare tutti gli aspetti persino quelli di confronto e parallelismo tra il sistema retributivo e quello contributivo.

In uno degli studi del Brambilla c’è una seria discussione sul parallelismo ai fini dell’equilibrio dei rendimenti basati nell’uno sulla aliquota del 2% in ragione dei quarantanni di lavoro e nell’altro sull’indice di rivalutazione dei contributi versati che sono soggetti come è noto alle variabili dei tassi di rendimento rapportati alla dinamica della inflazione.

E siccome negli ultimi anni, diciamo negli ultimi 15 anni, ci sono stati fenomeni imponderabili ed incontrollabili, sotto tutti i punti di vista, ne è derivato in conseguenza uno squilibrio difficilmente governabile soprattutto perché come è noto, pantalone, e cioè lo Stato e cioè l’Inps, è l’unico pilastro in un paese strano.

Paese che ha una ricchezza privata additata da tutti i paesi d’Europa e non europei non come una risorsa ordinaria frutto di un sistema altamente produttivo ed efficiente ma  in gran parte figlia di anomalie di sistema ( evasioni, corruzioni ,rendite etc etc ) , e di converso ha un sistema pensionistico ad una sola gamba che si regge su principi generali di Welfare, quelli dello stato, perché quella privata, l’altra faccia del problema, è miserevolmente tra le ultime in termini di risorse su cui contare.

Si c’è tanta ricchezza privata ma solo un piccolo pezzo di quegli 8500 miliardi che riguardano gli asset della stessa,  e cioè circa 120/130 miliardi, costituisce la seconda gamba finalizzata alla previdenza.

All’incirca 120/130 miliardi dei fondi privati che non riescono a decollare.

In altro momento metterò a disposizione dei lettori su questo Blog tutti i dati dei paesi dell’OCSE e dei diversi sistemi.

Ritornando allo scritto  del 2014, qui allegato in pdf , l’ho in parte rivisto per attualizzarlo; continuo a condividerne, nonostante tutto l’impianto basato su due principi fondativi: un riequilibrio delle esigenze finanziarie dello Stato non può non passare per la strada da anni indicata da FMI, OCSE, Banca di Italia e cioè da una tassazione aggiuntiva, anche straordinaria, sui patrimoni allineata a quella degli altri paesi Europei che immetta risorse per tentare di incidere sul debito pubblico in maniera seria e determinata.

E non può soprattutto non passare poi per l’unica via maestra, cioè per  quella della lotta alla evasione.

Le altre soluzioni, tra cui quelle della strada delle pensioni pure da riordinare pro futuro, vanno a sollevare problematiche che scavano su un terreno minato fatto dalle tante anomalie che si sono stratificate in un passato in cui la governance pubblica ha fatto sconquassi che il pezzo prova a segnalare in maniera semplicistica ma che possono essere approfondite con la lettura di tutti i documenti disponibili sul sito richiamato.

Mi rendo conto di essermi dilungato ma forse vale la pena di leggere il pezzo qui allegato scritto nel 2014, nel mese di ottobre quando si discettava sul terzo intervento relativo al contributo di solidarietà.

 

http://www.itinerariprevidenziali.it/site/home/centro-studi.html

il tema delle pensioni d’oro.docx versione data 29 giugno 2018

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I sondaggi e le considerazioni sui fatti e sui dati.

 

I sondaggi e le considerazioni sui fatti e sui dati.

A margine di un sondaggio sull’Euro apparso sul sole 24 ore del………….. ho scritto in nota più o meno così.

“Purtroppo molti sondaggi sono fatti sull’acqua calda; sono il frutto delle suggestioni e dei racconti nazionalpopolari che tendono ad esportare le colpe.Tempo fa il vostro giornale (il sole 24 ore) ha ospitato un servizio (ora è diventato addirittura un dossier) e raccolto opinioni sulla base degli stimoli venuti da un “sapiente professore universitario” che stimavo ma di cui ora ho una considerazione non tanto elevata.

A valle di quell’inchiesta giornalistica sul giornale è, ora, a disposizione di tutti un ricco dossier (Vedi link http://www.ilsole24ore.com/dossier/commenti-e-idee/2017/alla-luce-del-sole/index.shtml?refresh_ce=1 ) fatto dagli interventi di tanti opinionisti e di tanti economisti che hanno sostanzialmente contraddetto l’idea originaria ed originale del “sapiente professore universitario” sulla discutibile ineluttabilità dell’Euro.

Nella nota di commento all’interno del giornale scrivevo:

“Mi chiedo perchè un giornale come il vostro non riesce a riprendere le conclusioni dell’inchiesta/servizio condotta dal sapiente professore ed a trasferirle alla massa non dei soli lettori ma di buona parte degli italiani per far capire loro che i nostri mali non dipendono dall’Euro ma dalle buone abitudini dei cittadini: una per tutte la arcinota e bella consuetudine, da anni radicata, di non pagare le tasse dovute”.E’ questa uno dei sette vizi capitali, incompatibile con l’Euro, del libro di Cotarelli, il primo in ordine di importanza ad alto valore simbolico indiscusso, naturalmente al ribasso, di natura economico / sociale.

Nella ipotesi di contratto che il governo attuale vuole realizzare il recupero delle tasse sembra debba dipendere solo dalla condizione di far pagare meno a tutti Anche per quelli che ora pagano molto meno del dovuto.

L’economista Leonardo Bocchetti vicino all’area del governo (più vicino a quella delle 5 stelle), in una intervista rilasciata al quotidiano napoletano “il Mattino”, dice: io non sono contrario a priori alla flat tax ma temo sarà una occasione persa perchè accanto al sacrosanto principio di pagare meno per far pagare a tutti non si guarda ad un piano per annientare l’evasione fiscale.” Si può senz’altro aggiungere, non c’è n’è traccia.

Chi  per tutta la vita ha “dovuto” pagare tutto e per tutti, anche per tutti quelli che il giornalista in un famoso libro sul tema definì ” ladri “, non di tasse, ma di tutte le risorse per i servizi che lo Stato mette a disposizione di quei cittadini, ha di che lamentarsi per la ingiustizia subita ; c’è chi per una intera vita non solo non ha versato le tasse dovute ma conseguenzialmente non ha versato neppure un’euro di contributi  per le pensioni, anche per quelle minime su cui oggi conta.

Insomma buona parte degli italiani non ha mai contribuito allo Stato sociale, al Welfare, di cui, però, ha goduto e gode a piene mani: scuola, sanità, welfare, servizi etc etc, naturalmente pagato dagli altri.

Naturalmente i governi di turno si guardano bene dall’affrontare il vero problema ed in questo non danno proprio la sensazione di essere doscontinui, condizione che è la discriminante rispetto a quelli del passato.

Questa è una delle verità: una delle sette verità, la prima, che Cottarelli ha elencato nel suo libro dal titolo: “i sette peccati capitali dell’economia italiana”, che gli italiani naturalmente non leggeranno e che preferiscono non approfondire.

Gli altri sei sono: a) corruzione b) eccesso di burocrazia c) lentezza della giustizia d) crollo demografico d) divario tra Nord e Sud e) difficoltà a convivere con l’Euro.

Mi auguro tanto che la nuova compagine governativa anche se non lo ha detto e programmato possa invece lavorare bene perchè ci deve provare; i driver del buon governo sono altri e sono ben noti, non sono proprio a portata di mano perché daranno fastidio a tanti.

Per segnare una sostanziale differenza con il passato i nuovi politici devono, pertanto, cominciare dal recupero delle tasse che rappresentano il buco profondissimo del bilancio dello Stato mai colmato;  la vera preoccupazione per chi non lo ha fatto e ci ha provato poco era data dalla trasversalità della criticità che riguarda tante categorie diverse da quelle dei percettori di reddito fisso: cioè dipendenti e pensionati. Avrebbe inciso pesantemente sul consenso elettorale.

Le indicazioni di Cottarelli sono, poi, anche quelle di provenienza OCSE e FMI che hanno pubblicato fior di documenti e analisi sullo stato dell’economia nazionale ed in particolare delle tasse.

E una montagna alta da scalare ma che è anche l’unica condizione che fa pendant con il debito pubblico,  come dice un amico del nuovo Governo, il Prof Paolo Savona.

Molto risparmio privato, difatti, è l’altra faccia del debito pubblico; se veramente quel risparmio privato sottratto con l’evasione avesse una destinazione concreta potrebbe anche compensare in parte il mal “torto”. Cioè la ingiustizia.

Ma forse non è cosi.

Ma le parole sono come vento che soffia e che non si ferma; forse è meglio parlare con i numeri anche se la logica ferrea dei numeri non è comprensibile per platee larghe, quelle che in definitiva danno i voti e finiscono per orientare la politica.

Quante tasse si pagano In Italia ? Nel 2016, degli 807 miliardi entrati nelle casse dello stato ,731 miliardi sono da tasse e contributi, pari al 42,3% del Pil. Dei 731 miliardi 226 sono da contributi, 190 da reddito Irpef e 105 da Iva. Con questi ricavi globali si fa il bilancio dello stato.

Naturalmente tutti i percettori di reddito fisso, dipendenti e pensionati, non possono sfuggire né alle tasse né agli oneri contributivi.

Poi c’è una Ires, reddito di imprese che vale 30 miliardi, e una IRAP, mentre i restanti 150 miliardi derivano da una miriade larga di accise che può essere letta trimestralmente sulla pubblicazione edita dal Ministero delle finanze e Agenzia delle entrate sulle tendenze mensile delle riscossioni, quelle che danno la cassa e finanziano mensilmente le spese.

Quale è la percentuale di imposizione fiscale? mediamente è intorno al 42% tutto compreso, cioè comprensiva anche delle tasse indirette. Media Ocse 35%, Regno unito al 34%,Spagna al 37%, Germania al 40,5% etc ( pagina 14 del libro di Cotarelli ).

Una misura che è di certo pesante, inferiore a quella di sei, sette, stati dell’Unione compreso la Francia che è invece al 48%, ma che è da rapportare agli oneri che lo Stato deve poter sostenere per erogare ai cittadini una pacchetto di obblighi che va sotto il nome di Welfare.

Quanto si evade in Italia? Tantissimo. Il Ministero delle Finanze da qualche anno produce una relazione che viene presentata alle Camere con la quale e attraverso la quale tutti sanno, cosi come tutti sanno che sinora le iniziative di contrasto sono state ad efficacia ridotta, dell’esistenza della voragine che ha una natura trasversale ed è a largo impatto sul consenso popolare. ( vedi allegato sul tax Gap conetnuto in un volume di analisi di ben 213 pagine qui pure allegato per i lettori volenterosi)

Agenzia dell’entrate, Istat e Banca di Italia hanno tirato fuori un dato, molto cautelativo, di 111 miliardi. Ci sono nel documento le percentuali riferite ad ogni famiglia tipologica di contribuenti. Se tutte le tasse venissero pagate avremmo di anno in anno un surplus del 5% sul Pil.

E se l’evasione fosse stata, dal 1980 , inferiore di solo un punto percentuale di Pil  il nostro debito pubblico, a parità di spese, oggi sarebbe pari al 70/75 del Pil. E naturalmente avremmo un risparmio privato più contenuto ( vedi allegat sul risparmio privato fonte Banca d’Italia anno 2015 )

E  se poi tutte le tasse fossero state correttamente pagate anche il carico fiscale si sarebbe potuto ridimensionare dinanzi ad una insistente doglianza dei contribuenti più tartassati.

Ma negli altri paesi non si evade? Si, ma non quanto in Italia. Uno studio di consulenza Internazionale Murphy ha stimato l’evasione intorno ai 180 miliardi. E come si evade ? in tutte le Regioni non allo stesso modo e con maggiore o minore incidenza nelle voci fiscali per Iva e Irpef. Ma questo è un altro capitolo da esplorare in seguito.

E poi c’è anche dell’altro. C’è anche una economia sommersa che fa capo alle attività criminali e mafiose che non si traducono in imprese che fanno parte del sistema economico , ma di un sistema economico sommerso i cui dati non solo non appaiono ma che danno luogo a transazioni in nero favorite dal passaggio di denaro contante non tracciato nè tracciabile.

Naturalmente tutte queste criticità del bel paese sono ben note al FMI, all’OCSE, alla BCE, a tutti gli organismi economici internazionali alla Commissione Europea e certamente non favoriscono una lettura della Italia benevola.

Di certo questi fenomeni non solo italiani, appartengono anche agli altri paesi; quel che ci differenzia è il peso e la misura che sono ben lontani dai grading  degli altri nelle rispettive graduatorie note a tutti perchè pubbliche.

E non aver provato a fare molto da’ la conferma di un paese che preferisce soluzioni indolori a spese degli altri.

la ricchezza delle famiglie italiane al 2015 fonte Banca d’Italia

Relazione-evasione-fiscale-e-contributiva       TABELLA 1 tax gap

Per una lettura approfondita sul come, sul chi, sul quando e sul quanto segnalo il libro del 2014 editore Bompiani di Stefano Liviadotti ” LADRI, gli evasori ed i politici che li proteggono”

 

 

 

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Archiviato in debito pubblico, I dati e numeri da non dimenticare

perchè riprendere a scrivere

Ho deciso che non si può abbandonare un percorso avviato, una idea che mi arrovella da sempre.

Come fare per trasferire agli altri le sensazioni, le riflessioni, le argomentazioni, le conclusioni alle quali di giorno in giorno arrivi attraverso tutte le antenne della vista, dell’udito, dell’intelletto, della ragione antenne con le quali sei alla ricerca di strade di buon senso che vorresti appartenessero alla società nella quale vivi, di cui sei parte. Società che vorresti migliorare,  ma di cui cerchi di apprezzare il buono che vedi e le tante pregevoli iniziative di cui sei quotidiamente testimone.

E se doveva essere questa la giornata per riprendere , perchè costretto dalla scadenza del dominio per il quale ho ricevuto l’avviso per il rinnovo, dico si è stata quella giusta. Ed è stata quella giusta perchè è coincisa con l’acquisto dell’ennesimo libro: un libricino sull’Europa che mi ha fatto riflettere e che mi ha indotto a pensare sul fatto che non posso disperdere un patrimonio di informazioni intorno al quale ho lavorato da anni sempre con l’idea di poterne fare un uso più che normale. Cioè metterlo a disposizione degli altri. Ma non lo fanno già i media , i giornali, le televisioni. Non è proprio cosi. Perchè chi non appartiene al mondo strumentale della comunicazione e lo fa per diletto e per studio e o per passione può riuscire a rendere spontanea la comprensione dei dati e degli eventi.

Ed è cosi che si può riusciere a contribuire ad aiutare la società.

Da domani penso di ripopolare il Blog e di non farlo cadere nel dimenticatoio

Napoli li 17 giugno 2018

 

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Il debito pubblico nel mondo e quello italiano.

Qualche nota sul Debito Pubblico di tutti ma soprattutto sul nostro.

I numeri dell’allegato ( esame del debito nel mondo ) sono il risultato dell’indagine  sul debito nel Mondo, in Europa e in Italia,  dell’Istituto for International Finance,  letti e ripresi da Milano Finanza. C’è un approfondimento sul debito pubblico nostro che, come è noto,  dopo quello americano e cinese è  il terzo debito del Mondo, con una particolarità: il cinese è solo per il 6,3% nelle mani di terzi, mentre quello americano è per il 23% nelle mani terze ma soprattutto nelle mani della Cina. Il nostro, invece, è nelle mani dei fondi di terze parti per il 32% circa. Il resto, quasi il 70%, è nelle mani interne; poco nelle mani dei risparmiatori privati  , molto nelle mani di banche,assicurazioni e dei fondi di previdenza privati. Questo gli italiani lo sanno?  Cosa significherà  in termini di bilancio in caso di aumento dei tassi ? è  meglio non dirlo e non farlo sapere in giro.

A giugno è di 2281. Ha prodotto oneri per interessi pari al 41,9% del pil nei 10 anni -dal 2007 al 2017 -( 660 miliardi con una media di 66 miliardi all’anno ) più del doppio della Germania che è al 20,7% , della Francia al 21,9%, della GranBretagna che è al 23,2%. Sono state destinate agli interessi  risorse pari al 14,1%  del saldo primario, contro il 12% della Germania, Francia, Usasa e Regno Unito che in ogni caso hanno avuto un saldo primario negativo. 

Nel 2018 occorrerà collocare 236 miliardi ( nell’anno 2017 sono stati 163 miliardi ). Nei prossimi cinque anni mille miliardi.

Un rialzo dei tassi si ripercuoterebbe come una bomba, innescata da una miccia esplosiva, sui nostri interessi che hanno avuto la dinamica di cui sopra di 66 miliardi di media all’anno. [1]

Riprendo il passo dal giornale finanziario: “Andreotti diceva che a furia di voltar pagina il libro finisce “.

Infatti prima o poi tutto finisce, la pazienza degli investitori stranieri che hanno in mani loro 717 miliardi circa di titoli di stato ed il QE , anch’esso destinato a finire. D’altro canto che in Europa ci sia una preoccupazione infinita per il nostro debito pubblico è indubitato e che ci sia una azione concentrica degli Eurocrati lo è altrettanto. Per l’instabilità politica e l’incertezza  delle elezioni 2018 è altrettanto indubbio cbe essa sia ancora più forte.

I segnali ? La Vigilanza della BCE  sulle banche diventa sempre più stringente, il programma di valorizzazione dei titoli di Stato nei bilanci delle istituzioni finanziarie tutte, che è il nostro caso, è sempre dietro l’angolo, il progetto sulla gestione degli NPL della francese Nouy capo del supervisory bord della Bce che per il momento è solo slittato, gli interventi continui del Vice presidente della Commissione Europea sul nostro bilancio  che turbano i pensieri di Padoan e poi il non più tanto nascosto indirizzo ed assedio di Eurotower con il previo bail- in sui depositi delle banche da bloccare in fase cautelativa danno l’idea della manovra che interessa per lo più su tutte le tematiche il nostro paese.

Qualcuno dirà ? ma solo di questo si devono preoccupare in Europa e non di altro ? cioè non della virata a destra degli orientamenti politici che minaccia proprio l’Europa? Certo anche di questo: ma solo nel tempo.

Ora la scadenza più vicina è data dalle elezioni del 2018.

Ma di tutto questo gli Italiani, quelli del più 35/40% che non vanno a votare, non si debbono preoccupare?

Dell’Italia non si preoccupano e sembra che la nave non sia loro.

Prendo a prestito un passo di Piero Calamandrei,  che penso tutti conoscano, del libro lo “Stato Siamo Noi “.“ La politica è una brutta cosa” si dice “ che me ne importa della politica” : quando sento fare questo discorso, egli scrive , mi viene in mente quella vecchia storiella che qualcuno conoscerà di quei due emigranti , due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una burrasca con delle onde altissime Il piroscafo oscillava. Ed allora il contadino impaurito domanda al marinaio:ma siamo in pericolo? E questo dice: se continua questo mare il bastimento fra mezz’ora affonda. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice : Beppe, Beppe, Beppe se continua questo mare il bastimento affonda. L’altro gli risponde: che me ne importa tanto il bastimento non è mio. Questa è l’indifferenza alla politica.

 Se affonda, affonda non solo per i proprietari, ma anche per tutti i trasportati.

 

 

[1] C’è  un altro pezzo sul blog dedicato alla formazione del debito pubblico, il primo scritto in occasione dell’avvio del blog.

 esame del debito nel mondo

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la memoria corta degli italiani

Di tanto in tanto vale la pena di ricordare un pò di dati , di occasioni, di eventi che non mi pare siano un punto forte non tanto degli uomini comuni ma soprattutto dei politici; di quelli che raccontano la storia a modo loro, di quelli che vogliono far passare idee che non corrispondono ai fatti rimestando e facendo cosi una violenza soprattutto al buon senso ed alla credulità della brava gente che tante notizie non ha e che non dispone di tanta cultura specifica per capire. Ma quel che è strano, ma tanto strano non è , è il silenzio di chi dovrebbe contraddire perchè pagato proprio per fare questo e non dico proprio contraddire ma almeno fare chiarezza.

E dopo aver ascoltato ieri alcune considerazioni sull’Euro mi son detto che forse valeva la pena di recuperare un po di dati e di notizie per offrirle alla lettura dei cittadini

.La memoria corta deglli italiani

La memoria corta degli italiani.

 

Ho inserito nel report che si apre cliccando sul titolo  ( La memoria corta deglli italiani  ) qualche dato che ricorda le ragioni per le quali dopo anni di ECU, di SME, di bande di oscillazione fu inevitabile la Unione Monetaria come prima tappa della nuova Europa immaginata da Altieri Spinelli.

Era certamente la prima tappa; quella che doveva spingere verso le altre superando gli egoismi delle diverse realtà nella consapevolezza che solo un assetto armonico ed ordinato potesse nel tempo sostenere l’architrave tecnica affidata alla Moneta.

Questi alcuni degli eventi economici e politici che precedettero l’introduzione della moneta euro.

Nel 1993 a seguito di turbolenze monetarie nello Sme i ministri delle finanze e i presidenti delle banche centrali decidono di ampliare la banda di oscillazione a più e meno 15.%  rispetto all’ECU.

Nel 1994 ha inizio lo stadio due dell’UME. Viene istituito l’Istituto monetario europeo IME precursore della Banca centrale. All’inizio del 1997 lime presente.

Nei giorni 16 17 giugno del 1997 si svolge ad Amsterdam il vertice degli ’11 capi di Stato e di governo per definire le regole del patto di stabilità che sono quelle riprese dal trattato di Maastricht del 1991.

Solo per dovere di cronaca andrebbe ricordato che l’obiettivo temporale della data fissata per i primi anni del nuovo millennio sembrava azzardata.

Molti paesi erano bel lontani dalle soglie dei valori del trattato di Maastricht, ma rinviare sarebbe stato pregiudizievole; cosi come va anche ricordato che l’opinione pubblica di diversi paesi tra cui Germania Austria e Regno unito, Danimarca, Svezia, Irlanda era scettica se non addirittura contraria al progetto dell’unione.

In particolare in Germania l’euro non godeva di grande fiducia in ragione del fatto che l’unione comportava la rinuncia al marco moneta di grande Stabilità vista dal popolo come un simbolo di prosperità e ricostruzione.

Più del 50% dei tedeschi intervistati riteneva che l’euro avrebbe portato ad una maggiore inflazione.

La data del 1 gennaio 99 viene messa spesso in discussione ; gli argomenti principali erano quelli connessi ai criteri di convergenza considerati troppo severi. Un limitato numero di partecipanti non avrebbe tratto benefici economici dal rivivo e tra questi in particolare la Germania.

D’altro canto ,però, veniva spesso ricordato che l’unione monetaria sarebbe stata in grado di generare effetti benefici per quanto attiene il completamento del mercato unico ed avrebbe sicuramente attratto paesi per le opportunità indotte dai nuovi rapporti.

Infine protrarre ulteriormente la fase di decisione avrebbe determinato una fuga di capitali dai paesi più deboli verso i paesi più attrattivi. Noi eravamo naturalmente nel cerchio dei paesi deboli.

Si valutava poi che l’ingresso nell’UME avrebbe indotto alcuni paesi leggeri nelle gestioni della politica di bilancio a serrare le fila , per rientrare in modelli di maggiore stabilità.

Come si capiva fin dall’inizio i punti deboli del processo UME erano rappresentati dai criteri di convergenza riguardanti i deficit di bilancio e il debito pubblico dei singoli paesi; la stessa Francia e Germania avevano valori superiori nel rapporto deficit Pil ,la Francia il 4,09 e la Germania 3,8

Nel 1996 la Francia aveva il rapporto debito Pil pari al 56% la Germania a 60,7%

Per capire quale fosse il grado di criticità nel quale versava il bel paese è apparso utile recuperare i grafici dell’economia disponibili alla data del 30 settembre 96, grafici ripresi da alcuni istituti finanziari , Morgan Stanley, Deutsche Bank;  grafici ed istogrammi leggendo i quali si capisce come tanti luoghi comuni e tanti racconti favolistici utilizzati spesso e in maniera ricorrente dalla politica del “contro” siano veramente commendevoli e non veritieri se non addirittura falsi e capaci di indurre a giudizi di disvalore inopportuni.

Andrebbe spiegato al popolo, se avesse la buona sensibilità e disponibiltà  ( c’è almeno un 40  % stando ai sondaggi , tra grillini e leghisti che non sentono da un orecchio ), che stenta a capire che in quella fase la medicina per l’Italia non poteva non arrivare da vincoli esterni; una volta assunta ci avrebbe impedito di continuare nelle politiche di aggiustamento episodico e non strutturale, mentre, una volta definito il rapporto lira euro, si sarebbe potuto contare su tassi molto più contenuti visto che quelli degli anni precedenti avevano già determinato forti dissesti della finanza pubblica a cagione di un debito pubblico che si aggirava sui mille miliardi di dollari.

Anche la favola sentita ieri sera in televisione del cambio non rapportato al valore della lira, cambio che ha determinato l’impoverimento della classe media , non risponde al vero non tanto per le conseguenze e gli effetti sul potere d’acquisto interno , quanto sul dato all’ epoca esistente: al 5 giugno del 1997 il valore di mercato rispetto all’ECU era di 1915.69, a fronte di una media di 2025 negli anni 95/96.

La parità centrale dello Sme era fissata in 1906,48 ed il tasso di mercato a fine 1996 era stato di 1.896,38.

Noi abbiamo ottenuto in sede di definizione della parità lira /euro 1936,26.

Senza andare in commenti di carattere socio e economico e politico sullo situazione italiana che già nel 1992 aveva subito le conseguenze della rovinosa svalutazione della lira del 30% circa e ad altre vicende che per ragioni di sintesi si omettono, tra cui i dissesti connessi alle indagini giudiziarie di mani pulite con la liquefazione di quasi tutti i partiti, è molto meglio far parlare i numeri ed i grafici delle slide che si aprono cliccando sul titolo che contiene in parte anche lo scritto.

Queste le note a latere dei  grafici e degli istogrammi che aprirete con il click sul link di cui copra

1)Il dato assolutamente insignificante del nostro mercato azionario rispetto al PI

  1. Il tasso di cambio lira Ecu del mercato già ci vedeva vicino alla soglia di 2000 lire rispetto all’ECU
  2. L’Italia veniva da una curva di tassi che pesava sui conti pubblici in maniera drammatica, nel 93 tassi del 14% , nel 1995 tassi del 14% e nel 1997 tassi dell’8%. Cioè tassi quasi prossimi a soglie da default
  3. Nei differenziali di rendimenti dei titoli di Stato solo Spagna e Portogallo esprimono dati uguali ai nostri.
  4. Ed i rating del bel paese la dicono lunga sull’apprezzamento dei nostri indicatori.
  5. Il debito pubblico è già vicino ai mille miliardi di dollari se si pensa che solo i titoli del debito pubblico in circolazione è pari a 859 miliardi di $.
  6. Solo con il rientro nella SME e con l’impiego del paniere dell’ECU il tasso di inflazione si è portato al 4%.
  7. Il debito pubblico è già al 120% del pil , mentre il saldo di bilancio è a più del 4% secondo solo a quello della Spagna.
  8. La falcidia dell’inflazione che ci narra di un valore al 15 % nell’84 , solo con lo Sme e l’ECU si porta su misure più contenute che vanno dal 10% dell’86 al 4% del 96.
  9. L’talia è ad un meno 25% rispetto al marco nel 1992, anno del crash.
  10. Nel 1995 paga tassi di interesse del 13%, vicini a quelli del Portagallo e Spagna molto più cari di quelli degli altri paesi.
  11. Questo il report del debito pubblico del 1996 /1997 cioè di soli 10 punti in meno rispetto a quello di oggi.
  12. La Pubblica amministrazione nei precedenti anni , a partire dal aveva già costruito un debito pubblico monstre , secondo solo a quello del Belgio e della Grecia.

La Bufala sostenuta spesso nei talk show e sulla rete da parte dei politici avversi all’EURO, sul tasso di cambio , sull’Unione Monetaria non trova sempre interlocutori attenti, capaci e consapevoli ai quali non si chiede loro di esprimere un parere, una opinione, un giudizio sul sistema monetario europeo, che potrebbe essere anche diverso e non favorevole , ma solo di raccontare i dati di cui sopra, cioè la storia ; dati per i quali andrebbero spiegate ai telespettatori le conseguenze disastrose alle quali il sistema  Italia si andava esponendo e preparando.  E forse anche indicare se c’erano altre soluzioni. Il default sicuramente era alle porte e non entrare nella moneta avrebbe significato  l’isolazionismo ed il resto.

La moneta e l’Unione Europea hanno decisamente contrastato, bilanciato molte di quelle discrasie sorreggendo i paesi meno forti e deboli con la soluzione strutturale, quella della moneta, portandoli per mano  ma anche con tanti altri provvedimenti economici e politiche che non possono essere commentati in questa sede.

Varrebbe la pena di riprendere il dibattito costruito sul sole 24 da un Opinionista Economico e studioso Zingales e rileggere le conclusioni alle quali sono arrivati non pochi economisti.

Se trovo un dossier o un link lo aggiungo al pezzo per una integrazione con il testo.

 

 

 

 

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Un omaggio a Ventriglia

 

VENTRIGLIA Volume_ventriglia_ebook

Un gruppo di amici e di estimatori nel ricordo di un personaggio illustre hanno provato a riassumere nel libro editato per l’occasione il valore dell’uomo di finanza e dello stratega delle idee per il Sud.

Inserisco qui di seguito anche il pezzo non ridotto del mio testo che per esigenze di stampa venne privato delle note e delle immagini, in particolare di quella che rappresentava la nuova rete di telecomunicazione della banca portatrice di tante funzioni e caratteristiche fortemente innovative per quel tempo antesignana della madre di tutte le reti: Internet.

nel ventennio che e seguito testo finale del 15 mattina copia (1)b

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La testimonianza …………………..

Ho ripreso questo libro tra le mani solo da poco in occasione di un piacevole incontro rotariano con il genitore di un alunno del Liceo Umberto che si è fatto promotore di una bellissima iniziativa. Mettere in piedi una associazione di ex Alunni del Liceo Umberto di Napoli per individuare percorsi e linee di sostegno esterne alla pur valida scolarità del prestigioso Liceo, uno dei più accreditati della città , che, come si legge dalle pagine scritte sul relativo sito, ha avuto tra i docenti illustri personaggi e personalità note e tra gli alunni altrettanto affermati protagonisti della vita sociale, professionale ed accademica. Uno per tutti il nostro Presidente emerito Napolitano, amico di tante menti illuminate di questa nostra città.
Ho ritenuto, quale genitore di due ex alunni di quel Liceo , di poter dare, a mio modo, un contributo proponendo lettura dei miei scritti a pag. 167 e seguenti del libro ( solo da poco trasformato a mia cura in veicolo multimediale ), scritti che elaborai nel 1994, in occasione del cinquantenario del mio liceo, con il proposito di dare ai giovani in una età prossima alla maturità, non solo quella scolastica,  alcune indicazioni e suggerimenti per costruire il paniere degli attrezzi necessari per affrontare gli impegni universitari e quelli della vita.
E’ stata questa per me anche  una occasione per rileggere quanto ebbi a scrivere ma anche e soprattutto per rileggere i contributi non solo di alcuni miei coetanei ma anche di non pochi alunni che mi avevano preceduto  che nella vita avevano raggiunto tappe professionali di grande valore capaci di rappresentare per tutti uno stimolo ed esempi da imitare.
La rilettura è stata una riscoperta ed un viaggio nel passato e nel ricordo piacevole e ricco di ulteriori insegnamenti nonostante l’età che dovrebbe aver già capitalizzato tante esperienze, tante curiosità culturali e tanti stimoli.
E’ un patrimonio , quello sottomano, che non può rimanere nel chiuso delle circa 300 pagine scritte ed all’interno delle librerie dei soli giovani che lo possedettero e di coloro che contribuirono al testo con il loro impegno.
Per questa ragione l’ho postato sul mio Blog con l’idea di farne cosi una circolazione nella rete segnalandolo a chi avrà interesse a leggerlo ed ai miei ex concittadini di Agropoli, non senza esternare gratitudine a chi coltivò l’idea e chi se ne fece promotore e curatore e cioè al Preside Costabile Cilento e ad mio ex compagno di Liceo Prof Gaetano Di Nardo ( perché non è più tra di noi ), che con la loro idea e la loro opera hanno costruito ” un link”, mi si perdoni il termine non da liceo, tra il passato ed il presente, tra giovani del quel glorioso istituto ove ebbe a muovere i primi passi, da giovanissima insegnante, anche  mia moglie PINA, proprio in supplenza e sostituzione del Prof. di Italiano e Latino dell’epoca , si proprio di Costabile Cilento

Io invece muovevo i primi passi della mia vita bancaria che segnò un duro distacco dai testi tanti amati e coltivati sui banchi di quel liceo.

Libro del cinquantenario del Liceo Dante Alighieri di Agropoli.

L’idea di proseguire nella pubblicazione e messa a fattor comune tramite la rete di documenti datati ( questi sono di 24 anni fa -altri se ne aggiungeranno quanto prima di ben 52 anni fa ) che già al momento della loro stesura apparivano superati dalla enorme velocità nello sviluppo delle idee e della cultura, sempre con l’obiettivo di aprire la mente ai giovani su argomenti di loro interesse, mi ha indotto a selezionare i tre miei lavori contenuti nel libro della scuola.

Li apro cosi alla lettura facilitata- cioè senza lavoro di ricerca, di quanti ritengono di poter cogliere gli stimoli che ho raccolto sulla spinta emotiva dell’entusiastica iniziativa del mio liceo, grazie al Preside Cilento ed all’impegno del caro Gaetano di Nardo, e li apposto con la remota speranza che possano essere letti e che possano essere occasione di riflessione, specie in momenti cosi convulsi e di scarso equilibrio sotto non pochi aspetti.

libro-liceo-agropoli-compressed-pagine d’aniello

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La vicenda del Monte dei Paschi di Siena: un aggiornamento doveroso

Il quadro finale dei reati contestati per le vicende del Monte dei Paschi di Siena si legge nel pezzo del Sole24ore apparso in data 16 febbraio, qui sotto riportato per intero , a firma di Sara Monaci.

Forse varrebbe la pena di rileggere tutta la stampa e la pubblicistica del momento, rivedere le trasmissioni televisive, i talkshow, pesare le parole dei tanti opinionisti, le considerazioni sul sistema bancario, i linciaggi morali e politici, le aggressioni strumentali, le vigliaccate ordite per altri fini e scopi, le ingiurie corse per discreditare la città, la Toscana, insomma le angherie subite dai dipendenti, dai dirigenti sulla malagestio finalizzata a chissa’ quali scopi e finalità.  Naturalmente ora nessuno più ne parla.
C’è da domandarsi: hanno fatto più danno i dirigenti rinviati a giudizio per le incaute operazioni gestionali che non arricchirono nessun se non il venditore della banca acquistata e la banca che si prestò per l’operazione di maquillage del Bilancio o la canea delle opinioni che si scatenò in argomentazioni che nessuna pertinenza avevano con il fatto specifico ? una incauta operazione strategica costata più di quanto non dovesse, con perdite di bilancio  mascherate che hanno dato luogo a due capi di imputazione specifici, il falso in bilancio e l’ostacolo di vigilanza, ed all’aggiotaggio come evento esterno alla banca ?

Tutti i giornali ed i giornalisti che firmarono i pezzi forse dovrebbero rivedere in gran parte le loro opinioni e ridimensionare la vicenda nei termini in cui ebbe a verificarsi e per la quale scrissi alcune note su questo Blog in tempi non sospetti.

Http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/ del 18 febbraio 2016

“Inchiesta Mps, il Pm chiede il processo per gli ex vertici” Chiesto il giudizio a Milano per Vigni, Mussari e altri 11 indagati

MILANO Dopo un mese dalla chiusura delle indagini, arriva la richiesta dei procuratori di Milano per la maxi inchiesta sul Monte dei paschi di Siena, avviata a Siena e poi trasferiti alla procura meneghina. I pm Giordano Baggio, Stefano Civardi e Mauro Clerici chiedono il rinvio a giudizio per 13 indagati, tra cui l’ex presidente Giuseppe Mussari e l’ex dg Antonio Vigni, oltre all’ex responsabile finanziario Gianluca Baldassarri e all’ex capo dell’area finanza Daniele Pirondini.

I reati ipotizzati dalle indagini, condotte dal nucleo di Polizia Valutaria della Gdf, sono il falso in bilancio, l’aggiotaggio (motivo per cui l’inchiesta è stata trasferita a Milano) e l’ostacolo alla vigilanza relativamente ai contratti derivati Santorini (sottoscritto con Deutsche Bank), Alexandria (con Nomura), Chianti Classico, Nota Italia e l’operazione Fresh 2008 – quella che rese possibile l’aumento di capitale per l’acquisto di Banca Antonveneta nel 2008.

A Milano dunque i fascicoli che risultavano prima separati – quello sui prodotti derivati e quello sull’acquisto di Antonveneta – sono stati riuniti in un unico dossier, con reati equiparabili. Il conto dei derivati, per gli inquirenti, è salato per Mps, che ha dovuto occultare 1,5 miliardi di perdite.

Nell’elenco degli indagati compaiono anche manager che risiedono a Londra, tra cui Raffaele Ricci, responsabile delle vendite per l’Europa e il Medio Oriente di Nomura, a cui viene attribuita la paternità del derivato Alexandria, concepito prima nell’istituto di credito Dresdner e poi rinegoziato una volta entrato nella banca giapponese. Ci sono anche Sayeed Sadeq, ex ceo di Nomura; Ivor Scott Dunbar, ex manager di Deutsche Bank e, in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa, anche i tre istituti di credito coinvolti, Mps, Deutsche Bank e Nomura.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti i derivati sono serviti a camuffare le perdite reali, che nel 2008 erano pari a 645,3 milioni e nel 2009 pari a 362,4 milioni. Poi nel 2010 gli utili dichiarati erano stati 1,3 milioni a fronte di 781,3 milioni reali, mentre nel 2011 ci furono 6 milioni di perdite. Si sottolinea «l’errata contabilizzazione nei prospetti 2008-2012» di Alexandria, Santorini e Nota Italia, che avrebbero dovute essere calcolati a saldi chiusi.Per quanto riguarda la vendita di Fresh (obbligazioni convertibili in azioni), rimane l’impianto di indagine già evidenziato dai procuratori senesi e dal nucleo Valutario, 3 anni fa: l’operazione servì a “simulare” un aumento di capitale mentre invece si sarebbe trattato, in realtà, di un debito. «Non venivano descritti in modo compiuto i Fresh 2008 e non erano descritti i totale return swap sottoscritti da Fondazione Mps (allora azionista di controllo di Mps, ndr) e con i quali l’ente sottoscriveva indirettamente i Fresh 2008 per un ammontare pari a 490 milioni, lasciando intendere che i prodotti erano stati collocati solo con qualità creditizie». Il collocamento era stato realizzato da Jp Morgan.La procura di Milano ha riunito tutto in un unico fascicolo con un filo logico: i derivati sarebbero serviti a nascondere (e quindi aggravare) il crollo di liquidità a seguito all’acquisizione di Antonveneta da parte dell’istituto senese, costata 9 miliardi, a cui si sono aggiunti 8 miliardi di finanziamenti per la normale attività bancaria presi in prestito da Abn Amro, proprietaria di Antonveneta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Sara Monaci

Chi vuole approfondire le ragioni di questo pezzo non ha che da aprire il link qui di seguito nel quale sono stati recuperati parte dei titoli di stampa e le considerazioni giornalistiche per le quali mai basterà il richiamo di “ECO” che nel suo penultimo libro ANNO ZERO tracciava della stampa e dei quotidiani un quadro non esaltante,  stampa che non sempre fa buona informazione specie se ordita per altre finalità ed incapace spesso di distinguere tra ” fatti ed opinioni”.

La Vicenda del Monte dei Paschi di Siena



 

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Agenda digitale e gestione d’impresa

AGENDA DIGITALE E GESTIONE D’IMPRESA

La gestione d’impresa non va mai disgiunta da un anelito di innovazione sistematica.

Chiamata questa, come si vuole, con il gergo largamento abusato di innovazione di prodotto, di processo, di cultura, di approccio al mercato, di finanza innovativa o altro impone al management di pensare sempre al nuovo come abitudine mentale.

La prassi operativa senza generazione di valore nelle piccole come nelle grandi cose porta, infatti, nel tempo le imprese al graduale indebolimento se non al declino.

Chi scrive sa per certi questi principi , per averle appresi da giovane nel 1979/80 nel ruolo di consulente interno della banca partecipando ai lavori del  Gruppo McKinsey, gruppo che all’epoca si presentava con nomi del calibro di Gian Emilio Osculati, Enrico Cucchiani, Alberto Amaglio ed altri, personaggi divenuti managers di eccellenza, a livello nazionale ed internazionale, posti in seguito a capo di grandi imprese bancarie, finanziare e di multinazionali.

La consulenza strategica era stata chiamata per riorganizzare gli assetti di Filiale con la costituzione di Aree funzionali per il governo del territorio e per ridefinire organigrammi, posizioni, ruoli nella rete. Da quei managers ha tratto l’insegnamento del fatto che il processo organizzativo e di innovazione deve essere un dato permanente delle aziende eccellenti.

Nel 1984 Osculati scrive il libro delle 7S “Organizzare con successo”; l’arte di gestire una azienda. Libro che pervenne in dono con l’invito a studiare ed a meditarne le applicazioni concrete. In anni successivi, dal 1988 in avanti, in occasione del progetto strategico dei sistemi informativi l’inesperto bancario aggiungeva alle prime nozioni di carattere generale un secondo insegnamento ancora più pregnante cosi declinabile: “se non si dispone di risorse e strumenti e idonei, l’anelito all‘innovazione raccomandata come modello o ancora come habitus culturale o persino come modulo di governance imposto da regolamentazioni speciali ( nelle banche come anche nelle aziende ) da solo non porta a nulla. [1][2]

Il materiale di studio

Non è un caso che ancora oggi gran parte delle fonti disponibili in rete di ogni genere, delle tante società di consulenza e le fonti delle università di rango, utili anche per fare convegni e presentazioni o per scrivere altri libri, alla base ed a fondamento della parola “innovazione”, abbiano un unicum condiviso: indicano cioè sempre modalità di processo nuove, coerenti con i tempi e i mercati che insistono su investimenti in IT – information tecnology, Tl-c Telecommunication  e softwares.

Con questi ultimi in particolare si ridisegnano i processi operativi, gestionali e strategici ( Bpr- business process reengineering) con applicazioni scritte e pensate da chi ha la padronanza assoluta delle materie di riferimento sulla base delle indicazioni target dell’alta direzione delle aziende se non addirittura dei Consigli di amministrazione.

Non c’è, infine, rivista mensile prodotta da ognuna di queste società di consulenza e dalle Università di rango, nazionali o estere, che non ripeta forte l’invito per i managers di ricercare sempre l’impiego di risorse strumentali innovative, non disgiunte dalla rivisitazione dei processi supportati da applicazioni coerenti con il nuovo disegno sotteso.

L’angolo di osservazione delle posizioni [3]ricoperte in azienda da chi scrive, nelle quali risiedevano per definizione obiettivi di cambiamento, ha rafforzato quel convincimento e quelle nozioni.

L’azienda non avrebbe potuto portato a casa nulla di nuovo se nella gestione del ruolo con responsabilità di risultati non si fosse potuto disporre e contare sugli “strumenti” della innovazione costituiti dalle leve sostanziali, utili per imporre il cambiamento.

Imporre il cambiamento e non suggerire.

Le leve ( Information technology, Tlc telecomunication e softwares ) rappresentano il grimaldello per scardinare burocrazia, prassi, posizioni di rendita, comportamenti , parassitismi etc etc e per produrre reale innovazione pur con le inevitabili controindicazioni che generano migrazione di uomini e talvolta anche snellimenti non condivisi dalle controparti sindacali.

Chi nella banca non si occupa di credito, di commerciale e di finanza di fatto non appare, vive nell’ombra: ma se sta nella supply chain  con poteri riesce a guidare la macchina e contribuisce a dare le accelerazioni giuste.

La azienda delle persone neppure si accorge giorno per giorno, dei profondi cambiamenti che arrivano, che li riguarda e che modificano il sistema di lavoro di riferimento. [4]

Un caso concreto.

 Nel 1996, dopo i noti eventi della Bad Bank , il Banco di Napoli imboccò la strada di una innovazione radicale :dieci i progetti strutturali[5] che ne cambiarono il volto e l’assetto funzionale. Contribuirono a modificare all’esterno la percezione ed il valore. Nei fatti si ridiede un diverso assetto alle funzioni commerciali ed alla rete, cioè agli sportelli e di conseguenza anche alla direzione generale nelle rispettive aree di governance: commerciale, credito, finanza.

Tutti i progetti ebbero a supporto ricche implementazioni nei sistemi informativi.

Sarà stato anche a cagione di ciò ed una cosa si può ben dire: il valore iniziale del nuovo corso dopo la pulizia dei crediti era stato nel 1996, al 31 12 a chiusura di bilancio, di circa 60 miliardi; richiese per sopravvivere una ricapitalizzazione di circa 2000 miliardi con l’apporto di fondi nuovi. Ma nel 2001, alla fine della corsa durata 5 anni e di tutti i progetti portati a termine, il prezzo di vendita divenne di miliardi 6000 circa. In quel dato finale va sicuramente individuato parte del goodwill connesso ai grandi cambiamenti ed alle innovazioni resi possibili con gli investimenti che avevano consentito anche adeguati snellimenti e pulizie; cioè era stato fatto un buon “LEAN”.[6]

Buona parte di quel goodwill nasceva dalla rinnovata capacità di gestire il mercato ricostruita attraverso il ridisegno di tutte le funzioni, soprattutto nei processi di filiale, supportati da adeguati e riscritti sistemi legati all’uso della risorsa tecnologica. Senza information Technology nulla sarebbe stato possibile né prima né dopo. Per questo progetto la banca si avvalse della Boston Consulting Group, leader nel mercato mondiale delle strategie commerciali. Il gruppo di consulenti contava sull’apporto di un team di eccellenza guidato da un leader partner: Massimo Busetti.

 

Un piccolo confronto con le esigenze della nostra società e con la Agenda digitale

Questa è la ragione che induce a coltivare e ad insistere sulla focalizzazione della mission manageriale sull’Agenda digitale nazionale[7], mission che deve riguardare tutte le posizioni di governance nella pubblica amministrazione e nel settore pubblico allargato e nelle imprese private.

Per portare risultati concreti nella società e nelle aziende occorre far parlare tutti di Agenda digitale,  anche i cittadini.

Ed occorre individuare centri che, a collaterale della stessa pubblica amministrazione, si facciano facilitatori e carico di questa mission informativa e divulgativa.

Tutti lo sanno, tutti lo dicono, tutti fanno congressi sul cambiamento ma il cambiamento non avviene.

Perché? perché l’Italia non cambia, la Pubblica amministrazione non cambia, le università non cambiano, i cittadini non cambiano ?

La risposta non è difficile. Non c’è una diffusa e consapevole informazione, non degli addetti ai lavori che si autorefenziano e che spesso fanno ciò che serve solo a loro, ma dei destinatari delle diverse agende nei “diversi settori” applicativi della vita: che sono tanti quante sono le aree nelle quali il cittadino si pone come controparte o soggetto attivo,  in qualità di civis digitale, di soggetto destinatario dei nuovi diritti dello status di cittadino digitale in una società che deve puntare per competere in una Europa che corre e che cammina ad una velocità diversa ( per non dire di altre zone nel mondo ) sullo sviluppo delle cinque “E” scritte già nel trattato sull’Unione Europea del 1993 e ribadite nel successivo trattato di Lisbona del 2007 :  E-gov. E-healt, E-learning, E-Commerce, E-enterprise.

Gli esempi sbagliati

Spesso per disseminare incertezze e indebolire il processo si fanno esempi sbagliati ( è capitato recentemente e perciò si cita il caso); si indica la Giustizia, che ha tanti altri problemi, come pecora nera in negativo del processo digitale. La giustizia, evvero, ha un ritardo decennale, ma ora è un cantiere enorme, è in itinere ed è a grande impatto e sta sconvolgendo la società del diritto.

Nelle relazioni dei giudici della suprema Corte di Cassazione di qualche giorno fa se ne è fatta una interessante rappresentazione e sono stati dati tutti i numeri dei processi e dei risparmi già conseguiti da parte di tutti. [8]

Forse sarebbe bene parlare, pertanto, avendo a disposizione fonti e documentazioni ed averle lette.

In altri termini alcune resistenze sono state fiaccate cosi come sono stati forniti anche gli strumenti; magistrati ed avvocati sono ora alla frontiera di un nuovo secolo. I dati parlano da soli. I cittadini utenti forse non sanno che anche ad essi è consentito seguire l’evoluzione delle cause che li riguardano.

Quindi non si può continuare, come si legge, a fare l’esempio della duplicazione della documentazione anche attraverso il cartaceo, cioè dei casi limite, frutto di decisioni di taluni tribunali su cui certa stampa ha fatto ricami.

Anche i giornali ci mettono del loro per non aiutare. Sulla serietà sino in fondo e sulla verità sino in fondo dei giornali c’è talvolta da dubitare.

Anche la stampa deve subire il poderoso processo di innovazione che non è senza tecnologie. L’agenda delle società editrici è in grosso affanno deve prendere piede altrimenti le testate scompaiono o scoppiano. Occorre leggere i numeri che li riguardano per capire. La caduta nella vendita dei giornali, non compensata dalla crescita delle testate on line, diventati appena 3,2 milioni di copie a livello nazionale la dice tutta. In un anno il settore ha  fatto registrare un meno 400 mila copie.  Forse anche l’editoria deve prendere atto, come sembra stia accadendo, che ha bisogno di un’agenda digitale che alzi soprattutto il livello qualitativo all’informazione su cui c’è tanto da riflettere.

Il benaltrismo altro tentativo per menare il cane per l’aia.

C’è poi chi invece vorrebbe dall’innovazione ancora di più: cioè il ben altro, frutto della filosofia del benaltrismo. Chi evoca grandi disegni strategici inattuabili con le risorse che si hanno sottomano non si sofferma troppo sulle esigenze attuali. Le grandi novità hanno i loro tempi di incubazione e prima di diventare “fatti” abbisognano di tanti elementi a contorno, prima di tutto di un sistema di produzione e di gestione di adeguato livello che in Italia, si sa, non c’è avendo noi tanti anni fa rinunziato ad investire nelle aziende di It strategiche e nelle grandi aziende di sviluppo del softwares. Olivetti insegna. Siamo una società/ nazione dipendente senza players nazionali. E meno male che c’è tanto interesse per le nostre cose al punto che l’ultima società di software italiana, la Engeneering spa, sta per passare di mano e cosi potremo finalmente dire di non disporre di nessuna azienda strategica con la governance stretta nelle mani di imprenditori nazionali.

Dobbiamo perciò, forse, essere un pò più umili e concreti prima di invocare altre opportunità quali ” l’internet 4.0 o l’internet degli oggetti”, naturalmente in mani altrui, frutto di aspirazioni apprezzabilissime che danno  solo l’idea della cultura in movimento da parte di chi ne parla.

Sarebbe, quindi, molto meglio focalizzarsi su un minimo di agenda digitale, anche cittadina se serve alla collettività di riferimento, in un’Italia  che stenta , aiutando a demolire le tante resistenze ancora in campo perché i cittadini, i veri fruitori dei vantaggi finali, sono tenuti lontani  dalle informazioni giuste.

Che sono quelle che riguardano la pubblica amministrazione dei burocrati, delle dirigenze nascoste, della medicina che si scontra sulle scartoffie dei meandri amministrativi e delle imprese che non fanno dell’innovazione la loro leva fondamentale ,sempre preoccupate di non rendere trasparenti i loro bilanci e le loro caratteristiche, specie nel nostro mezzogiorno. Ragione quest’ultima che spesso priva le imprese della possibilità ed opportunità di accedere alle fonti finanziarie agevolate che prevedono la massima trasparenza e leggibilità dei loro dati.

 

Un cenno alla innovazione strutturale di Sistema, cioè degli assetti

 Anche questa nota nasce da un utile confronto sul tema della innovazione come spinta a produrre cambiamenti

Tutto quanto innanzi non esclude ma anzi postula come prioritaria l “innovazione strutturale della società”.

E’ questo un discorso diverso ? No; è solo di più alto profilo politico e di cambiamento radicale perché riferito al quadro socio economico e delle regole istituzionali.

La “Mazzuccato”, nel suo volume lo Stato innovatore, ad esempio, ma lo fanno anche altri autori, ripropone paradigmi sul ruolo dello Stato che solo sino a qualche anno fa venivano considerate bestemmie dal liberismo. E’ una visione che deve naturalmente fare i conti con la UE.

E’, quella della Mazzuccato, una proposta innovativa di fondo sul ruolo dello Stato; che viene molto prima di tutte le altre. E’ molto stimolante perché rimette nelle mani dello Stato leve importanti della innovazione quando esse non possano essere curate e coltivate dai protagonisti dell’economia reale: imprese e soggetti privati che per definizione hanno ruoli limitati e poco incisivi.

Non è un caso che il secondo capitolo del suo libro sia poi così intitolato: tecnologia, innovazione e crescita. Se ne consiglia la lettura.

Ma come ben si comprende è un cambiamento che attiene alla concezione del ruolo della macchina statale che postula ben altri modelli Istituzionali destinati ad aprire fronti di battaglie politiche che appaiono, alla sola idea, improponibili.

Il tema rientra nello scenario culturale che si legge nel testo di Daren Acemoglou e James A. Robinsonperché le nazioni falliscono”, tomo di ben 452 pagine in cui si sostiene che le innovazioni strutturali sono all’origine di potenza, prosperità e povertà delle nazioni e fanno la differenza tra le Nazioni.

 

Sono a fondamento delle iniziative sui cambiamenti istituzionali, tanto necessari ma altrettanto contestati nel caso Italia soprattutto da chi dice che di  quelle riforme il popolo non sente il bisogno, che stanno facendo perdere solo tempo e pace sociale mentre occorrerebbe pensare ad altro, a cose più terra terra: lavoro, occupazione etc etc. Che pure non vengono trascurate. Forse non è superfluo anche dire che il popolo ne ignora gli effetti, e che i politici ben si guardano dallo svenarsi perché più impegnati sul risultato elettorale immediato e non sulla stabilità che è un valore di lungo periodo.

Naturalmente non si può essere d’accordo con queste opinioni alimentate anche da una parte minoritaria della sinistra dem, nel paese, oltre che dai partiti di opposizione. Per questi se ne può comprende la posizione ostativa.

Talvolta, come succede da noi, è proprio l’assetto istituzionale a fare da freno alle innovazioni secondarie, ma non di secondo livello , dei processi , delle procedure e delle applicazioni legislative.

L’esempio dell’Italia calza a pennello per le tematiche trattate, giacchè proprio le autonomie e le autarchie delle Regioni e dei Comuni (che si vogliono in parte modificare melius ridimensionare con la modifica del Senato ed altro) sono e sono stati il freno più evidente alla diffusione di una infrastruttura di sistema nell’It o nella gestione dei data base e dei softwares per la pubblica amministrazione.

Abbiamo sin qui realizzato un paese di arlecchinate informatiche per sistemare le quali e ricondurre tutto ad armonia occorreranno sforzi immani che poco c’entrano con i sistemi e che invece attengono alla impenetrabilità delle mura tecnologiche erette per le gestione del particulare.  E tutto questo è avvenuto in un paese nel quale le autarchie hanno prodotto altri guasti ben noti: nella Sanità e nella politica, territori sotto controllo. Figuriamoci cosa è successo nell’It nella quale il Governo Centrale non ha mai avuto un potere reale al punto che tutte le norme del CAD ( Codice della amministrazione digitale ) sono norme imperfette cioè senza sanzioni; affidano ai comportamenti virtuosi delle amministrazioni periferiche ( Regioni, Province (ex) e Comuni ) la attuazione delle direttive.Il che è quanto dire.

 

 

Federico d’aniello

Ex ceo dei sistemi informativi del Banco di Napoli

 

http://www.agid.gov.it/

[1]

[2] Il fondamento del nuovo assunto entrò nella cultura dei manager con i tre libri sotto richiamati ( ricevuti naturalmentein dono da studiare e conservare  tra quelli basilari perché fondamentali nella professione del bancario che innova):  Information system management in practice 1990 , di Barbara Mc Nurlin e Ralfh H.SpragueJr;  The Business Value of Computers An Executives Guide 1990, Paul A. Strassmann e Technology in Banking  Creating Value and Destroyng Profits 1989  di Thomaa Steiner e Diogo B Texeira  ( tutti di case editrici americane ).Costituivano all’epoca il cavallo di battaglia della scienza americana dell’innovazione anche a supporto delle teorizzazioni di Drucker , teologo della scienza organizzativa.

 

[3]Titolare dell’area amministrazione della Filiale di Napoli , filiale con un numero enorme di addetti di circa 1400 unità ( anni 85/88), CEO nei sistemi informativi( 88/94) con 600n addetti, nell’Organizzazione ( 96/2001) Capo della Funzione Organizzazione della banca  per le filiali e la direzione generale

[4] Una testimonianza ed una lezione alla università di Pavia per la cattedra di Diritto Pubblico del prof Cordini sul tema benchmarking tra e-gov e l’e-banking, di cui si conserva il testo, ha consentito di raccontare i motivi del successo del sistema bancario in generale nel particolare settore della innovazione nel confronto con la lentezza e la vischiosità della macchina pubblica

[5] [5] Di essi si dispone di una ricca documentazione che di tanto si rilegge per valutare cosa è stato trasferito nella fase del passaggio al San Paolo

[6]Opera di efficientamento, snellimento, razionalizzazione: metodologia applicata dalla grandi aziende internazionali che nasce alla Toyota e che è ora impiegata in tutto il mondo anche nelle nostre medie aziende del Nord Est.

[7] I cui testi possono essere consultati e scaricati sul sito dell’Agid e che sono stati riscritti da ultimo per tenere conto di tutte le recenti aperture previste dai finanziamenti europei 2014/2020 e dalla legge di stabilità per l’anno 2016

[8] Alcuni dati , ma solo alcuni: Oltre 10 milioni di depositi telematici, con una media di 800.000 al mese, destinati ad aumentare con l’introduzione a giugno 2015 della possibilità di deposito telematico degli atti introduttivi del giudizio; 36 milioni di comunicazioni consegnate via PEC, circa 1,2 milioni al mese, con un risparmio stimato di circa 124 milioni di euro; quasi 6 milioni di accessi al giorno alla consultazione dei registri e dei fascicoli; oltre 20 milioni di documenti informatici archiviati e gestiti dai sistemi civili; garanzia di accesso per 1 milione di utenti fra magistrati, avvocati e consulenti del Tribunale iscritti nei pubblici elenchi, oltre a tutti i cittadini potenzialmente interessati da un procedimento giudiziario civile.

 

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L’Università on line :una occasione da non perdere

Traduzione di un articolo apparso su una rivista della Società di Consulenza strategica BOSTON CONSULTING GROUP .

“Il numero relativamente piccolo di persone che, In un passato non troppo lontano, ha preso lezioni on-line negli Stati Uniti ha visto una crescita all’alternativa dei corsi tradizionali tenuti in classe . Gli adulti in carriera e i giovani hanno approfittato delle lezioni on-line gradite a causa della convenienza concessa loro di imparare sempre e ovunque. Nella mente di molte persone i corsi di laurea online sono stati quasi sempre associati a scopi lucrativi delle associazioni, delle istituzioni, anche se sono state molte le istituzioni non profit che hanno proposto corsi individuali on-line.
Oggi, quello che una volta era considerato un mezzo educativo di nicchia è diventato parte del mainstream.

Ad esempio, il 60 per cento di istituti secondari propongono offerte di corsi online. E la percentuale di studenti di istruzione superiore attualmente iscritti ha almeno un corso on-line ed è ad un massimo storico del 34 per cento, ovvero rappresentano circa 7 milioni di studenti-con iscrizione online con una crescita  di almeno cinque volte di più rispetto al numero alle iscrizione totale. Più di 3 milioni di studenti, il 15 per cento di tutti gli studenti dell’istruzione superiore, stanno attualmente imparando, principalmente attraverso corsi on-line, come studiare in un programma che è per lo meno per l’80 % in linea.

Tale cifra era del 6% per cento un decennio fa.

La formazione on-line è associata ad una vasta gamma di istituzioni educative, tra cui si registrano alcune delle più prestigiose università senza scopo di lucro del paese. Ciò che aveva generato un’opportunità basata su un trade-off qualità /convenienza si è modificato in una percezione del livello di qualità costruito sulla reputazione e su una modalità di insegnamento che richiede meno compromessi.

Un sondaggio BCG su oltre 2.500 studenti e 675 genitori e con-aziende americane ha confermato queste tendenze che si arricchiscono di nuove opportunità per esempio con l’esperienza degli studenti in corsi blended (che combinano on-line e l’istruzione in-class). In linea con le stime di cui sopra, i risultati del BCG US Education Sentiment Survey indicano che la percentuale di studenti attualmente con un corso online si attesta al 30 per cento degli studenti post-secondaria.

Si stima inoltre dal sondaggio che il 16 per cento degli studenti post-secondaria sta attualmente imparando principalmente attraverso corsi on-line. Inoltre, la ricerca di BCG ha identificato gli atteggiamenti universali sulla formazione on-line tra gli studenti e genitori.

La indagine ha mostrato che gli studenti in tutti i dati demografici e posizioni sociali vogliono combinare  gli online con corsi in aula tradizionali, per creare un’esperienza di apprendimento che coniuga le impostazioni virtuali e tradizionali. In realtà, la nostra indagine indica che più del 25 per cento degli studenti è attualmente in corso almeno un corso blended.

E’ anche emerso che gli studenti desiderano un maggiore livello di interattività .

Le istituzioni che non riescono a prepararsi a questi cambiamenti e rispondere alla drammatica maggiore concorrenza tra offerte online rischiano di perdere la quote di pertinenza e la quota di mercato globale. Quelle che si adattano scopriranno enormi opportunità non sfruttate per la crescita, nuove piattaforme per l’innovazione ed il potenziale modo di trasformare le inclinazioni con cui le future generazioni di studenti impareranno.”

IL  CASO ITALIA

Siamo il paese con il più basso indice di e-learning, con il più basso indice di studi che si perfezionano on line.In compenso siamo il paese con il più elevato indice di costo amministrativo e di gestione in tutti gli ordini di scuola.E non è un caso il dato rappresentato dal fatto che solo il 40% dei giovani tra i 25 ed i 40 anni ha un titolo di studio di cultura terziario, mentre solo il 15% tra i 55 e 64 anni ne dispone.La percentuale aumenta di 10 punti nella generazione degli anziani.Dopo il Brasile siamo il paese con la percentuale più bassa di laureati.

Analisi

In Italia gli studenti iscritto ai corsi delle Università Telematiche on line sono appena 46 mila circa. Le Università tradizionali appaiono restie ad aprirsi del tutto e non riescono a cogliere le opportunità che si presentano con l’impiego delle tecnologie che nei paesi avanzati e nei paesi Europei lungimiranti si stanno offrendo ai giovani.

Università Telematica Guglielmo Marconi                                                                                         9455          4.868                       14.323

Università telematica Unitelma Sapienza di Roma                                                                            873             772                          1.645

Università Telematica Internazionale Uninettuno di Roma                                                         5939          3351                          8.710

Università Telematica Niccolò Cusano di Roma                                                                               7240          4550                        11.790

Università Telematica San Raffaele di Roma già UNITEL                                                             609             359                             968

Università Telematica “E-Campus di Novedrate (Co)                                                                     6683         3572                         10205

 

In un fondo della settimana scorsa su un importante settimanale in merito alla riforma della Scuola in generale si osservava, e ciò vale per ogni ordine di scuola ed anche per le Università , che quel che conta nel processo di formazione non sono i contenuti, che possono essere visti in funzione degli obiettivi e delle finalità professionali a tendere, quindi non il cosa , ma il come.

Forse anche le Università devono fare una profonda riflessione e rendere sempre meno cartacea, libresca e frontale, la modalità di insegnamento e sempre meno statiche le lezioni.

Ne trarranno vantaggio tutti e soprattutto gli iscritti che sono circa 1700000 costretti in ragione della mobilità, dei costi e dei vincoli di tempo ad una dispendio di energie non indifferenti che potrebbe essere di certo più contenuto se solo si pensasse che almeno una parte, solo una parte, ad esempio riferita alle lezioni meno impegnative che richiedono una minore interazione con la didattica visiva e frontale, si svolgesse con la modalità on line

L’ apporto in termini di contenuti non ne risentirebbe e potrebbe essere colto con continuità di tempo, con una disponibilità senza limiti spazio e con costi marginali bassissimi. E forse anche le stesse Università una volta fatto l’investimento potrebbero trarne non piccoli vantaggi in termini di conto economico.

Napoli li 7 aprile 2015

IL CASO NAPOLETANO DELLA FEDERICO II ” FEDERICA”.

Leggiamo con vivo compiacimento il volume “Federica Eu” della nostra Federico II di Napoli,  consegnato in uno al settimanale Sette del Corriere della Sera di oggi, intitolato a “Lezione con un click “! In esso si parla della nuova rivoluzione culturale che ha la forza di Gutenberg e la velocità di Internet. Solo qualche settimana fa in una conversazione con il Rettore della Federico II nel corso di una serata rotariana se ne ebbe a parlare. I Mooc ( Massive open online courses ) corsi on line aperti e pensati per una formazione a distanza ( con piattaforme varie  di Università Italiane che sfruttano persino produzioni di origine extranazionale ) sono un buon inzio, giacchè, pur essendo diretti a famiglie di utenti  le  più disparate, giovani, docenti,professionisti e semplici appassionati, non hanno ancora la finalità di erogare servizi di formazione per completare un intero corso di studi come fanno le Università Telematiche sopra citate figlie del provvedimento Moratti istitutivo delle Universita online.

Anche le Università al pari di tante altre Istituzioni ( Sanità, Giustizia)  sono nella fase storica di un passaggio epocale. La carenza nell’E-learning ci veniva rimproverata dall’OCSE già più di un decennio fa.  Il guado è lungo, perchè non bastano i dati citati nel volumetto, pur importanti, per connotare FEDERICA EU della patente di  Università on line  : 40 corsi, 600 lezioni, 10000 slides, 1800 video, 3000 immagini. E’ di certo un significativo passo in avanti ; costituisce la precondizione del progetto finale. Ma alle spalle occorrono ben altri investimenti e progetti di elevato contenuto organizzativo ad ampio impatto. Quel che serve è la possibilità di aiutare i giovani a cogliere tutte intiere le opportunità della formazione a distanza, consentendo loro di completare almeno per ogni corso di laurea una quota degli insegnamenti, quelli possibili, con innegabili vantaggi per la collettività tutta a fronte di investimenti che hanno un ROE elevatissimo. Le analisi costi e benefici sono sotto gli occhi di tutti specie quando i dati di conto economico sono importanti come quelli della Federico II in uno a quelli della platea di studenti, circa 85000.

si allegano anche i link dei pezzi comparsi su Repubblica edizione Napoli e Corriere del Mezzogiorno di alcuni giorni fa.

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/arte_e_cultura/15_aprile_16/federicaeu-campione-web-learning-f2c497e4-e424-11e4-8e91-005682cf2ca0.shtml

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/04/16/anche-la-federico-ii-va-sulla-rete-lezioni-gratis-on-line-dal-21-aprileNapoli01.html?ref=search

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Ricominciamo dal basso

 

Prendo lo spunto dal pezzo di Piero Ignazi pubblicato di recente sul settimanale l’Espresso intitolato “Un terremoto lungo un anno : è Renzi “.

Per caratterizzare il momento nel quale da poco più di un anno si è calata l’azione del Royal baby, come lo ha definito Ferrara e come meglio lo ha anche caratterizzato Friedman nel suo recente libro “ Ammazziamo il gattopardo”, affido alla lettura dei numeri la comprensione del contesto macro e socio economico del nostro paese.

Dalla loro lettura può trarsi il profilo di inadeguatezza del nostro sistema paese, politico e sociale, incapace di reggere la competizione imposta dal contesto globale e di continuare ad assicurare e garantire alla società il  Welfare previsto dalla carta Costituzionale oltre che dai principi generali, comuni, di solidarietà.

Molti dei dati del nostro sistema economico e sociale e molti dei deficit del nostro assetto organizzativo di paese non rappresentano neppure l’elemento più sconfortante se messi a confronto con quello dei valori e del disagio morale ed ideale nel quale il paese è sprofondato nel ventennio seguito ai grandi sconvolgimenti successivi al 92; data spartiacque, quest’ultima, che ha dato inizio al periodo che va sotto il nome di seconda repubblica.

La seconda, infatti, avrebbe dovuto cancellare gli effetti devastanti della prima emersi proprio da quella data con lo storico giustizialismo che produsse la cancellazione del sistema dei partiti.

Le responsabilità del ventennio (gli anni sono ormai  23 ) naturalmente non stanno da una sola parte. Ce n’è per tutti, nessuno escluso, ed anche per i cittadini abituati a chiedere sempre di più nel decennio di indulgenze che precedette la seconda repubblica e che diseducò gli italiani e i tanti organismi  e i tanti  corpi sociali che non hanno giammai rappresentato le istanze collettive ma solo quelle de ceto di riferimento.

Le responsabilità , infatti, vanno distribuite tra attori protagonisti del progetto di sfascio e tra compartecipi,  tra comparse consapevoli, silenti e consenzienti, tutte moralmente quanto meno da censurare.

E’ impossibile pensare che la politica non abbia avuto la percezione delle criticità di cui non hanno reso consapevole ed edotto il paese. Vicinanza, direttore del settimanale l’Espresso nel suo ultimo pezzo ” Se Renzi si affranca dal partito dei giudici” a proposito delle responsabilità politica  annota: ” certo le responsabilità non sono paragonabili ma il mix resta perverso”.

Cosi stando le cose Renzi, quindi, ci deve provare; la situazione è ormai al limite ed è augurabile che ci riesca.

Deve però guardarsi soprattutto dai gattopardi, come sostiene Friedman,  da quelli cioè che oggi vorrebbero la migliore legge elettorale dopo aver subito per anni il puzzo del porcellum , la migliore Costituzione che è oggi frutto di non poche e fuorvianti riforme prodotte anche dalla sinistra ; deve guardarsi meno dagli avversari, perchè noti come tali, e cioè dai grillini che vorrebbero uno stato giustizialista, perché loro , arrivati ad un seggio che mai avrebbero immaginato solo sino a qualche anno fa di poter conseguire , si sentono i soli portatori di purezza ed innocenza incontaminata; e meno ancora dai leghisti che vorrebbero una Europa migliore ma senza Euro purchè distribuisca quote latte agli agricoltori del Veneto dell’aspirante Zaia a carico della collettività. E’ inutile dire degli altri  e fors’ anche dell’ NCD che vive uno stato di difficile equilibrio tra le spinte verso la destra ed il centrismo in una logica difficile  di sopravvivenza.

Partendo da alcuni dati e risalendo piano piano alle iniziative appena avviate,  con un occhio a quelle in cantiere, si potranno trarre le necessarie conclusioni , immaginare cosa c’è dietro l’angolo e qual’e lo sforzo immane che si richiede e che sarà richiesto a tutti i corpi sociali naturalmente arroccati e resistenti verso i dolorosi cambiamenti.

Ignazi  dice che Renzi è figlio di un’altra epoca è “un leader politico senza ideologia e riferimenti politico culturali”: non è un dato negativo; tutt’altro.

Sta a significare che per il suo tratto generazionale, al momento, è senza condizionamenti e senza retaggi che possono, in questa fase, indebolire la spinta a cambiare in tutte le aree in cui si ravvisi la necessità di risistemare la società che va smontata pezzo pezzo per essere allineata ad un sistema di valori e regole più giuste ed allo stesso tempo più efficienti ed idonei per la competizione internazionale.

Questa la  premessa nella quale inserire e leggere i dati macroeconomici.

Ce ne offre l’occasione il recente Outlook economico dell’Ocse del Marzo 2015.

I dati macro economici dell’Italia vengono confrontati solo con quelli di alcuni paesi significativi e maggiormente indicativi dell’area Euro e dell’Ocse; ci dicono anche quanto sia modesto il nostro livello di competitività complessivo. Sono state selezionate solo sei nazioni per il commento.
I dati del quadro complessivo sono  disponibili con la lettura all’Outlook cui si rinvia per ogni utile approfondimento al link relativo che viene sotto appostato.

  1. Il Pil

L’Italia non cresce da decenni. Nel solo periodo che va dal 2012 al 2014 si sono persi 4,4 punti di PIL. Nel 2012 l’indice era al 97,8; scende nel 2014 a 95,6. Nel solo 2014 il Pil è invece diminuito dello 04 %; è passato cioè da 96 a 95,6.
Il 4,4% di Pil significa circa 60 miliardi € in soli quattro anni, miliardi cumulati che di fatto ogni anno costituiscono un monte risorse economiche e finanziarie in meno nelle tasche degli italiani e dell’economia.
Il dato è ancora più sconfortante se messo a confronto con quello di tutti i paesi dell’Europa, dell’area dell’Euro e con quello di alcuni paesi dell’Ocse.
La Francia nello stesso periodo passa da 102,4 al 103,3 e guadagna nove centesimi di punto; la Germania da 104 a 106,5, guadagnando 2,5 punti percentuali; anche la Spagna , che era caduta in basso come noi, perché attestata sul 97,3 [ contro il nostro 97,8 ], guadagna a sua volta un punto perché arriva al 98,3.
Inghilterra è Stati Uniti passano rispettivamente da 102,3 e 104 a 107,7 e 110,2.

Ma quel che più risalta e’ il fatto che tutti gli altri paesi, tranne la Spagna e noi, (naturalmente eccezion fatta per la Grecia che nel 2012 e’ all’85%) sono portatori di un indice superiore a 100.

Hanno in altri termini assorbito gli effetti della grossa caduta seguita alla crisi del 2008. Paesi come il Belgio e l’Olanda ,investiti pesantemente dai riflessi delle crisi bancarie contrariamente a quanto era accaduto all’Italia,  sono in fase avanzata di recupero e ricrescita.

  1. Consumi privati

Questo il dato del Pil cui corrisponde un analogo dato negativo dell’indice dei consumi privati.
Quello italiano passa dal 96,1 del 2012 al 93,8 del 2014, con un perdita percentuale di 6,2 rispetto al 2010 corrispondente a circa 90 miliardi di € cui occorre aggiungere un altro punto dei consumi pubblici, cioè della pubblica amministrazione.
Stabile invece l’indice della Francia a 101; in aumento naturalmente l’indice della Germania da 103 a 106,1 con un più 3% che per i tedeschi, in ragione del loro Pil, significa quasi 75 miliardi di €.
Di assoluto rilievo tendenziale in positivo gli indici di Inghilterra e Stati Uniti che guadagnano il primo 4,5 punti ed il secondo 6,6 punti. Ma anche altri paesi non sono da meno.

Quando si vogliono fare critiche alla politica, per ciò che ha fatto e per ciò che non ha fatto, è da qui che bisogna ripartire  per capire in quale contesto opera il paese e di quali cure e rimedi ha bisogno, cure che non sono solo quelle di natura economico finanziario ma soprattutto quelle di natura strutturale , come meglio si potrà capire quando si esamineranno altri indicatori.
Gli altri paesi, forse, hanno già fatto prima le loro riorganizzazioni visto che, al momento, non ne sentono il bisogno.

Ma andiamo avanti con i numeri.

  1. Gross fixed capital formation

Con l’indice ad 89,0 nel 2012 il nostro Gross fixed capital formation, che esprime il processo di formazione degli investimenti, passa nel 2014 a 80,6. Si tratta di un meno 20% di investimenti necessari per alimentare il processo di produzione, la ricostituzione del capitale fisso, di quello circolante, per sviluppare innovazione e creare le condizioni per aumentare la produttività e l’efficienza di sistema.
E, siccome è a tutti ben noto che le risorse endogene sono scarse, non vi può essere altra soluzione per integrarle che incentivare quelle esogene, cioè esterne, creando però le condizioni per stimolarne l’ingresso.

Qui il discorso si fa ancora più complesso legato com’è a tutto una serie di quadri regolamentari che negli ultimi vent’anni per quanto non siano stati migliorati risultano addirittura peggiorati e non di poco. Basta pensare a tutti i provvedimenti che sono in cantiere per far diventare l’Italia un paese appena appena più normale. Mi astengo dal citarli sono a tutti noti e da tutti contrastati perchè tendenzialmente diretti a rimuovere le acque stagnanti del paese invaso da melme diffuse.

Al contrario l’indice tedesco del Gross fixed Capital passa da 106,5 a 109,8, mentre quello francese evidenzia solo una piccola sofferenza perché passa da 102,3 a 99, ma sempre vicino a quota 100 quota che quantomeno non espone una caduta come quella italiana fatta di ben 20 punti in quattro anni.

Inghilterra è Stati Uniti hanno invece fatto un grosso giro di boa ; il primo paese passa da 103,1 a 114 , il secondo da 109,2 a 119,2. In altri termini in quattro anni il paese d’oltremanica ha visto una crescita degli investimenti di 14 punti, quello d’oltreoceano di 20 punti.
Quasi tutti i paesi dell’Ocse sono in zona positiva, cioè con indice superiore a 100 base al 2010, tranne Portogallo, Spagna, Grecia, e naturalmente l’Italia.
L’Italia non investe: è un dato strutturale che dipende solo dalla domanda ? o ci sono ragioni anche diverse legate alla imprenditoria, alle formazione del risparmio, al quadro regolamentare, al clima di sfiducia etc etc.
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Altri due dati significativi

  1. Disoccupazione

Il dato della disoccupazione nel 2015: Germania 4,7, Francia 10,2, Stati uniti 5,7, Spagna 23,4, Inghilterra 5,6, Italia 12,6.

Nel periodo che va dal 2008 al 2014 la Francia fa registrare un crollo di soli 34.mila occupati a fronte di circa 27 milioni di lavoratori, la Germania fa registrare una crescita di 2 milioni circa di posti di lavoro a fronte di una massa di occupati di 49 milioni circa ( 24 milioni in più dell’Italia a fronte di una popolazione di circa venti milioni in più rispetto a noi ), la Grecia una perdita di circa 980 mila addetti su il numero di poco più di 3,9 milioni , l’Italia una caduta di 1 milione circa di addetti su una massa di dipendenti di 24,3 milioni; la Spagna perde circa 3 milioni di occupati su una circa 18,4 milioni di occupati.

Ci sono due /tre economie che hanno il dato positivo della quasi piena occupazione, Stati Uniti , Germania ed Inghilterra , mentre tutti gli altri hanno raggiunto il livello più alto della criticità nel mondo del lavoro. Non è un caso il fatto che sia stato coniato il termine Pigs per indicare i quattro paesi dell’Ue posti sotto diverse regole di osservazione e controllo (Portogallo ,Italia, Grecia e Spagna ).

  1. Produzione industriale

Ai dati della disoccupazione corrispondono quelli della produzione industriale che con base 100 al 2010 così si presentano nel 2014 : Spagna 90,9; Germania 111,1; Inghilterra 97,4 ; Stati Uniti 117,1; , Francia 96,8; Italia 91. In altri termini c’è un riflesso speculare tra il dato della produzione industriale con la caduta della occupazione:  entrambi  determinano la caduta del Pil.
In Italia la perdita dei posti di lavoro viene condivisa divisa a metà tra il settore dell’industria primaria ed il settore dell’edilizia. Non altrettanto è successo nel settore mercantile e dei servizi che grosso modo ha mantenuto anche per effetto di compensazioni il livello generale degli occupati.

  1. Una notazione a parte merita il settore dell’export ed import.

Con base 100 al 2010 un pò tutti i paesi sono cresciuti per effetto della domanda trainante dei paesi extra OCSE.

E così gli Stati Uniti guadagnano l’indice a 119,3, l’Inghilterra l’indice 106, la Germania l’indice a 117, la Francia l’indice 113,3, la Spagna l’indice 118,8 e l’Italia l’indice 111,1.

All’indice corrispondono i seguenti dati in $: Germania 1510 miliardi di $, pari al 39,1% del Pil ; Francia 581 pari al 20,5 % del Pil; Spagna 323 pari al 23 % del Pil ; Inghilterra 474 pari al 16,1 del Pil ; Stati Uniti 1623,27 pari al 9,4 del Pil ed infine l’Italia con 528 miliardi di $ pari al 24,6 del Pil. Il dato della Francia comprende nella voce principale una grossa quota di esportazione dei servizi ; l’Italia è sicuramente seconda dopo la Germania nella esportazione dei beni che è il vero valore positivo che ci caratterizza e ci pone prima della Francia e dell’Inghilterra e di tutti gli altri paesi Europei. Per la Francia in particolare va anche detto che una grossa quota dell’export è data dalla vendita dell’Energia a cagione del peso determinante nella produzione di energia nucleare di cui anche noi siamo fruitori e compratori.

Balza prepotente all’occhio il dato della Germania che vende circa il 40 % del suo fatturato a terze economie, con l’altro impressionante dato di un avanzo della bilancia commerciale di ben 295 miliardi di $. Anche l’Italia nel settore porta a casa un discreto avanzo commerciale, di circa 56 miliardi di $, in parte conseguenza dell’accresciuto livello delle esportazioni, pur dinanzi ad una caduta delle produzione industriale, come si è visto sopra, ma anche figlio della caduta delle importazioni che dall’indice base 100 al 2010 nel 2014 passa al 91,8 con un meno 8 punti circa di import per la caduta della domanda dei consumi e degli investimenti.
Tutti gli altri quattro paesi citati nella nota versano invece in una situazione di disavanzo strutturale sistemico.

Questi solo alcuni dei dati macroeconomici che mettono in piena luce lo stato della nostra economia, da cui occorre ripartire e cioè dal basso.
Il lavoro che attende la politica è quello di ricreare, attraverso un quadro regolamentare con impatto e ricaduta generale e attraverso le riforme strutturali di processo nella Pa le condizioni minime di una ripresa, incidendo per quel che è possibile sul contesto interno, su ciò che in effetti è possibile modificare con le leve disponibili della politica.

Altri miracoli non sono a portata di mano.

I risultati dipendono oltre che dal trend dell’economia mondiale e dagli indicatori che la caratterizzano, sui quali l’azione delle politiche nazionali poco possono fare, dalla capacità di incidere in Europa sulle politiche di rilancio degli investimenti nell’area ma soprattutto dalla produttività dell’intero sistema paese e dal valore aggiunto che sapremo e riusciremo a ricostruire.

QUESTA LA PRIMA PARTE

Ocse Main Economic indicators Marzo 2015

 

Nei successive pagine saranno ripresi tanti altri elementi destinati a completare il quadro di riferimento complessivo del sistema nazionale

Le fonti saranno sempre quelle dell’OCSE  per il settore finanziario quelle del FMI.
I paesi saranno sempre quelli sotto rassegna per la vicinanza e la possibilità di instaurare confronti che facciano capire come siamo e cosa facciamo e perché negli anni il nostro debito è cresciuto in maniera eccessiva.

 

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La risorsa sulla quale contiamo: la fiducia

Dall’ultimo outlook OCSE sull’Italia per le SMES ( small and medium enterprises) si leggono alcuni dati sui quali pare utile soffermarsi.

Peggio di noi solo la Grecia che dall’indice del Gdp ( Pil ) 92,9 del 2011 passa all’83 del 2013. Un vero capitombolo che non ha il corrispondente per l’Irlanda, pure entrata in crisi e che è sotto warnig in Europa, che segna sei punti di crescita da 102 del 2011 a 108 del 2013 e neanche per la Spagna che registra il seguente dato : da 100 a 98,2 del 2013 con un -1.8% .L’Italia è invece in buona compagnia del Portogallo che da 98,2 passa a 94,3 , quindi con un meno – 6.

Il dato portoghese in parte ci consola visto che il nostro indice , fermo ormai da tempo con un -6 % in cinque anni, nel periodo in rassegna , cioè dal 2011/2013, passa da 100,6 a 96,1 con una delta negativo di -4,5 corrispondente ad un pil di circa 60 miliardi di €. Una differenza di Pil annuale che si traduce in un meno 60 miliardi all’anno di GDP.

Nelle prime pagine dell’outlook si legge inoltre che l’expenditures ( le spese ) del governo centrale sono di ben 5,6 punti superiori alla media dei paesi OCSE, ( Italia 50,6% average Ocse 45% rispetto al GDP- prodotto interno lordo ), e che le revenues, gli incassi della Pa, sono di ben 9 punti superiori alla media del gruppo di nazioni esaminate ( Italia 47,7% contro 38,1% rispetto al GDP); si può ben comprendere quale sia la percezione dell’Italia non solo nella Comunità ma nel gruppo delle nazioni sotto i riflettori dell’Ocse, ma anche quale sia lo stato reale della nostra economia nazionale e la grave situazione che si è determinata.

Questi solo alcuni dei dati che dovrebbero indurci a riflettere.

Questi ultimi,ben noti ed analizzati da anni, sono la conseguenza di deficit strutturali che non riescono far partire e ripartire l’Italia; si capisce perché gli aggiustamenti che il governo attuale sta tentando di fare sono solo l’inizio di un processo più ampio che deve incidere in profondità sugli assetti sociali, strutturali , finanziari ed istituzionali della nostra bella Italia , considerata non a torto il bel paese ma bello solo per pochi e matrigna nei confronti di tanti.

E non si riesce, invece, proprio a capire come possano avere seguito gruppi di opinione e partiti che suggeriscono soluzioni rapide e fantasiose a supporto dei loro programmi con i quali vorrebbero rimettere in piedi l’Italia:

A) abbassare le tasse al 15% , aliquota unica; le conseguenze sarebbero nefaste ed inimmaginabili per tutte le funzioni dello Stato che non sono solo quelle del pagamento degli stipendi e/o del sostegno alla politica, da ridurre drasticamente, ma anche tutte le altre di natura sociale ed istituzionale; viene a proposito la recente relazione ( di questi giorni) della Corte dei Conti che fa una spietata analisi che individua tra le cause e le ragioni di questo disastro le insufficienze dei doveri fiscali di solidarietà da parte di fette importanti della società.

B) uscire dall’Euro perchè l’appartenenza ci costringe ( e meno male che ci costringe , altrimenti saremmo stati già nelle fosse del Pacifico non annegati ma divorati dai pesci voraci dei fondali ) a non spendere a debito ritornando alla liretta nazionale per incentivare le esportazioni; non capiamo quanto in buona fede sono quelli che lo sostengono ,su cui c’è da dubitare, perchè non ricordano del pari che l’Italia è un paese trasformatore che compra tutte le materie prime e le energie , materie che costerebbero molto di più e che determinerebbe un aggravio che nel volgere di poco tempo ci porterebbe alla fame.

Alle proposte fantasiose e temerarie di cui sopra corrispondono poi iniziative dei sindacati che pensano di agire con le vecchie modalità dello sciopero generale senza bilanciamenti e senza immaginare soluzioni innovative che aiutino le imprese ancora vitali ad accrescere produttività ed efficienza ; insomma continua a valere la regola del tutto dovuto a tutti e in maniera generalista per chi è dentro il sistema senza uno sguardo complessivo alla tenuta dell’intero sistema sociale.

E non è tutto: le resistenze sono generalizate.

Fa il resto la mancata condivisione alle proposte di rinnovamento delle lobby e corporazioni che difendono privilegi e rendite; lobby e corporazioni e parte del ceto sociale non intendono farsi carico di un processo di efficientamento della società costruita un pò dappertutto con pratiche burocratiche che poco aggiungono nella generazione del valore al sistema economico con attività di intermediazione e mediazione da razionalizzare che sinora hanno rallentato lo sviluppo della agenda digitale unica strada per avvicinarci ai paesi virtuosi dell’Europa , dell’America e dell’Asia .

E’ pur vero che una volta sistemate alcune priorità sarà opportuno, anzi doveroso e di sinistra, incidere sul tema delle disuguaglianze eccessive e sulla finanza che assorbe risorse oltre modo ed oltre il livello che deve rispondere ad una logica di risorsa strumentale, funzionale al sostegno del sistema di impresa e dell’economia in generale.

Nessuno oggi può più mettere in dubbio la funzione e le finalità del sistema finanziario; quando esso si fa carico di svolgere il ruolo fondamentale di gestione della ricchezza e di ridistribuzione delle risorse da economie in eccesso rispetto ad economie in deficit che ne sollecitano l’impiego è vitale ed essenziale per gli assetti economici.

Sono da correggere gli eccessi di finanziarizzazione senza però portare il sistema Italia in uno stato di incapacità competitiva che sarebbe molto peggio nel confronto con le economie degli altri paesi che fondano anche sulla finanza una parte significativa della loro forza ( vedi Germania, Francia ed Inghilterra per non dire degli Stati Uniti).

Parte della politica , del sindacato e della società, il dato di senso è un pò comune a tutta la società civile, non si è ancora resa conto che la globalizzazione ha sconvolto le regole tradizionali della conflitto e della competizione; sono venuti meno schemi e modelli che valevano in un contesto meno ampio e territorialmente più contiguo ( Europa contro America , all’ interno della stessa Europa). La globalizzazione, che ha consentito a paesi poveri di sollevarsi e quindi di ridurre la povertà globale del sistema e la condizione dei mercati globali, impone una competitività allargata con regole nuove e non tradizionali. ( vedi le charts allegate)

Capire che la sistematica conflittualità ad ogni costo alimenta solo l’orto del particolare è forse anche un dovere etico e morale; solo il ricorso a ragionevoli soluzioni, che pongano il tema della globalizzazione come termine di confronto in ogni problema, può aiutarci a superare la profonda criticità di sistema che è frutto di una sedimentazione di anni di cattiva governance su cui tanto si è detto e scritto.

Della globalizzazione non possiamo e non potremo fare a meno perchè aiuta tutti, anche noi, indirizza i mercati verso l’ottimo e gli equilibri e non sarà certo l’Italia a dettare le regole.

Figurarsi poi se questa competizione anzichè farsi con una struttura qual’è la UE, dall’interno, pensassimo di farla come dicono alcune aree della politica da soli nell’oceano dell’economia e della finanza. Forse non è noto, e vale la pena qui di ricordarlo, che i dati delle transazioni mondiali vedono il $ ( dollaro) al primo posto con una quota del 65/67% e che l’Euro copre un 23-25% ; a tutte le altre monete compreso Yen, Rublo , Rupia, etc etc.solo rimane solo il 10%. Questo significa pur qualcosa in termini di competizione e di forza.

Come si fa a non rendersene conto ? come si fa a non aprire gli occhi e a non svolgere una funzione di education sul nuovo che è ormai gia avanzato e che non conosce vie di ritorno ; che impone profonde modifiche nei modelli sociali, nella competizione, negli strumenti d’impresa ed istituzionali ed un lavoro corale di risistemazione delle cose che non vanno anche in Europa.

Dopo una ipotetica destrutturazione dell’esistente, a cui spingono talune frange oltranziste, sarà tutta la collettività ad impoverirsi con un ritorno al passato senza fine. ( E si è certi che non vincerebbe nessuno e tanto meno chi oggi ha pure ragione ad invocarla per il dislivello sociale ed economico nel quale versa, perchè è altrettanto certo il rischio di diventare ancora più deboli in mancanza di tutele sociali e di welfare in una società con risorse sempre più ridotte).

Una lettura meditata e consapevole di tanti dati disponibili deve aiutarci a capire ed a comprendere che oggi, dopo i vent’anni e passa di cattiva gestione pubblica occorre fare uno sforzo di risistemazione; ed occorre farlo soprattutto prioritariamente nelle aree dove si individuano eccessi a beneficio di quella parte della popolazione che sente le criticità di un sistema troppo squilibrato: i veri poveri ( quelli veri sul serio) , i disoccupati, i giovani.

E finanche nel sistema delle imprese tra quelle che sopravvivano solo grazie a rendite di posizione , di monopoli e grazie a sostegni immeritati con una attenzione che privilegi quelle che si orientano all’ innovazione ed al cambiamento, che investono in capitali di rischio e che consentono all’Italia di poter difendere i mercati e di occupare tante risorse ( le SMEs). L’outlook evidenzia infatti la forza delle aziende medio piccole spina dorsale della nostra economia.

Per fare ciò occorre un disegno politico/ industriale “illuminato” da calare nella società ; occorre ricostruire la catena del valore e del merito in ogni angolo del sistema guardando al meccanismo redistributivo che deve essere di aiuto anche alla domanda , disencintivando altresi la formazione di risorse finanziarie in eccesso che non vengono spese o immobilizzate , che rappresentano solo fonti di rendita e non anche capitale per principiare nuove imprese.

La caduta dei tassi nel mondo è il segnale più palese di questa condizione di enorme ricchezza finanziaria che non sa dove collocarsi e che è alla ricerca di nuove opportunità. I dati della crescita dei fondi e degli aggregati finanziari sono li a testimoniare questa anomalia che J.M Keynes definì il paradosso del risparmio. Troppo risparmio storpia : non è positivo per l’economia.

Altri dati sono tutti li a confermare che siamo una società ferma, che siamo ad un giro di boa, all’ultima spiaggia in un paese che vede crescere il valore aggiunto del settore primario solo del 2% contro il 2,6 della media OCSE, che ha una popolazione di under 15 ( i giovani e le potenzialità del futuro) al 14% della popolazione contro il 18% dei paesi Ocse dove nascono più bambini e che ha una popolazione over 65 del 20,5% contro il 14,9, media degli altri paesi, con tutto ciò che ne consegue. Mancano le nuove leve e siamo un paese di vecchi.

Al momento ci aiuta solo un dato positivo ricostruito con pazienza negli ultimi due, tre anni: la fiducia.

“Nel 2015 scadono 141 miliadi di BTP. Annata di rimborsi pesanti allegerita se il costo del rifinanziamento resterà ai minimi storici come quello attuale raggiunto dalla crisi del 2008. Ma i mercati sono perplessi : chi compra i BTP decennali sotto al 2%.” Sole 24 ore del 30 nov.
Qual’è la risorsa messa in campo in assenza delle ristruttuazioni che sebbene annunziate non sono ancora avvenute e che quando saranno state fatte spiegheranno gli effetti dopo un certo tempo : la fiducia. La fiducia nella volontà del fare e nella credibiilità delle promesse annunziate , accompagnate da una solida determinazione; una fiducia che al momento ha generato circa 10 miliardi di minori oneri sul debito in soli due anni.

Ma i mercati come la danno cosi la ritirano. Cosi prosegue la Bufacchi sul sole 24 di qualche giorno fa. “ I portafogli esteri sono ancora lontani dai picchi degli Holdings in BTP . Il risultato delle elezioni in Emilia Romagna , per la sorprendente ascesa di Salvini antieuropeista non è proprio quello che si dice “ market friendly”. Una delle domande che si pongono i gestori dei fondi esteri, soprattutto non europei, è se l’Italia e gli Italiani sono favorevoli oppure contro l’Euro. Il voto di protesta di Grillo non aveva impensierito i mercati neanche quando Grillo urlava nelle piazze “abbassa l’Euro e ristrutturazione del debito pubblico”. Altra cosa è Salvini che trasforma la disoccupazione in antieuropeismo e stringe intese con personaggi come Marie Le Pen.”

L’Italia e gli Italiani sono avvertiti. Dobbiamo sperare che la fiducia non venga meno , che la ragionevolezza degli italiani non la metta in crisi e che soprattutto le riforme annunziate diventino quanto prima , e ad ogni costo, concrete, altrimenti le tante considerazioni ricostruite sul mercato scemeranno all’improvviso e le derive saranno questa volta immediate e rapide.

Per dare senso e valore alle considerazioni svolte sono stati estratti dati e charts da fonti autorevoli.
Sono li a corroborare gli assunti peraltro abbondantemente trattati dalla stampa con un focus spesso troppo orientato al giornalismo e meno all’idea di fare un lavoro di education.
Se ne sente il bisogno: una volta era mission di entità politiche e partitiche nelle quali si credeva.

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Vedi nelle charts allegate, aprendo il link dati della povertà nelle diverse regioni del mondo tempo per tempo e sulla base delle previsioni tendenziali.

Non a torto si sostiene che riduzione della povertà sia la conseguenza della globalizzazione che sposta risorse, competenze e imprese e fattori della produzione alla ricerca della allocazione ottimale e degli spazi di competizione aggredibili. E’ impressionante leggere che nell’East Asia e nel Pacifico , nel Sud dell’Asia e nell’Asia Centrale già nel 2015 si registrerà un calo decisivo con una tendenza all’azzeramento delle povertà nel 2030.I poveri diminuiscono da unmiliardo 940milioni del 1981 a 1 miliardo circa del 2011 e diventeranno 835 nel 2015, 696 milioni nel 2020 , 411 milioni nel 2030. Rappresentano nel 2011 il 15% della popolazione contro il 39% del 1981.

Chart della graduatoria della corruzione siamo al 69 posto insieme a Grecia, Romania ,Senegal.
I nostri partners europei ci precedono e ci danno lezioni.

Chart del doing business della facilità di fare business, di avviare imprese siamo al 56 posto preceduti da tutti i nostri partners che a ragione si fanno protagonisti negli investimenti dall’estero relegandoci a ruoli marginali.

i dati della povertàDall’ultimo outlook OCSE sull’Italia per le SMES ( small and medium enterprises) si leggono alcuni dati sui quali pare utile soffermarsi.

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I diritti del cittadino digitale, la mano morta della pubblica amministrazione supportata dalla mala politica.

Quanto di ciò che è stato scritto, nel 2009, su carta ed on line sul giornale “Cilento Channel” è ancora da attuare? Quanto è solo una idea e non una vera opportunità di partecipazione?

Una cosa è certa: i cittadini hanno una quantità di diritti sanciti in norme di carattere generale, addirittura in Codici, (è il caso del CAD) che sono inespressi e disattesi, perché di essi, e lo si può constatare ogni giorno, non vi è piena consapevolezza.

E’ da qui che deve ricominciare il processo della Agenda digitale dello Stato e di tutti gli Enti ed Istituzioni connesse, non solo dalle infrastrutture, pure da completare, e dai processi applicativi da ricondurre ad integrazione, vista la inevitabile disarmonia dipendente dai tanti centri di governance , amministrativi e politici; quel che più conta ed importa è la alfabetizzazione dei cittadini da sempre poco informati e sensibilizzati per l’assenza di centri di responsabilità dedicati ed orientati a far crescere la cittadinanza digitale. Tanto ora risulta scritto anche nel documento dell’Agid ( Agenzia digitale ) sul programma per la crescita della cultura digitale. Ma sono anni che se ne parla.

 Pubblicato nel 2009

Cominciamo dalla E-democracy.

Filone portante dell’azione di rinnovamento pubblico attraverso la IT ( information tecnology), punto cruciale dell’E-government, la e-democracy ha visto rafforzati i suoi principi, già contenuti nell’intero quadro legislativo comunitario e nazionale preesistente , in una legge dello Stato : “Legge 7 giugno 2000 n. 150 , GU 136 del 13 giugno 2000” seguita da regolamenti successivi e da direttive ministeriali.

Riguarda tutte le amministrazioni dello Stato, le Regioni, le Province, i Comuni e tante altre istituzioni; attiene alla informazione ed alla comunicazione istituzionale che non può limitarsi ad un ufficio stampa, ad un addetto, a comunicazioni formali, di routine o a momenti di immagine.

Contiene e descrive un processo sostanziale che deve tendere a far conseguire una informazione diffusa, sistematica, approfondita, attraverso stampa, Web Tv, audiovisivi, attraverso strumenti telematici, di natura esterna quando si rivolge ai cittadini, alla collettività e ad altri enti, di natura interna quando riposa su sistemi di organizzazione dell’ente dediti alla mission istituzionale.

Mira a favorire la conoscenza delle disposizioni normative, l’accesso ai servizi pubblici; a promuovere conoscenze allargate ed approfondite sui temi di rilevante interesse pubblico e sociale; ad introdurre processi di semplificazione della attività amministrativa, a produrre visibilità sulle decisioni amministrative e sulle ragioni sottostanti, sugli scopi e sulle finalità dei provvedimenti.

Tende in altri termini a generare prodotti informativi di qualità, di sostanza, da tradurre in progetti di e-government, in dotazioni di strumenti ed apparati, di servizi, da definire in un programma annuale di comunicazione, capace di generare una interazione delle PA con la cittadinanza per facilitare un miglioramento dei processi decisionali e delle scelte strategiche, soprattutto di quelle che hanno ricadute sostanziali per la collettività.

I principi legislativi e le norme che le esplicitano devono assurgere a sistema, a modello di relazione fondato su un complesso di assetti organizzativi assorbenti che non esclude niente e nessuno.

E per essere cosi come descritta all’interno della istituzione la pratica della “e-democracy” deve poter contare su risorse idonee oltre che sulla volontà strategica della governance pubblica.

Naturalmente qualcuno si chiederà se quanto è previsto nei diversi ordinamenti, se ciò che viene scritto ed ipotizzato in linea teorica ha delle realizzazioni. La risposta non è semplice.

Il progetto di e-government che sta alla base è alla la soglia del decennio.

Chi lo ha presidiato, sul piano culturale e della conoscenza da sempre, sa cosa è cambiato (tanto), quanto sia salito il livello delle informazioni in qualità e quantità, quanti enti e quali si relazionano realmente con le comunità di riferimento,e quanti passi da giganti sono stati fatti e dove.

Sarebbe bene che ciascuno analizzasse il suo mondo facendo uno sforzo di benchmarking per capire quanto la sua realtà di riferimento politica, amministrativa ed istituzionale si identifica nelle cose scritte innanzi.

Le 22 Regioni, le province 107, i comuni 8101 gli altri Enti, nessuno escluso, sono poi solo una parte dei destinatari degli obblighi cui si aggiungono la Pubblica amministrazione Centrale e gli Enti ed Organismi che costituiscono lo Stato allargato.

Nel paniere c’è di tutto: ci sono i bravissimi, i bravi, i meno bravi e gli assenti.

Ne consegue che le comunità assumono la qualità dei loro momenti rappresentativi; sono virtuose, non virtuose, assenti anch’esse o addirittura agnostiche ma di fatto rispecchiano l’orientamento delle amministrazioni a cui appartengono.Talvolta sono le stesse comunità a pungolare le amministrazioni e ad indurle a scegliere modelli relazionali innovativi che aboliscono l’albo pretorio cartaceo di antica progenitura. E’ il minimo.

Si può solo segnalare che nel decennio passato le opportunità sono state tante e che non sempre sono state colte.

Bandi, finanziamenti, progetti di e-gov nazionali o regionali non hanno visto le città che meglio conosciamo né tra quelle che divenivano assegnatarie o protagoniste della competizione nè tra quelle che concorrevano da sole o insieme ad altre.

Rarissime sono state le partecipazioni e modesti i risultati. Solo di recente si è letta qualche buona notizia e si sono visti passi in avanti verso una sorta di comunicazione passiva (monodirezionale) dei soli contenuti formali (delibere dell’anno, provvedimenti etc etc …). Ometto gli esempi per carità di patria.

Ad essa non corrisponde un progetto di interazione di sistema.

L’E-democracy è tutt’altra cosa.

Giugno 2009 Federico d’aniello

Nota di aggiornamento

La lista delle attese sulla piena digitalizzazione della nostra società è ancora molto lunga.

I ceppi più critici e le condizioni di insufficienza che la connotano non sono pochi. Tra essi la inadeguatezza più seria è da ricondurre, come accade per tante tematiche che hanno reso esiziale l’assetto istituzionale del titolo V della Costituzione, nella polverizzazione dei sistemi, dei processi e delle procedure che non è solo questione degli apparati centrali (Tanti Ministeri, tanti data base e tante informatiche) ma anche agli apparati periferici.

L’assurdo è che ancora oggi i Comuni sono tante isole, le ex Province altrettanto e le Regioni mondi nei quali la forza dell’autarchia è divenuta “autarchia” non solo gestionale, amministrativa ma anche informatica.

Chi ha la pazienza di leggere la lista qui acclusa (monitoraggio che viene fatto dal Parlamento ) sicuramente individuerà tra scogli da superare, da rimuovere e da demolire la disaggregazione dei data Center che si assomma alle inefficienze di uno sviluppo applicativo incapace di far parlare le diverse amministrazioni e le diverse funzioni almeno a livello regionale.

Renzi ha indicato nella IT della Pubblica amministrazione uno degli snodi sui quali fare perno.

Quando lo ha detto forse non aveva ancora valutato che la burocrazia che lo ostacolerà si serve anche della leva dell’It per rallentare. Tutto in chiave legislativa è, infatti, già stato scritto da anni (l’esempio è quello della legge sovra richiamata sulla e-democracy ); le mancate attuazioni, alcune dipendenti dai decreti e dai regolamenti non ancora emessi, sono legate agli interventi di sistema tutti da realizzare che dovrebbero incidere in radice sui poteri degli organi ed organismi della burocrazia attaccati , che vedono la Information tecnology come una leva di cambiamento tesa a trasformare gli assetti da burocratici in “adocratici” ed a disintermediare il tutto con semplificazioni notevoli.

Con eliminazione di passaggi, di ruoli, di posizioni gerarchiche, di adempimenti e quindi di uffici, di controlli a basso valore aggiunto, di fasi deliberative e delibative affidate alle dirigenza, insomma di una serie non piccola di aree di privilegio e di gestione di adempimenti diversamente espletabili.

Il delta della inefficienza/efficienza derivante è stato valutato, non ora, ma da anni dalle società di consulenza in una significativa percentuale del PIL nell’intero paese. E certamente il settore pubblico è quello a maggiore capacità di contribuzione.

Non bastano, però, per realizzare un disegno così complesso solo competenze gestionali alte, occorrono uomini di progetto ed expertises capaci di governance strategiche, tecniche e tecnologiche salde e risorse per il cambiamento che sono una merce rara del sistema Italia e lo sono tanto più nelle pubbliche amministrazioni che per definizione sono particolarmente versate nella funzione del burocratese.

Forse varrebbe la pena di farsi aiutare da “risorse esterne”, da quelle che lo fanno per mestiere e che da anni hanno contribuito a rivoluzionare il sistema bancario e tante altre realtà.

Dopo aver letto giorni fa un pezzo sulla storia ironica del cammino cartaceo delle leggi e dei decreti nei passaggi tra i ministeri mi sono persuaso e convinto che il cammino è ancora lungo.

Ed ho anche capito perché solo dopo dieci anni e più dalla emanazione della legge si è dato avvio al processo telematico nel settore della giustizia civile.

Ma quante altre situazioni del genere attendono di essere portate a compimento? Non poche: tra queste vi è sicuramente anche la Sanità, altra roccaforte di potere difficile da espugnare anche perché distribuita in 22 principati assolutamente ingovernabili ed ingovernati, come stiamo vedendo da tempo.

Alla luce di ciò che si legge si può accreditare di buona fede l’operato di quanti dovrebbero provvedervi ?

Le resistenze sono tutte battaglie di retroguardia destinate a capitolare , non perché c’è la voglia ed il furore sacro delle azioni; ma soprattutto perché c’è chi ce lo impone nell’interesse del gruppo, quello europeo ben s’intende, che non può permettersi di trasportare carri più lenti pena il deragliamento collettivo.

Perché forse non è neppure del tutto chiaro il disegno complessivo che non è dato solo dalla messa a regime dei sistemi nazionali ma dalla più ambiziosa integrazione delle banche dati, miniere di conoscenza, e dalla connessione delle autostrade telematiche a livello di Comunità per una competizione di natura trasnazionale tra aree mondiali.

Un esempio? quello della finanza, delle banche e dei sistemi di pagamento.

Senza di che ora saremmo tutti al tappeto. Ma forse anche di tanto non c’è poi tanta consapevolezza.

E di tutto ciò non si dà mai atto all’Europa.

Talvolta mi chiedo se le formazioni politiche ed i gruppi di opinione che la avversano hanno veramente la consapevolezza di quello che dicono.

 

Federico d’aniello

Legge 7 giugno 2000, n. 150

lista delle attività della Agenda digitale a Marzo 2013

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Bilancia dei pagamenti ad Aprile 2014

Bollettino Banca d’Italia n 34. Periodo sotto osservazione Aprile 2013/ aprile 2014.

Segnalare con una certa sistematicità alcuni dei dati della economia nazionale ed internazionale può essere utile per capire meglio le cose di casa nostra.

I punti di forza del nostro paese, nonostante tutto, sono costituiti dai dati del settore manufatturiero, settore che continua a produrre buoni risultati a dispetto di una dinamica del prezzi non del tutto favorevole e del valore dell’Euro. E’ un grosso aiuto alla nostra fragile economia.

Lavorare sui punti di forza dovrebbe rappresentare una della indicazioni pivot delle strategie economiche e aziendali. La politica deve tenerne conto.

Di converso vengono all’attenzione, come si leggerà in seguito, anche i punti di debolezza per i quali non si sta facendo molto se non ripeterli e citarli.

Dati rassegnati sul volume numero 34 di giugno 2014.

Il risultato dei dodici mesi ad aprile 2014 della bilancia dei pagamenti segna un saldo di +22,8 miliardi (  contro un +0,3 dell’aprile 2013 ), dato che nasce da un + 42,6 miliardi di surplus delle merci rispetto ad un – 22,4 miliardi per “redditi e trasferimenti” in uscita.

In altre parole mentre la bilancia commerciale ci dà un interessante risultato di 43,6 miliardi , ascrivibile quasi tutto manufatturiero ( bassa è l’incidenza dei servizi, pure in avanzo) i residenti, al contrario, continuano a trasferire all’esterno risorse finanziarie in termini di redditi ed altro, per 22,4 ( di cui 8,4 per redditi e 14,08 per trasferimenti ).

Il conto commerciale dà il segno della vitalità del nostro sistema, nonostante tutte le criticità note ; il dato di natura finanziaria attinente il conto degli “investimenti diretti e degli investimenti di portafoglio” si presenta di contro con un deludente segno meno per un valore di -32,9 miliardi. Anche le riserve ufficiali si abbassano. Erano 147 miliardi nel III trimestre 2012; sono ora di 105,5.

Le transazioni che riguardano titoli azionari ed obbligazionari, quote di partecipazione, vedono acquisti dei nostri residenti all’estero per 13,2 miliardi ed acquisti dei non residenti sul sito patrio per 57 miliardi , con un saldo positivo di circa 42,7 miliardi in entrata ( dato molto interessante, perchè segna l’apprezzamento degli altri mercati verso i titoli rappresentativi di quote delle nostre aziende, che si esprime sia con acquisti di azioni che di obbligazioni e di titoli in genere  ); il dato in termini finanziari viene annullato dal corrispondente dato negativo in uscita di 77,9 miliardi costituito dall’accensione di crediti commerciali, prestiti, depositi ed altre transazioniSu quest’ultimo continua a pesare la restrizione del credito da parte delle banche italiane.

 

Gli indicatori di competitività basati sul prezzo dei manufatti, con base 100 al 1999, dicono che nel periodo in Italia i prezzi sono cresciuti dell’1,4 (ora 103,4), che si mantengono stabili in molti paesi ( Germania 94,5 ) ( Francia 96,7), che sono diminuiti del 20% in Giappone ( arrivato ad un indice del 69,9) con un avanzo di 44 miliardi di $ nella bilancia commerciale negli ultimi 12 mesi, che sono leggermente aumentati nel Regno Unito di 6,4 ( ora a 83,8 ).

 

LA POSIZIONE PATRIMONIALE ed il RAPPORTO CON IL DEBITO PUBBLICO

Il dato costituito dalla differenza tra le attività e le passività nostre verso il resto del mondo da un lato può consolarci, giacchè vede crescere gli strumenti del debito pubblico nelle mani dei non residenti, passati dai 663 miliardi del terzo semestre 2012 ai 730,6 del IV trimestre 2013 ( segno di una confermata fiducia verso il sistema Italia che non esclude la liquidabilità al primo stormir di fronda e senza preavviso ), dall’altro lato deve preoccuparci .

Infatti al dato complessivo patrimoniale di 2.364 miliardi di Euri di passività corrisponde un dato complessivo dell’attivo di soli 1.905 miliardi ed una conseguente posizione netta debitoria di – 465 miliardi, cresciuta di ben 69 miliardi  dagli ex 396 a terzo trimestre 2012 .

In altri termini se in linea teorica si dovesse realizzare la liquidazione dell’azienda Italia tra attivo e passivo faremmo registrare un deficit di 450 miliardi.

CONCLUSIONI

Questi ultimi dati dovrebbero indurre a rigorose riflessioni sulla gracilità del nostro sistema; esso è  esposto , sotto gli occhi di tutti ( tutto il mondo lo sa e tutti i mercati non lo ignorano ) , alla turbolenze finanziarie ed economiche ed agli orientamenti degli investitori che, come detto sopra, detengono ben 730 miliardi di quei titoli del macigno che opprime la nostra economia e la nostra collettività frutto della spensierata gestione della nostra cosa pubblica di un ventennio.

Il collante che ci sostiene è dato solo dalla fiducia e dal valore che riusciamo a creare come paese giorno per giorno in attesa di soluzioni serie che tardano ad arrivare.

Il vero problema è il debito.

Bollettino n°34

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buono l’odore dei libri, purtroppo nessuno respira più

Questo il pezzo scritto nel 2007 sul Denaro quando il nostro Club Rotary Castel dell’Ovo ha conosciuto meglio e bene Mauro Giancaspro attraverso la brillante conversazione tenuta nella libreria Grimaldi  di presentazione del libro di cui si parla..

Buono l’odore dei libri, purtroppo nessuno respira più.

 

A distanza di sette anni rimane ferma la considerazione anche dopo la splendida serata alla Canottieri che lo presentato anche in una veste nuova di uomo commosso e contento per la presenza di tanti amici: il driver della sua vita è e sarà “l’odore dei libri “, nonostante l’impiego di tutti  i network ed il ricorso ai social per ” ragioni di lavoro” come egli dichiara.

 

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L’economia della Campania nella pubblicazione della Banca d’Italia.

N. 15 – L’ECONOMIA DELLA CAMPANIA
Rapporto annuale, giugno 2014

Sommario dalla pagina della Banca d’Italia”

“Il 2013 è stato ancora un anno di recessione per la Campania, il sesto consecutivo; secondo le stime di Prometeia il PIL sarebbe diminuito del 2,7 per cento in volume, portando a oltre 13 punti percentuali il calo cumulato dall’avvio della crisi. Gli indicatori congiunturali hanno tuttavia smesso di peggiorare nel corso dell’anno: le imprese che hanno partecipato alle indagini campionarie della Banca d’Italia segnalano, in media, un arresto della caduta del fatturato nel 2013 e previsioni di moderata crescita per il 2014.

I segnali di ripresa risultano più diffusi nell’industria, deboli nel comparto dei servizi, assenti in quello edilizio. Nel settore industriale, il fatturato è aumentato soprattutto per le imprese con elevata propensione all’export e gli investimenti hanno mostrato una dinamica migliore rispetto agli anni recenti, seppure limitatamente alle aziende di maggiore dimensione.

Nell’edilizia, il calo di attività è stato più netto per le imprese fortemente dipendenti dalla domanda di opere pubbliche. Il settore dei servizi continua a risentire della riduzione dei consumi, solo in piccola parte compensata dalla tenuta della spesa dei turisti stranieri; lo scorso anno, più del 60 per cento delle famiglie campane ha giudicato inadeguate le proprie risorse economiche, oltre 20 punti percentuali sopra la media italiana: il dato riflette soprattutto l’alta disoccupazione e la debolezza dei salari. Vi contribuisce anche un carico fiscale che, nelle componenti legate all’autonomia impositiva degli enti locali, è superiore alla media nazionale.

Nel 2013 l’occupazione è calata di quasi l’uno per cento, nonostante la tenuta del comparto industriale. Il numero di persone occupate si situa ampiamente al di sotto del livello precedente l’avvio della crisi (-8,5 per cento sul 2007; -3,5 per cento in Italia). La ricerca attiva di lavoro continua a estendersi a fasce sempre più ampie di popolazione: lo scorso anno le persone in cerca di occupazione, pur decelerando, hanno superato le 400.000 unità. Il loro livello, come nel resto d’Italia, è pari al doppio di quello del 2007. Si è ancora ampliata, superando il 40 per cento del totale, la quota di giovani tra i 15 e i 34 anni non occupati e non coinvolti in alcuna esperienza formativa.

Nel mercato del credito la dinamica dei prestiti è rimasta negativa e si sono acuite le difficoltà di rimborso: alla fine del 2013 oltre un terzo dei prestiti erogati alle piccole imprese campane e circa un quarto di quelli erogati alle medio-grandi imprese erano classificati in sofferenza. Secondo gli intermediari bancari, la domanda di credito finalizzata al finanziamento degli investimenti è ancora diminuita, mentre è cresciuta la componente connessa alle esigenze di ristrutturazione del debito. Le banche e le imprese intervistate hanno segnalato una lieve attenuazione della restrizione nelle condizioni di accesso al credito: può avervi contribuito una migliorata situazione di liquidità, favorita anche dal rimborso dei crediti commerciali verso la Pubblica amministrazione.

Nel 2013 si è intensificato il calo dei prestiti alle famiglie; la maggiore contrazione ha riguardato sia il credito al consumo sia quello destinato all’acquisto di abitazioni. Durante la crisi è nettamente calata la quota di credito al consumo finalizzata all’acquisto di beni durevoli mentre è aumentata quella non finalizzata a specifiche spese, come i prestiti che prevedono la cessione del quinto dello stipendio e i prestiti personali.

Negli ultimi sei anni, in base alle stime di Prometeia, la riduzione del PIL campano è stata di quasi 5 punti percentuali superiore alla media italiana. Il divario si è manifestato soprattutto a partire dal 2010, in corrispondenza della ripresa della domanda estera e dell’accentuarsi della contrazione fiscale; esso si correla alla minore apertura dell’economia regionale al commercio estero e alla sua maggiore dipendenza dalla spesa pubblica.

Un più tempestivo utilizzo delle disponibilità finanziarie provenienti dai Fondi strutturali dell’Unione europea avrebbe potuto attenuare gli effetti del calo della domanda interna. Il rispetto degli ambiziosi obiettivi di potenziamento della competitività dell’economia regionale, programmati all’avvio del ciclo 2007-2013, ne avrebbe oggi rafforzato le prospettive di ripresa. Durante gli anni duemila, secondo le rilevazioni censuarie dell’Istat, il numero degli addetti alle imprese e alle istituzioni ubicate in Campania è cresciuto a ritmi inferiori rispetto al precedente decennio e meno che nella media italiana. Il divario con il resto del Paese è spiegato dal più severo impatto della crisi e dalla più intensa riduzione di addetti alle istituzioni pubbliche.

Sono tuttavia comparsi alcuni indizi di innovazione nella struttura economica regionale: il settore manifatturiero si è contratto, ma al suo interno sono aumentati sia l’incidenza delle imprese a più elevata intensità tecnologica sia la loro dimensione media. La quota di aziende esportatrici resta molto inferiore al dato italiano, ma è tornata a crescere nel periodo della crisi, così come l’incidenza delle esportazioni sul valore aggiunto industriale e complessivo. Anche se lievemente, si è ridotta la dipendenza dell’economia regionale dalla domanda pubblica.
Negli anni recenti, il calo nella spesa e nell’indebitamento degli enti locali non si è sempre associato a una peggiore qualità dei servizi. In talune aree dell’assistenza sanitaria e nel campo della gestione dei rifiuti si rileva un avvicinamento agli standard di servizio nazionali. Si tratta di progressi ancora insufficienti che vanno rafforzati ed estesi ad altri rilevanti settori. Aumentare la competitività del sistema universitario campano, oggi mediamente bassa, favorirebbe l’accumulazione di capitale umano, con effetti rivelanti sulla produttività e l’attività innovativa delle imprese e, per tali vie, sul potenziale di crescita economica della regione”

Questa la sintesi del volume pubblicato dalla banca d’Italia sulla economia della Campania nel 2013.

Il volume e’ l’ultimo delle pubblicazioni relative alle regioni e costituisce uno spaccato severo delle criticita’ presenti sul nostro territorio in specie per quanto attiene il sistema del credito, la cui entità è anche funzione del tessuto del sommerso e della economia criminale.
Un impatto non minore sugli effetti recessivi sta derivando, infin , anche dalle attività di controllo oltre che delle azioni di polizia giudiziaria. Mano a mano che le maglie si stringono fanno cadere sul campo aziende che sono costrette a ridurre il loro giro di affari ed a ridurre anche l’apporto del lavoro sommerso.
In una economia, che del sommerso sinora si è avvalsa e che costituisce in parte l’ancora di sfogo alla assenza di aziende medio grandi, queste incisive novità sono un fattore di rallentamento anche per lo sviluppo dei dati del credito. Un esempio? Basta guardare ai numeri dell’edilizia in nero degli anni passati che hanno fatto indossare alla Campania la maglia del primo della classe nel fenomeno delle unità immobiliari non accatastate e non note al fisco ed alla Agenzia del territorio. Quel fenomeno appare oggi più sotto controllo.
Viene il tempo e il momento del rispetto delle regole e delle leggi che quando eluse favoriscono solo aree non legali della società. Tutto ciò, in uno anche con le nuove regole della tracciabilità, che nel nostro territorio hanno determinato un freno non lieve alla circolazione delle masse monetarie piccole e grandi, dà luogo ad un fenomeno sul quale riflettere per indurre il sistema a valutare le conseguenze iniziali connesse al recepimento graduale di vaccini nuovi dati dal progressivo adeguamento delle regole.
La lettura di alcuni testi presenti sul sito della Banca d’Italia, sotto ripresi in sintesi, proprio sulle cause del freno allo sviluppo e del freno al credito nelle nostre regioni dovrebbe indurre ad individuare controindicazioni temporanee per mitigare effetti specifici del nostro territorio che si aggiungono a quelli delle insufficienze primarie connesse all’economia ed ai mercati comuni a tutto il territorio nazionale.

Tema di discussione n. 868, aprile 2012 Paolo Pinotti Università Bocconi e Banca d’Italia
I COSTI ECONOMICI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA: EVIDENZE DALL’ITALIA MERIDIONALE

“Il lavoro analizza la relazione tra criminalità organizzata e sviluppo economico in Italia dal dopoguerra a oggi. Come principale indicatore della presenza di organizzazioni criminali si utilizzano le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis del codice penale) in rapporto alla popolazione.
Tali dati evidenziano che, all’interno dello stesso Mezzogiorno, coesistono regioni alquanto diverse in termini di radicamento e dinamica della criminalità organizzata. Mentre le organizzazioni mafiose condizionano lo sviluppo di Sicilia, Campania e Calabria sin dal periodo preunitario, la loro presenza in Puglia e Basilicata si intensifica solo negli ultimi decenni del secolo scorso, a seguito di una serie di avvenimenti in larga parte indipendenti dal contesto socio-economico delle due regioni e riconducibili piuttosto alla contiguità territoriale con le aree di tradizionale insediamento. Il lavoro utilizza questa discontinuità temporale per identificare i costi economici imposti dalla criminalità organizzata. omissis

In particolare, si confronta la serie storica del PIL pro-capite effettivamente osservato in Puglia e Basilicata dal dopoguerra a oggi con la media ponderata della stessa variabile nelle regioni italiane in cui la presenza delle organizzazioni criminali non ha assunto carattere endemico. Omissis

Tema di discussione n. 646, novembre 2007

L’ECONOMIA SOMMERSA COME FRENO ALLO SVILUPPO FINANZIARIO: INDICAZIONI DAL MERCATO DEL CREDITO IN ITALIA
Giorgio Gobbi (Banca d’Italia) e Roberta Zizza (Banca d’Italia) abstract

“L’esclusione dai mercati finanziari ufficiali è annoverata tra i costi che ricadono sulle imprese appartenenti al settore informale. Per accedere ai mercati creditizi, infatti, gli imprenditori devono trasmettere agli intermediari informazioni credibili sulla loro attività. L’assenza di un’adeguata documentazione contabile, o anche soltanto una sua contraffazione nel caso di unità parzialmente regolari, ostacola il reperimento di finanziamenti esterni.

Analogamente, i lavoratori irregolari incontrano difficoltà a documentare la loro capacità di sostenere gli oneri derivanti dall’accensione di un mutuo o dal ricorso al credito al consumo. Anche la diffusione di altri servizi bancari, quali l’utilizzo di mezzi di pagamento diversi dal contante, è minore in aree contrassegnate da un’elevata incidenza dell’economia sommersa.
La bassa domanda di servizi finanziari indotta dal ricorso al lavoro irregolare può frenare l’espansione delle strutture di offerta, come ad esempio l’apertura di sportelli bancari, e limitare il numero di operatori presenti sul mercato, con ripercussioni negative anche sul settore regolare dell’economia.
Questo lavoro fornisce una stima dell’impatto delle attività sommerse sul volume dei prestiti, utilizzando dati relativi ai mercati locali del credito in Italia nel periodo 1995-2003
I risultati confermano l’esistenza di una correlazione fortemente negativa, a livello regionale e provinciale, tra l’incidenza del credito sul valore aggiunto e il peso del lavoro irregolare nel settore privato. La dimensione dell’economia sommersa ha un impatto negativo sia sul volume di finanziamenti alle imprese, sia sui prestiti concessi alle famiglie. A un aumento di un punto percentuale della quota dell’occupazione irregolare su quella totale corrisponde un calo di circa due punti percentuali del rapporto tra il credito alle imprese e il valore aggiunto e di circa 0,3 punti percentuali dell’analogo rapporto calcolato utilizzando il credito alle famiglie. Risultati simili si ottengono per i prestiti concessi dalle società finanziarie specializzate nel leasing, nel factoring e nel credito al consumo.
. Le stime econometriche indicano che le decisioni di entrata delle banche in un mercato locale del credito, misurate in termini di apertura di nuovi sportelli, sono influenzate dalla diffusione del lavoro irregolare. Una diminuzione del tasso di occupazione irregolare di un punto percentuale si tradurrebbe in media in circa tre nuovi sportelli per provincia”

Dal volume “Mezzogiorno e Politiche Regionali” seminario 2009
LEGALITÀ E CREDITO:DISECONOMIE AMBIENTALI
5. Legalità e credito: l’impatto della criminalità sui prestiti alle imprese
Emilia Bonaccorsi di Patti ………………………………………………………………………………….. 165 e seguenti.
http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2014/analisi_s-r/1415_campania
o Testo pdf 3 MB

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Le poesie di Franco Pecora

LE POESIE DI FRANCO PECORA
Poeta in erba

Al compimento dei suoi 89 anni festeggiato da tutta la famiglia.

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A pagina 8 del giornale “Confidenze” del 17 giugno 2014 si legge la poesia “ IL BORGO”.poesia il Borgo di Franco Pecora pubblicata dal giornale Confidenze 001

A pagina 8 del giornale “Confidenze” del 17 giugno 2014 si legge la poesia “  IL BORGO”.

La poesia il “Borgo” ha un sapore ed un valore particolare. I suoi contenuti ci rimandano con la memoria alle immagini di qualche anno fa quando tutti i paesini, e questo in particolare dal nome di Agropoli, oggetti incancellabili della nostra mente e dei nostri ricordi, erano carichi di odori, di aria fresca, di respiri salubri e di profonde emozioni legate alla vista che offrivano fatta di squarci secolari, di cornici radiose di sole, di luce e di tanto mare.

Mare cilentano, mare di scogli, mare di profondità azzurre trafitte dai raggi del sole che egli ben conosce ed apprezza, perché chi ha scritto “il Borgo” è stato nei suoi anni giovanili un escursionista dei fondali che intorno ad Agropoli erano ricchi di pesci da inseguire, cacciare e portare in cucina e poi sulle tavole.

Forse per apprezzare di più il senso e l’intensità delle emozioni che traspaiono occorrerebbe conoscere questo giovane poeta dalla “severa età di anni 92” che da giovane si dilettava di pittura e che da qualche anno con mano ferma , scrittura precisa, puntuale, senza errori e senza incertezze, si diletta nell’arte più antica per affidare ai giovani messaggi e stimoli e per allietare nelle serate invernali , ma ancor di più, nelle serate estive, all’interno del suo meraviglioso giardino di Villa dei Leoni in Agropoli, la ricca cerchia dei familiari che ne ammira l’entusiasmo, le capacità e la grande vitalità intellettuale.

Alla luce di queste brevi note si può veramente capire cosa egli attraverso queste immagini e queste pennellate intende affidare alle future generazioni ed a noi tutti e quanto egli ha fissato nei cassetti della sua memoria che di tanto in tanto si aprono per riportare ad oggi eventi e sensazioni di alcuni decenni fa.

Grazie Franco.

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Il Convegno sulla corruzione del Gruppo Legalità della Chiesa del Gesu

Guarire dalla corruzione: incontro/ dibattito

A chiusura delle iniziative dell’anno il “Gruppo Legalità”, del Centro Culturale della Chiesa del Gesù Nuovo (vedi www.gesunuovo.it ), ha organizzato per il giorno 13 prossimo il convegno che si terrà nell’annessa sala Valeriano ; sarà questo l’ultimo di una serie di incontri nei quali sono state sono affrontate e dibattute delicate tematiche con lo scopo di dare un contributo alla società civile ed anche alla nostra città.

Della “corruzione” tema del momento, per le vicende che ogni giorno si leggono e che disgustano la opinione pubblica, gli onesti e i benpensanti, parleranno autorevoli civils servants portatori di idee qualificate capaci di affrontare un argomento a cui la politica da anni non riesce a dare una svolta definitiva e per il quale non riesce a rassicurare non solo i suoi cittadini ma anche i paesi dell’Europa e di oltre oceano.

La “corruzione” non è solo questione di legislazione, condizione peraltro da anni sollecitata all’Italia da istituzioni mondiali ed europee ( ONU, FMI, Commissione Europea etc ), ma soprattutto di approccio culturale e morale della società che deve recuperare i valori della normalità e dell’etica a fondamento del contesto ambientale e socio economico nel quale devono muoversi gli apparati della pubblica amministrazione , quelli delle imprese e i cittadini tutti; nel quale occorre interagire ed operare alla luce del sole e con trasparenza.

Non sono bastati né bastano i codici etici adottati dalle organizzazioni di categoria d’impresa e delle professioni, né sembrano aver eretto argini idonei alcune legislazioni speciali e le più che elefantiache strutture di governance disseminate in ogni dove che pesano sui conti economici delle aziende e della pubblica amministrazione.

Il contrasto più determinato alla sua diffusione è stato solo di recente la conseguenza di forti ed incisive iniziative giudiziarie che hanno sollevato l’indignazione della pubblica opinione.

Non è un caso che il titolo del convegno sia stato focalizzato sulla parola “guarigione”, sulla guarigione cioè da un morbo, da una malattia endemica che prima di essere un elemento di debolezza strutturale del sistema politico è il sintomo di un malessere diffuso della società contaminata da anni di malcostume e di cattivi esempi non solo della politica.

Non vi è giorno dell’anno in cui le cronache giornalistiche e televisive non siano costrette a trattare vicende di malaffare.

La corruzione Inquina l’economia, i rapporti sociali, incide sulla valutazione che dell’Italia si fa da parte dei mercati internazionali, tanto da relegare il nostro paese da anni nei posti di retroguardia nella graduatoria della “Trasparency International” ( nel 2011 al 69 posto ) e da disincentivare gli investimenti dei fondi e delle imprese dei paesi esteri preoccupati della gestione di una complessità che, pur presente anche nei loro contesti, è però da noi a livelli a dir poco inaccettabili. Gli investimenti esteri in Italia hanno raggiunto il punto più basso, dopo l’anno mirabilis del 2007 in cui riuscimmo ad aggiudicarci 44 miliardi di risorse.

Il convegno arriva a valle del secondo anno di impegno del “ Gruppo Culturale ” che ha fatto della legalità e dei messaggi necessari ad suo ripristino un obiettivo che, come si capisce dalla locandina, è anche culturale, informativo e formativo, da diffondere tra i giovani, da far coltivare persino con lo studio e l’approfondimento di materie e discipline ad essa funzionali e persino nelle aule universitarie. Nella facoltà di Economia si è al secondo anno di corsi specifici sul tema della legalità organizzati dal Prof. Vona.

La presenza dell’ex Rettore dell’Università della Federico II, Prof Marrelli, cultore da sempre della materia, il profilo del Magistrato Cantone , che non ha bisogno di presentazione e che, a ragione del suo percorso professionale e del suo impegno di magistrato sul fronte della lotta alla criminalità , oggi ricopre la carica più importante nella Autority dell’Anticorruzione, la presenza del Vice Presidente della Camera dei deputati de Maio, portatore all’interno del gruppo in cui politicamente milita dei valori della legalità, danno all’incontro un significato ed un risalto particolare.

Ad introdurre il tema sarà Padre Liberti, che del gruppo legalità, in ragione della sua mission pastorale, è vivace e saggio stimolatore; a coordinare l’interessante parterre concorrerà il giornalista di SkyTV Chiariello, a concludere i lavori il Magistrato Conzo della DDA della Procura di Napoli, anch’egli strenuamente impegnato sul fronte della lotta alla criminalità organizzata.

Non è questa la sede per dare notizie tecniche ; qualche dato può però accendere stimoli e curiosità. Nel 2012 l’Italia è passata dal 69 al 72 posto nella graduatoria della Corruption Perception Index di Transparency International, dopo il Ghana e la Macedonia. Analoga percezione è espressa dagli indicatori della Banca Mondiale (Rating of control of corruption RCC). In circa 60 miliardi di euro all’anno vengono stimati dalla Corte dei Conti i danni economici arrecati alla Pubblica amministrazione dalla corruzione (relazione anno giudiziario 2012); nel 16% è stata stimata la perdita degli investimenti dall’estero negli ultimi 5 anni.

Il presidente del Senato Grasso al suo primo giorno di mandato parlamentare ha depositato un disegno di legge in materia di corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio con questa introduzione : “Onorevoli Senatori, la lotta alla corruzione è diventata una priorità nelle agende politiche internazionali, anche per effetto della profonda crisi che coinvolge le più avanzate economie mondiali: il diffondersi delle prassi corruttive, minando la fiducia dei mercati e delle imprese, determina, tra i suoi molteplici effetti, una perdita di competitività.. omissis”.

Pur dopo la adozione nel 2012 da parte del Governo Monti di una normativa generale egli ha sentito ed avvertito l’esigenza di concorrere alla risoluzione di in tema politico primario; nella sua funzione di magistrato inquirente e nella successiva posizione di Procuratore Nazionale Antimafia he speso energie su singole situazioni, senza poter incidere più di tanto a livello generale .

Viene da chiedersi come mai non sia stato possibile affrontare, nel ventennio della seconda Repubblica, la cura radicale di una malattia che sembrava debellata agli inizia degli anni 90. Certamente il Convegno potrà dare tante risposte . Una cosa è certa: è ora di voltare pagina. Parlarne e dibatterne è solo un buon inizio di terapia.

locandina 2

Federico d’aniello

 

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La vicenda del Monte dei Paschi vissuta all’ombra della politica.

federda

Il clima elettorale, le incaute trasmissioni televisive nelle quali si tenta di far capire cose complesse con il ricorso alle voci di politici faziosi mossi da un acceso spirito di campagna elettorale che fanno audience, le accuse al momento non ancora provate, le parole in libertà che ogni giorno si pubblicano su certa carta stampata che fiancheggia la politica senza severi approfondimenti stanno trasformando una vicenda bancaria frutto di un risiko in un disegno criminoso di cui non si sono ancora capite le origini, le ragioni di fondo, gli obiettivi truffaldini ed i destinatari dei vantaggi delle presunte attività illecite. Ciò che si tenta di far passare in maniera distorta è solo un aspetto: che ci sono responsabilità esterne ( politiche ) dietro ogni evento di gestione della Banca come se a guidarla in tutte le decisione ci sia stata solo la mano faziosa della politica di vicinanza prodiga, attraverso…

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Un commento a caldo, subito dopo le prescrizioni BCE di due anni fa, pubblicato a posteriori.

CIRCOLAZIONE e VITA RESIDUA DEL DEBITO PUBBLICO AL 30 settembre 2011. Fonte MEF Dipartimento TESORO

Al 30 sett 2011 BOT  BTP CCT CTZ

2011

201,6

87,78

30,05

37,3

356,73

pil nel Mildi € debito %

2012

92,7

121,6

25,8

46,2

286,3

2007

1546

1602

103,6

2013

117,8

14,3

16,9

149

2010

1548

1843

119,8

2014

84,9

26,6

111,5

2015

101,8

16,97

118,77

con un tasso di   crescita al 2% sarebbe stato on ogni caso cosi:

2016

50,85

14,8

65,65

nel 2010 1639

1843

112,4

2017

62,19

8,05

70,24

2018

47,9

9,8

57,7

2019

85,7

85,7

2020

67,9

67,9

Fonte: Ministero   dell’Economia e delle Finanze –

2021

83,35

83,35

notifica del   deficit pubblico inviato alla Commissione Europea ex Reg CE 3605/93

2022

3,8

3,8

2023

52,29

52,29

2024

0,66

0,66

2025

19,2

19,2

2026

28,4

28,4

2027

26,03

26,03

2029

27,4

27,4

2031

29,8

29,8

2033

15,45

15,45

2034

21,4

21,4

2035

15,6

15,6

2037

24,8

24,8

2039

18,7

18,7

2040

20,01

20,01

2041

6,7

6,7

294,3

1222

146,37

100,4

1763,1

Ci stiamo lamentando un po’ tutti per le prescrizioni che sono venute dall’Europa per risanare il nostro squilibrio finanziario che è arrivato a livelli assurdi: debito al 119% del PIL ; ci siamo sentiti offesi, lesi nella dignità , nel sentimento di nazione, mortificati per l’atteggiamento tutoriale delle due nazioni, Francia e Germania che hanno irriso il Presidente del Consiglio, e che ci ha messo alla corda per condurci sulla dritta strada. Era ora!

Gli italiani che sono caratterialmente votati all’ascolto della buona musica, che prediligono le fiction e le trasmissioni ove si fa chiasso e si animano dibattiti,  non sono molto sensibili ed attenti alla lettura dei grigi e severi numeri , specie quando essi esprimono valori dell’economia. Conoscono bene le statistiche calcistiche , sono edotti in tanti settori, ma rifuggono dall’approfondire i rudimenti della matematica , tanto più quando essa ha attinenza con la moneta e la finanza.

Senza andare troppo lontano nel tempo , utilizzando i dati disponibili sul sito del Tesoro messi li per tutti( Link  Dipartimento del Tesoro – Scadenze Titoli Suddivise per Anno ), con la loro semplicistica rappresentazione si può avere la sensazione del baratro nel quale ci stavamo dirigendo ( speriamo di esserci fermati seriamente ) a dispetto della pur encomiabile ma altrettanto antipatica azione del Ministro Tremonti che sa di dover fare il cerbero; non sa invece di dover sistematicamente comunicare agli italiani il grado di pericolosità al quale siamo stati portati. Forse per non scontentare l’elettorato, il suo mentore ed anche per accontentare tutti e per sottacere la circostanza di  aver fatto degenerare la spesa pubblica oltre ogni limite. [1]

Come si sia potuto far vivere nella tranquillità i cittadini e far sapere loro che va tutto bene è poi è altra cosa; appartiene al senso di responsabilità o di irresponsabilità che dovrebbe qualificare l’operato del buon padre di famiglia.

Per dare i driver della nostra situazione è sufficiente leggere quattro numeri delle tabelle: nel 2007 il pil è stato di € miliardi  1547 nel 2010 è stato di € miliardi 1548. Crescita zero. Nello stesso periodo il debito pubblico è passato invece dalla modica cifra di € miliardi 1602 a € miliardi 1843, con un delta che fa venire i brividi solo a dirlo e cioè più € 243 miliardi in soli quattro anni , con un overflow di circa 60 miliardi all’anno ed una spinta tendenziale da voragine.[2]

In altra sede andremo ad analizzare le ragioni di questa follia gestionale e ad individuare anche le fonti di spesa, che avranno pur avuto ragioni economiche e politiche, ma che lasciano intendere come anche Tremonti, che ha fatto il duro e che ora si è arroccato sull’intransigenza più assoluta, avrebbe dovuto strillare al mondo intero la degenerazione dei  fondamentali del bilancio dello Stato e/o dimettersi platealmente per richiamare l’attenzione di tutti se aveva capito cosa ci aspettava. Si può anche opinare che era in buona federe e che non lo avesse capito.In un solo caso poteva essere giustificato: se quelle somme fossero state destinate ad investimenti sani con ritorni certi per l’economia e non anche in spesa corrente.Naturalmente la situazione non piace a tanti: non piace ai sindacati, alle lobby , alle corporazioni, non piace neppure a chi pratica la politica del nimby, ma è davvero prossima all’implosione se non si provvede. La terza camera ,” il salotto di Vespa”, che ci fa edotti su tanti argomenti, di tanti omicidi, di indagini di costume che gli Italiani seguono con attenzione assidua,  sacrificando un po’ di audience, avrebbe fatto cosa gradita all’OCSE che lamenta il basso tasso di conoscenza e di informazione della cittadinanza sulle dinamiche finanziarie e dell’economia, se, utilizzando Giannino ed altri comunicatori, avesse anche preparato due tavole con i numeri che contano e, senza mettere la mano benevola sulla spalla dei suoi ospiti, li avesse invitati alla ragione ed avesse  loro detto  “cosa aspettate”? Il crack ?Meno male che lo Stato Italiano non ha speso, come invece è successo a Francia, Germania e Inghilterra che si sono svenate , una lira melius un euro per sostenere le banche durante la crisi del 2008; chè, anzi, sono state le banche a fare da cassa di compensazione per tutti i write off ( le cancellazioni dei crediti per perdite ) di non poche aziende italiane che hanno presentato i libri in tribunale.Un esempio per tutti , recente : gli ospedali San Raffaele di  Milano di Don Verzè , il prete finanziere d’assalto, cui va il merito di aver creato un polo salutistico di eccellenza ma anche il demerito di operazioni che nulla avevano di etico e di religioso, richiederanno un ulteriore  sacrificio per le banche di parecchi milioni.Ed ancora sempre per dire bene delle nostre banche va segnalato che esse non hanno rimpinguato i portafogli di titoli Greci e Portoghesi a tassi elevati per far quadrare il conto economico ,come hanno fatto Parigi e Berlino a spese della Grecia; pertanto, non soffriranno per la riduzione del debito Greco al 50% misura resa necessaria per il salvataggio.[3]E i “Grechi” come dice una illetterata onorevole smettano di scioperare; ricomincino a fare sul serio prima che qualche golpe li rimetta nel barrèe. Questo vale e varrà anche per noi per le cose che si dirà in proseguo.Tremonti all’epoca nel 2008, con le banche, ci ha provato per far entrare lo Stato in quel capitale ; per fortuna l’operazione non gli è riuscita. Grazie banche; oggi forse il debito pubblico avrebbe avuto altri compagni di cordata.E concludo.Il piano di attività presentato  dal Governo Berlusconi alla Ue costituisce in tempi di crisi la somma di iniziative cui qualsiasi impresa che voglia rimanere sul mercato è costretta a guardare , pena la sua espulsione ; ha tempi medio lunghi ed effetti che si spalmano anch’essi nel tempo medio lungo.Occorre ben altro ; qualcosa di più di una  patrimoniale. Occorre anche una iniziativa emblematica e forte che elimini, con ogni consentita urgenza, almeno una parte del debito senza la quale, come si evince dal piano delle scadenze più prossime dei titoli di Stato ( 2012 e 2013), non si annulla il rischio di default visto che tutti i Fondi che lavorano sulla piazza di Milano e molti operatori “hedge found”, istituzionali e non, si sono alleggeriti di buona parte del portafoglio investito in nostri titoli negoziandoli nei dark pool ( pozzi neri) per non farsi identificare e per sottrarre le informazioni al mercato, nel durante, relativamente ai prezzi ed alle quantità.Quindi è certo che non saranno più compratori. L’alleggerimento è stato di circa 300 miliardi ; ad esso non sono state estranee le consorelle bancarie di Francia, Germania ed Inghilterra, che, pur dopo le operazioni di riduzione del rischio Italia, saranno comunque abbisognevoli di significativi aumenti di capitale. E questo la dice lunga sul clima di sospetto e di solidarietà. Peccato che le banche e Banca d’Italia non siano in grado di far sapere, con una  settorizzazione  spinta dei dati, quanta parte del debito è in mani improvvide. Ciò è la conseguenza dei molti mercati paralleli a quelli ufficiali.Una raccomandazione agli investitori nazionali per la difesa della italianità: liberatevi di tutti i bond acquistati per esterofilia. Se ciò avvenisse e fosse possibile non avremmo bisogno di nessuno. La ricchezza complessiva della nostra nazione come emersa dal report mondiale recente di Credit Suisse è sufficiente ed adeguata quanto basta. Se ciò accadesse la nottata rappresentata dal 2012 e dal 2013 passerebbe come dice Eduardo senza pene.Nel frattempo è augurabile e si spera che l’Italia ritrovi il buon senso e, se non lo ritrova, ci si augura che tutti provvedimenti necessari, quelli del piano del Governo presentato all’Europa, vengano assunti a dispetto di tutte lamentele, proprio tutte, purchè le risorse reimmesse in circolo vadano verso i giovani e le sole imprese meritevoli: quelle che costruiscono ed aggiungono valore. Ai sacrifici occorre prepararsi per il patto di solidarietà con le nuove generazioni.  Non possiamo farne a meno.

Continua perché subito dopo è successo di più.

Il pezzo è stato scritto all’indomani delle prescrizioni di Monaco , cioè più di due anni fa e non venne pubblicato da un giornale che fu destinatario dello scritto. Ora capisco anche il perchè. Richiede aggiornamenti alla luce di quanto è successo nel biennio e del nuovo che è successo in Europa.  Ci facciano il piacere quelli che non sanno leggere i numeri di evitare di continuare a fare promesse a parole. Ora è il momento della serietà e delle decisioni che contano: si va anche a votare e lo spettacolo al quale ci stiamo preparando della rincorsa di tanti schieramenti certamente non fa bene all’Italia , giacchè si da l’idea che non ci siano poi formazioni in grado di assumere una visione responsabile globale nella governance del nostro sistema. Due costole dall’Idv, due, tre o anche più dal Pdl , il movimento arancione, etc etc ognuna portatrice di istanze pur importanti ma specifiche e particolari rompono il quadro d’insieme e soprattutto ci fanno fare un salto indietro di anni. Forse anche per questo motivo non si è fatta la riforma elettorale che mette dei paletti e degli sbarramenti. Ma chissà che gli Italiani questa volta non abbiano capito dove cosa occorre fare.

 ( federico d’aniello pubblicista 111525)


[1] Ora a distanza di poche settimane, dopo gli approfondimenti fatti, ho maturato una diversa convinzione, ancora più dura. Siamo stati governati da un ragioniere che conosce bene i dati della contabilità ma non conosceva affatto né l’economia delle aziende né la macroeconomia e che non conosce ancor di più la finanza che ha solo demonizzato e criticato ma di cui non immagina e preconizza eventi ed evoluzioni. Ma si è mai messo sott’occhio i dati finanziari per capire in quali mani stavano i nostri titoli e su quale grado di affidabilità poteva contare ?

[2] Ho ora organizzato altri dati che danno una visione più complessiva delle evoluzioni storiche e che diverranno il contenuto di altri approfondimenti.

[3] E in ogni caso vengono bastonate da tutti perché non sono state prone nella gestione della finanza cattiva e sono state invece solo nazionaliste nel sostenere la politica del governo con l’acquisizione in portafoglio di titoli del debito pubblico.

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Archiviato in Temi macroeconomici: dati e opinioni

I dati del settore della Finanza: borse e banche

La finalità di questo Blog da sempre è data dalla lettura di dati dei quali occorre capire la ragione.  I dati devono stimolare opinioni e riflessioni in chi avverte la curiosità di leggerli.

Va detto anche che, oggi, la disponibilità degli stessi è legata solo ad una attività di ricerca e di analisi di fonti attendibili. Il lavoro di raccolta presuppone analisi necessarie per validarne i contenuti. In altri termini tutti gli utenti della rete, in linea di massima, potrebbero accedervi se guidati dalle competenze utili per individuare i data base che li contengono.

Il blog vuole svolgere un ruolo di facilitatore nella presentazione e di driver per l’accesso alle Fonti.

La premessa è fondamentale rispetto ai contenuti che seguono che presentano lo scenario dei dati della Borsa e della Finanza del nostro paese inseriti nella serie dei dati mondiali dei settori di pertinenza.

Chi scrive attinge prevalentemente gli spunti dalla stampa finanziaria delle testate note, quali Milano Finanza e al Sole 24 ore, letture sistematiche di anni di lavoro ma anche dalle testate on line numerose e di livello qualitativo indiscusso che sono li pronte per essere lette e studiate.

L’occasione dello scritto è maturata dalla lettura dei dati di fine mese di Gennaio 2019 delle borsa italiana e dai report di sintesi andamentali

Infatti i dati della prima parte sono stati espunti da quei giornali nazionali; quelli della seconda parte sono stati attinti invece da “www.verafinanza.com ”, testata che ogni anno pubblica on line un report interessante sui principali player del mondo delle borse e delle banche.

  • L’incipit come detto in precedenza si avvale dei dati di fine mese di Milano Finanza.

La borsa Italiana valeva alla data del 31 gennaio 609 miliardi e contava su 365 titoli. Fa parte della Borsa di Londra che è di circa 4500 miliardi di $ come emerge dal report successivo che riporta anche la BORSA LSE di Londra.

Nella ultima settimana di gennaio, data di redazione del pezzo, 165 di questi sono andati al rialzo, 110 sono stati colpiti dal ribasso, 68 non hanno subito variazioni.

Un raffronto con i settori del Down Jones Italia, dell’Area euro e del Down Jones Usa rafforza la comprensione delle tendenze generali del periodo a livello Europeo e mondiale.

Nell’anno 2019, a fine mese di gennaio, tutti i settori di mercato sia Italia che Euro e Usa hanno fatto registrare apprezzamenti. In particolare in Italia emergeva il dato del settore degli autoveicoli e componenti per un +13,95% ,  dei %materiali di base  e delle  costruzioni  per un più 5,54% .Insomma per tutto il primo mese all’anno 2019 c’è stato un sostanziale ottimismo che si è tradotto in un buon apprezzamento.Ugualmente è accaduto ai settori dell’area euro relativamente ai materiali di base, autoveicoli e componentistica Unico settore che piange alla data è stato quello delle telecomunicazioni. In Italia ha fatto registrare un -6,; nell’area euro un -1,4%.E ciò contrariamente a quanto è dato rilevare negli Usa dove si è consolidato un +5, 60% .In effetti le telecomunicazioni sono un settore che va bene nel mondo ( vedi mercati asiatici e Cina ) ma che in Europa viene influenzato dalla nota vicenda Vivendi Telecom Italia.E’ la guerra di comando europea ad influire negativamente sull’apprezzamento dei titoli di Telecom e Vivendi.

I migliori titoli in Italia quelli Stmicroelettronics, Gefran , Fiera di Milano.Tra i peggiori Telecom Italia , Gabetti , Tod’s  Stefanel  e qualche altro. I più trattati come sempre Intesa San Paolo, Telecom Italia, Enel , Unicredit, Sai , Snam   Eni.  Uno sguardo agli indici: Il Mib  ha fatto registrare  un +8,11%, l’euro Stock  +5 9 il  Down Jones  +7, 28% ,lo Sdac30 + 8,74% il Nikkey solo + 3, 79 , il Cac francese +5,40 %

Insomma il mese di gennaio è sembrato potesse aprire positivamente un anno che invece tende ad una decrescita generale del Pil per le note questioni in atto sulle politiche di restrizione delle libertà di mercato che Cina e Stati Uniti ormai da più di un anno vanno agitando a difesa delle produzioni locali.

Le informazioni servono a capire il ruolo dell’Italia nello scenario Europeo e mondiale.

E per capire cosa significhi di fatto l’Italia occorre dare uno sguardo ai big Europei, big che impressionano nel raffronto , che danno l’dea di cosa rappresenti il mercato azionario domestico rispetto alle aziende tutte quotate nell’Euronext di Parigi, Amsterdam e Bruxelles e della Borsa Lse di Londra , London Stock Exchange, in cui è inserito anche il nostro portafoglio azionario nazionale ed il mercato dell’MTA dei titoli di stato.

Negli alimentari: la sola Nestlè  vale 228mila mliardi , cioè un terzo della intera borsa italiana.Tra le assicurazioni svetta la tedesca Alliance con 78.000 miliardi . Tra le Banche commerciali svetta Bshc Holding  Per 147630. Nel settore dei consumi l’Oreal vale 131.000. Nei servizi, Airbus vale  74.900 miliardi . Il settore farmaceutico è fatto da giganti. Infatti, la più piccola azienda ,  l’Astrazeneca vale 78.587, la Novartis 193 mila miliardi. Non parliamo dei petroliferi dove la nostra Eni pur con un capitale borsistico di 52.957 è largamente doppiata dalle doppie BP, da Shell e da Total.

Nota conclusiva.

In sintesi la nostra economia è affetta da un nanismo secolare, conseguenza in parte della struttura delle nostre imprese, da sempre medio piccole; struttura che talvolta aiuta altre volte è di ostacolo allo sviluppo perchè non consente di affrontare la competizione internazionale che è portata avanti da player che certamente non sono  per lo più caratterizzati da nanismo finanziario.

Piccolo è bello ? Non sempre

  • Banche e Finanza

Lo stesso discorso si ripropone anche per le nostre banche e la finanza dei fondi : in genere sono rispetto a grandi player Europei ed ancor di più rispetto a quelli mondiali rappresentate da piccoli competitor se si pensa che Intesa Sanpaolo capitalizza la metà del Santander spagnolo e un quinto della inglese HBSC.

Le altre, dopo l’Unicredit, sono solo piccole casse al confronto con il sistema inglese e con il sistema della raccolta dei grandi fondi.

Con questi protagonisti del mercato e con la loro forza dobbiamo competere; isolarsi e dividersi non è certo la strada migliore. La competizione è dura ed è anche funzione di regolamentazioni mondiali che non ci favoriscono, frutto di accordi che ci vedono  quasi sempre perdenti.

Per capire, si sono raccolti i dati  relativi al sistema delle banche in Europa e nel mondo , quasi tutti presi da Verafinanza.com on line.

Siamo nei fatti un sistema modesto per forza e per struttura.

  • Le Borse più importanti al mondo per il 2018 rilevati da Finanza vera
  

Rank

  

Nome Borsa

  

Market Cap.

  

Nr. Società quotate

1 NYSE 22.755,5 2.291
2 Nasdaq – US 10.823,3 2.957
3 Japan Exchange Group Inc. 6.520,0 3.603
4 Shanghai Stock Exchange 5.568,9 1.403
5 Hong Kong Exchanges and Clearing 4.756,2 2.145
6 Euronext 4.693,7 1.252
7 LSE Group 4.626,7 2.490 ( siano qui )
8 Shenzhen Stock Exchange 3.720,6 2.097
9 BSE India Limited 2.404,8 5.479
10 Deutsche Boerse AG 2.398,3 498
11 TMX Group 2.388,8 3.344
12 National Stock Exchange of India Limited 2.379,9 1.878
13 Korea Exchange 1.869,6 2.138
14 SIX Swiss Exchange 1.739,1 264
15 Nasdaq Nordic Exchanges 1.614,9 982
16 Australian Securities Exchange 1.561,3 2.152
17 Johannesburg Stock Exchange 1.278,6 365
18 Taiwan Stock Exchange 1.141,6 927
19 BM&FBOVESPA S.A. 1.095,6 102
20 BME Spanish Exchanges 955,4 3.108
21 Singapore Exchange 819,6 749
22 Moscow Exchange 695,7 233
23 The Stock Exchange of Thailand 594,8 688
24 Indonesia Stock Exchange 549,0 567
25 Bursa Malaysia 488,8 904
26 Saudi Stock Exchange (Tadawul) 478,6 190
27 Bolsa Mexicana de Valores 452,5 10
28 Bolsa de Comercio de Santiago 314,1 69
29 Oslo Bors 308,2 227
30 Philippine Stock Exchange 290,3 267
31 Tel-Aviv Stock Exchange 242,6 457
32 Borsa Istanbul 241,5 377
33 Warsaw Stock Exchange 217,2 886
34 Wiener Borse 163,5 534
35 Irish Stock Exchange 153,6 52
36 Belarusian Currency and Stock Exchange 151,5 0
37 Qatar Stock Exchange 138,6 45
38 Bolsa de Valores de Colombia 133,3 232
39 Hochiminh Stock Exchange 132,9 351
40 Abu Dhabi Securities Exchange 129,4 69
41 Taipei Exchange 117,7 749
42 Bolsa de Comercio de Buenos Aires 112,6 295
43 Dubai Financial Market 110,1 61
44 Tehran Stock Exchange 103,9 324
45 Bolsa de Valores de Lima 103,4 31
46 NZX Limited 98,7 176
47 Luxembourg Stock Exchange 74,4 166
48 Bourse de Casablanca 72,6 74
49 Athens Stock Exchange (ATHEX) 57,6 200
50 Kazakhstan Stock Exchange 51,0 107
51 The Egyptian Exchange 48,7 254
52 Dhaka Stock Exchange 43,5 302
53 Nigerian Stock Exchange 43,3 167
54 Chittagong Stock Exchange 41,7 271
55 Budapest Stock Exchange 33,6 41
56 Bucharest Stock Exchange 26,3 87
57 Amman Stock Exchange 24,5 194
58 Zagreb Stock Exchange 23,9 155
59 Bahrain Bourse 22,0 43
60 Muscat Securities Market 21,0 112
61 Colombo Stock Exchange 19,3 298
62 Iran Fara Bourse Securities Exchange 18,0 104
63 Bolsa de Valores de Panama 15,4 148
64 BRVM 12,1 45
65 Beirut Stock Exchange 11,8 10
66 Stock Exchange of Mauritius 10,4 76
67 Hanoi Stock Exchange 10,4 385
68 Tunis Stock Exchange 9,5 81
69 Ljubljana Stock Exchange 6,8 35
70 Malta Stock Exchange 5,4 24
71 Ukrainian Exchange 4,7 96
72 Palestine Exchange 3,9 48
73 Barbados Stock Exchange 3,5 19
74 Namibian Stock Exchange 3,0 43
75 Bolsa Nacional de Valores 3,0 NA
76 Cyprus Stock Exchange 2,9 74
77 Bermuda Stock Exchange 2,7 342
78 Trop-X 0,3 24
79 Sydney Stock Exchange 0,1 4

21 MARZO 2018    FINANZA E MERCATI  Fonte  FINANZA vera ON LINE

“Come è noto, la borsa valori non è nient’altro che un mercato regolamentato dove vengono scambiati strumenti finanziari quali ad esempio azioni, obbligazioni, futures, options, covered warrants, certificates e molti altri. È di fatto un mercato secondario, ossia un mercato dove vengono negoziati strumenti finanziari già emessi in precedenza nel mercato primario. Le borse nel mondo non sono uguali tra di loro e si differenziano sulla base di diversi criteri come ad esempio il market cap, il numero delle società quotate nazionali ed estere, la tipologia di strumenti finanziari negoziati, la regolamentazione e molto altro”

La classifica delle 79 borse più grandi al mondo è stata redatta sulla base della capitalizzazione di mercato totale di tutte le società quotate e sulla base del numero totale delle società quotate. I dati sono relativi al mese di marzo 2018 e nel caso della capitalizzazione di borsa sono espressi in miliardi di USD”.

  • Note sulla classifica delle Borse nel mondo per il 2018

“Secondo la classifica delle borse più importanti al mondo per capitalizzazione di mercato il primo posto continua ad essere occupato, da NYSE con un market cap di quasi 22,7 mila miliardi di USD. Al secondo posto si trova il Nasdaq – US con una capitalizzazione di mercato pari a 10,8 mila miliardi di USD, seguito da Japan Exchange Group Inc. con 6,5 mila miliardi di USD”

“Se, invece, la classifica delle borse più grandi al mondo, venisse effettuata sulla base del numero delle società quotate, la situazione cambierebbe.

Al primo posto avremmo la BSE India Limited con 5.479 società quotate. Il secondo posto verrebbe occupato da Japan Exchange Group Inc. con 3.603 società quotate, invece, il terzo posto da TMX Group con 3.344 società quotate”.

“Nel penultimo posto della classifica delle borse più grandi, in termini di capitalizzazione di mercato, al mondo si trova la Trop-X (Seychelles Securities Exchange) con una capitalizzazione pari a 0,3 miliardi di USD e con 24 società quotate”.

“L’ultimo posto della classifica, in termini di capitalizzazione di mercato, è occupato da Sydney Stock Exchange con un market capo di 0,1 miliardi di USD e con 4 società quotate”

  • UNO SGUARDO ALLE PRIME 62  BANCHE DI EUROPA più grandi per attivi totali

18 APRILE 2018 FINANZA E MERCATI   FONTE Finanza vera on line

La classifica delle banche europee è stata fatta sulla base degli attivi totali, che è un indicatore utilizzato come proxy per confrontare le banche tra di loro. Se per le altre tipologie di aziende il confronto avviene spesso in base al fatturato, il confronto tra le banche avviene sulla base di questo indicatore.”

“Nella classifica delle prime 62 banche europee più grandi attivi totali nel 2018 ci sono undici banche tedesche, sei banche britanniche, sei banche francesi, sei banche italiane, cinque banche spagnole, cinque banche olandese, quattro svizzere, quattro banche svedesi, tre banche belghe, due banche austriache, due banche danesi, due banche irlandesi, due banche russe, una banca finlandese, una banca norvegese, una banca lussemburghese, una banca portoghese.”

Rank Nome Banca Paese Attivi Totali
1 HSBC Holdings GB 2.522
2 BNP Paribas Francia 2.348
3 Credit Agricole Group Francia 2.112
4 Deutsche Bank Germania 1.767
5 Banco Santander Spagna 1.730
6 Barclays PLC GB 1.529
7 Societe Generale Francia 1.527
8 Groupe BPCE Francia 1.509
9 Lloyds Banking Group GB 1.096
10 ING Group Paesi Bassi 1.014
11 UniCredit S.p.A. Italia 1.002
12 Royal Bank of Scotland GB 996
13 Intesa Sanpaolo Italia 955
14 Credit Mutuel Francia 951
15 UBS Group Svizzera 938
16 BBVA Spagna 827
17 Credit Suisse Group Svizzera 816
18 Rabobank Group Paesi Bassi 722
19 Nordea Bank Svezia 696
20 European Investment Bank Lussemburgo 687
21 Standard Chartered Plc GB 664
22 DZ Bank Group Germania 606
23 Danske Bank Denmark 569
24 KfW Group Germania 565
25 Commerzbank AG Germania 541
26 Cassa Depositi e Prestiti Italia 497
27 ABN AMRO Group Paesi Bassi 471
28 Sberbank Russia 470
29 CaixaBank Spagna 459
30 KBC Group NV Belgio 350
31 Svenska Handelsbanken Svezia 337
32 DNB Group Norvegia 328
33 Skandinaviska Enskilda Banken Svezia 311
34 Nationwide Building Society GB 307
35 Landesbank Baden-Wurttemberg Germania 285
36 La Banque Postale Francia 277
37 Swedbank Svezia 269
38 Banco Sabadell Spagna 266
39 Bayerische Landesbank Germania 265
40 Erste Group Bank AG Austria 264
41 Bankia Spagna 256
42 Dexia Group Belgio 239
43 Raiffeisen Schweiz Svizzera 234
44 Nykredit Denmark 229
45 VTB Russia 226
46 Belfius Bank Belgio 201
47 Norddeutsche Landesbank Germania 198
48 Landesbank Hessen-Thuringen Germania 195
49 Banco Bpm SpA Italia 193
50 BNG Bank Paesi Bassi 175
51 NRW.Bank Germania 170
52 Zurich Cantonal Bank Svizzera 168
53 Banca Monte dei Paschi di Siena Italia 167
54 OP Financial Group Finland 164
55 Raiffeisen Bank International Austria 162
56 UBI Banca Italia 153
57 Bank of Ireland Irlanda 147
58 Deka Group Germania 115
59 Caixa Geral de Depositos Portogalo 112
60 Landwirtschaftliche Rentenbank Germania 109
61 Allied Irish Banks Irlanda 108
62 NWB Bank Paesi Bassi 104

Al primo posto si trova una banca britannica, HSBC Holdings con 2.522 miliardi di USD in assets e con un aumento di 30 miliardi rispetto all’anno precedente. Il secondo posto viene occupato da una banca francese, BNP Paribas con 2.348 miliardi di dollari e con una riduzione di 100 miliardi rispetto ad un anno prima Anche il terzo posto viene occupato da una banca francese, la Credit Agricole Group con 2.112 miliardi di USD e con un aumento di 123 miliardi rispetto all’anno precedente..”

“Il quarto posto è occupato da una banca tedesca la Deutsche Bank con 1.767 miliardi di USD in assets, invece, il quinto posto da una banca spagnola, il Banco Santander con 1.730 miliardi di dollari.”

Per quanto riguarda le banche italiane, all’undicesimo posto troviamo Unicredit Spa che guadagna una posizione ed ha una capitalizzazione di 57 miliardi di USD. Intesa Sanpaolo si trova al tredicesimo posto: guadagna due posizioni con 55 miliardi di $ n capitalizzazione. Cassa Deposito e Presiti occupa la stessa posizione dell’anno prima; invece, Banco BPM Spa perde una posizione rispetto all’anno scorso..

I dati che sono stati utilizzati per costruire questa classifica sono espressi in miliardi di USD e per la maggior parte delle banche sono relativi all’ammontare degli attivi totali al 31/12/2017. Non ci sono state grosse variazioni nel 2018.

  • Le 120 Banche più grandi nel mondo per attivi totali

2 MAGGIO 2018FINANZA E MERCATI

Rank Nome Banca Paese Attivi Totali
1 Industrial & Commercial Bank of China Cina 4.006
2 China Construction Bank Corp Cina 3.397
3 Agricultural Bank of China Cina 3.233
4 Bank of China Cina 2.989
5 Mitsubishi UFJ Financial Group Giappone 2.774
6 JPMorgan Chase & Co USA 2.534
7 HSBC Holdings GB 2.522
8 BNP Paribas Francia 2.348
9 Bank of America USA 2.281
10 China Development Bank Cina 2.202
11 Credit Agricole Group Francia 2.112
12 Wells Fargo USA 1.952
13 Japan Post Bank Giappone 1.874
14 Mizuho Financial Group Giappone 1.850
15 Sumitomo Mitsui Financial Group Giappone 1.847
16 Citigroup Inc USA 1.843
17 Deutsche Bank Germania 1.767
18 Banco Santander Spagna 1.730
19 Barclays PLC GB 1.529
20 Societe Generale Francia 1.527
21 Groupe BPCE Francia 1.509
22 Bank of Communications Cina 1.388
23 Postal Savings Bank of China Cina 1.384
24 Lloyds Banking Group GB 1.096
25 Royal Bank of Canada Canada 1.029
26 ING Groep NV Paesi Bassi 1.014
27 Toronto-Dominion Bank Canada 1.007
28 Norinchukin Bank Giappone 1.007
29 UniCredit S.p.A. Italia 1.002
30 Royal Bank of Scotland Group GB 996
31 Industrial Bank Co. Ltd Cina 986
32 China Merchants Bank Cina 966
33 Intesa Sanpaolo Italia 955
34 Credit Mutuel Francia 951
35 UBS Group AG Svizzera 938
36 Shanghai Pudong Development Bank Cina 943
37 Goldman Sachs Group USA 917
38 Agricultural Development Bank of China Cina 873
39 China Minsheng Banking Corp Cina 859
40 Morgan Stanley USA 852
41 China CITIC Bank Corp Cina 833
42 BBVA Spagna 827
43 Credit Suisse Group Svizzera 816
44 Bank of Nova Scotia Canada 755
45 Commonwealth Bank of Australia Australia 751
46 Rabobank Group Paesi Bassi 722
47 Australia & New Zealand Banking Group Australia 700
48 Nordea Svezia 696
49 European Investment Bank Lussemburgo 687
50 Westpac Banking Corp Australia 665
51 Standard Chartered Plc GB 664
52 National Australia Bank Australia 616
53 China Everbright Bank Cina 628
54 DZ Bank AG Germania 606
55 Bank of Montreal Canada 579
56 Sumitomo Mitsui Trust Holdings Giappone 570
57 Danske Bank Danimarca 569
58 KfW Group Germania 565
59 Commerzbank Germania 541
60 State Bank of India India 535
61 Cassa Depositi e Prestiti Italia 497
62 The Export-Import Bank of China Cina 492
63 Canadian Imperial Bank of Commerce Canada 484
64 Ping An Bank Cina 482
65 ABN AMRO Group NV Paesi Bassi 471
66 Sberbank of Russia Russia 470
67 U.S. Bancorp USA 462
68 CaixaBank Spagna 459
69 Itau Unibanco Holding SA Brasile 437
70 Resona Holdings Giappone 435
71 Banco do Brasil SA Brasile 413
72 KB Financial Group Corea del Sud 409
73 Shinhan Financial Group Corea del Sud 399
74 Nomura Holdings Giappone 395
75 DBS Group Holdings Singapore 387
76 Caixa Economica Federal Brasile 383
77 PNC Financial Services Group USA 381
78 Hua Xia Bank Cina 376
79 Bank of New York Mellon Corp USA 372
80 Shinkin Central Bank (SCB) Giappone 371
81 Capital One Financial Corporation USA 366
82 Banco Bradesco SA Brasile 365
83 KBC Group NV Belgio 350
84 Bank of Beijing Cina 349
85 Oversea-Chinese Banking Corp (OCBC) Singapore 340
86 Hana Financial Group Corea del Sud 337
87 Svenska Handelsbanken Svezia 337
88 NongHyup Financial Group Corea del Sud 333
89 Woori Bank Corea del Sud 333
90 DnB ASA Norvegia 328
91 China Guangfa Bank (CGB) Cina 314
92 Skandinaviska Enskilda Banken Svezia 311
93 Nationwide Building Society GB 307
94 Cathay Financial Holding Taiwan 294
95 Landesbank Baden-Wurttemberg Germania 285
96 La Banque Postale Francia 277
97 Bank of Shanghai Cina 270
98 Swedbank Svezia 269
99 United Overseas Bank (UOB) Singapore 268
100 Bank of Jiangsu Cina 267
101 Banco Sabadell Spagna 265
102 Bayerische Landesbank Germania 265
103 Erste Group Bank AG Austria 264
104 Brazilian Development Bank (BNDES) Brasile 262
105 Industrial Bank of Korea Corea del Sud 257
106 Bankia Spagna 256
107 Charles Schwab Corp USA 243
108 Dexia Belgio 239
109 State Street Corp USA 238
110 Raiffeisen Schweiz Svizzera 234
111 Nykredit Group Danimarca 229
112 Fubon Financial Holding Taiwan 226
113 VTB Bank Russia 226
114 China ZheShang Bank (CZBank) Cina 223
115 BB&T Corporation USA 222
116 Qatar National Bank Qatar 221
117 National Bank of Canada Canada 208
118 Suntrust Banks USA 206
119 Korea Development Bank Corea del Sud 205
120 Belfius Belgio 202

“La classifica delle banche può essere effettuata utilizzando parametri diversi come ad esempio il numero dei clienti, il numero dei dipendenti, l’ammontare dei depositi, l’ammontare dei prestiti, la capitalizzazione di borsa, il totale degli attivi e molti altri ancora. Oltre alla classifica delle banche nel mondo per market cap, è stata realizzato la classifica delle banche nel mondo sulla base degli attivi totali”

“Nella classifica delle 120 banche più grandi nel mondo per attivi totali 2018 si trovano ventidue banche cinesi, quattordici banche statunitense, nove banche giapponesi, sette banche coreane, sei banche britanniche, sei banche tedesche, sei banche francesi, sei banche canadesi, cinque banche spagnole, cinque banche brasiliane, quattro banche svedesi, quattro banche australiane, tre banche italiane, tre banche olandesi, tre banche svizzere, tre banche singaporiane, tre banche belghe, due banche russe, due banche danesi, due banche taiwanesi, una banca indiana, una banca austriaca, una banca norvegese, una banca di Qatar e una banca lussemburghese.”

Quello che si nota subito in questa classifica è che il numero delle banche cinesi supera il numero delle banche statunitense. Inoltre, quattro dei primi posti vengono occupati, anche quest’anno, da banche cinesi.

“Al primo posto della classifica delle banche più grandi nel mondo per assets si trova per il sesto anno consecutivo la Industrial & Commercial Bank of China con 4.006 miliardi di USD e con un aumento di 531 miliardi rispetto ad un anno fa. Si tratta della banca più grande al mondo, anche per quanto riguarda l’ammontare dei depositi, dei prestiti, il numero dei clienti e il numero dei dipendenti.”

Il secondo posto è occupato da China Construction Bank Corp con attivi pari a 3.397 miliardi di dollari, con un aumento di 379 miliardi rispetti all’anno scorso. Nel terzo posto si ritrova, anche l’ Agricultural Bank of China con attivi pari a 3.233, con un aumento di 415 miliardi di USD. Bank of China occupa il quarto posto con 2.989 miliardi e con un aumento di 376 miliardi rispetto all’anno scorso.

Nel quinto si trova una banca giapponese, la Mitsubishi UFJ Financial Group con attivi totali pari a 2.774, con un aumento di 176 miliardi di USD rispetto all’anno scorso.”

Per quanto riguarda le banche italiane, nella classifica si trovano solo 3 banche: Unicredit Spa al ventinovesimo posto, Intesa Sanpaolo al trentatreesimo posto e Cassa Depositi e Prestiti al sessantunesimo posto.

“I dati che sono stati utilizzati per costruire questa classifica sono espressi in miliardi di USD e per la maggior parte delle banche sono relativi all’ammontare degli attivi totali al 31/12/2017.

  • Conclusioni

Ma tutto questa massa di numeri potrebbe non dire nulla ai pazienti lettori se non il fatto che dal punto di vista finanziario ed industriale ( per le aziende degli altri paesi quotate nell’Euronext e nell’Lse ) non rappresentiamo molto e non abbiamo un fisico idoneo per una competizione che è divenuta mondiale. Ma per un quadro più esaustivo il tutto va arricchito, per le strette relazioni che ne derivano, con altre due informazioni fondamentali : quelle del Pil, che è il risultato di tutta la produzione nazionale comprensiva di quella della finanza, e del debito pubblico.

Borsa e banche sono in uno agli assets delle aziende manifatturiere strumenti che possono contribuire a promuovere ed a produrre il reddito delle società cui afferiscono, cioè il Pil e le risorse finanziarie pubbliche e private.

Nel caso di specie il Pil, cioè il prodotto interno lordo, costituisce il riferimento di tutti gli sforzi cui attende la politica e la intera società anche con il sostegno del sistema finanziario. 

Uno sguardo ai valori del nostro Pil e del debito pubblico, tema di cui in questo Blog più volte ci siamo occupati , serve a trarre alcune obbligate conclusioni.

Il PIL  dell’ITALIA , espresso in $, è un decimo di quello cinese, meno di un decimo di quello degli Usa, la metà di quello tedesco (che ha venti milioni di abitanti in più 80,7 milioni)  inferiore a quello della Francia che è di 2826 ( e cha ha circa cinque milioni di abitanti più del nostro paese 64,4 mil ) ed a quello della UK di 2880 che ha i dati anagrafici uguali a quelli della Francia 64,4 milioni )

Siamo ormai da qualche anno stabilmente sulla 12ma posizione a livello mondiale.

Tutti ricordano, però, che sino a qualche anno fa si diceva con entusiasmo di occupare il settimo posto delle potenze mondiali tanto che ci toccava  il ruolo d’onore nel famoso G7.

Siccome però solo dal 2008 abbiamo perso più di 10 punti di Pil pari a circa 300 milioni di $ è ragionevole presumere che andando avanti di questo passo si è sulla buona strada per immettersi in un una china estremamente pericolosa ( forse già ci siamo ) perché dinanzi ad un Pil che non cresce ma arretra abbiamo invece lo sgradito piacere di occupare stabilmente il terzo posto nel ranking mondiale del debito pubblico dopo gli Stati Uniti ed il Giappone.

E lo stesso dicasi se quel pil venisse calcolato sulle teste cioè in base al PIL procapite. Non cambierebbe molto.

I dati in rassegna, del sistema della finanza, borse e banche, non sempre vengono percepiti positivamente perché considerati parte e causa di quella finanziarizzazione spesso avversata per principio preso e per atteggiamento culturale che non riesce a vederne la utilità in una economia di mercato dalla quale non si torna indietro. La si può solo aggiustare in alcuni eccessi. Pertanto pur con tante criticità da eliminare e regolamentare, banche e finanza in genere, sono in ogni caso da considerare fattori strutturali fondamentali per alimentare la economia reale e sostenerla nelle congiunture come negli andamenti del pieno sviluppo.

Questi dati ci dicono pure, però, che nel sistema planetario non possiamo considerarci un paese con le spalle forti perché  posizionati in un alveo di debolezza non solo in Europa ma anche e soprattutto nel mondo.

E ci dicono qualcosa in più, infatti, se poi  li accostiamo agli altri due indicatori PIL e debito pubblico che di certo non ne favoriscono la tenuta, ma che peraltro esercitano un effetto di indebolimento progressivo.

In altra occasione si dirà e si caratterizzeranno i dati del sistema delle imprese che per fortuna, nonostante tutto, ancora sembrano reggere agli insulti che vengono dai citati due indicatori.

La fragilità della nostra Borsa e il dato strutturale del sistema delle banche indicano in ogni caso quale è la potenziale nostra forza propulsiva per l’economia. Il Pil che ne è in parte il prodotto è trainato al momento solo dal sistema manufatturiero e delle aziende private, sistema che rischia di essere trascinato al ribasso dal debito pubblico nazionale che è la zavorra che appesantisce il sistema.

I dati su cui riflettere sono proprio tanti :  aiutano a trarre qualche  conclusione.

Non possiamo stare da soli, non possiamo scegliere i partners politici ed economici sulla base di nuove affinità elettive , del sentimento e delle simpatie.Siamo una nave con una zavorra enorme data dal debito pubblico, cui non può essere contrapposto, a bilanciarne la pesante negatività, il dato della ricchezza finanziaria dei privati che in una economia liberale è invece una risorsa da valorizzare e da incentivare.

Non possiamo pertanto non irrobustire l’unica area nella quale abbiamo da sempre lavorato e con i partners che sin qui ci hanno accompagnato in oltre mezzo secolo di internazionalizzazione.

Una diversa strada al di fuori dell’Europa e delle solidarietà che ci hanno accomunato ed un diverso percorso potrebbe creare seri problemi irreversibili al paese.

Apri i link per leggere le tabelle del Pil  e del debito Pubblico

I

classifica pil

Classifica debito pubblico

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