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Agenda digitale e gestione d’impresa

AGENDA DIGITALE E GESTIONE D’IMPRESA

La gestione d’impresa non va mai disgiunta da un anelito di innovazione sistematica.

Chiamata questa, come si vuole, con il gergo largamento abusato di innovazione di prodotto, di processo, di cultura, di approccio al mercato, di finanza innovativa o altro impone al management di pensare sempre al nuovo come abitudine mentale.

La prassi operativa senza generazione di valore nelle piccole come nelle grandi cose porta, infatti, nel tempo le imprese al graduale indebolimento se non al declino.

Chi scrive sa per certi questi principi , per averle appresi da giovane nel 1979/80 nel ruolo di consulente interno della banca partecipando ai lavori del  Gruppo McKinsey, gruppo che all’epoca si presentava con nomi del calibro di Gian Emilio Osculati, Enrico Cucchiani, Alberto Amaglio ed altri, personaggi divenuti managers di eccellenza, a livello nazionale ed internazionale, posti in seguito a capo di grandi imprese bancarie, finanziare e di multinazionali.

La consulenza strategica era stata chiamata per riorganizzare gli assetti di Filiale con la costituzione di Aree funzionali per il governo del territorio e per ridefinire organigrammi, posizioni, ruoli nella rete. Da quei managers ha tratto l’insegnamento del fatto che il processo organizzativo e di innovazione deve essere un dato permanente delle aziende eccellenti.

Nel 1984 Osculati scrive il libro delle 7S “Organizzare con successo”; l’arte di gestire una azienda. Libro che pervenne in dono con l’invito a studiare ed a meditarne le applicazioni concrete. In anni successivi, dal 1988 in avanti, in occasione del progetto strategico dei sistemi informativi l’inesperto bancario aggiungeva alle prime nozioni di carattere generale un secondo insegnamento ancora più pregnante cosi declinabile: “se non si dispone di risorse e strumenti e idonei, l’anelito all‘innovazione raccomandata come modello o ancora come habitus culturale o persino come modulo di governance imposto da regolamentazioni speciali ( nelle banche come anche nelle aziende ) da solo non porta a nulla. [1][2]

Il materiale di studio

Non è un caso che ancora oggi gran parte delle fonti disponibili in rete di ogni genere, delle tante società di consulenza e le fonti delle università di rango, utili anche per fare convegni e presentazioni o per scrivere altri libri, alla base ed a fondamento della parola “innovazione”, abbiano un unicum condiviso: indicano cioè sempre modalità di processo nuove, coerenti con i tempi e i mercati che insistono su investimenti in IT – information tecnology, Tl-c Telecommunication  e softwares.

Con questi ultimi in particolare si ridisegnano i processi operativi, gestionali e strategici ( Bpr- business process reengineering) con applicazioni scritte e pensate da chi ha la padronanza assoluta delle materie di riferimento sulla base delle indicazioni target dell’alta direzione delle aziende se non addirittura dei Consigli di amministrazione.

Non c’è, infine, rivista mensile prodotta da ognuna di queste società di consulenza e dalle Università di rango, nazionali o estere, che non ripeta forte l’invito per i managers di ricercare sempre l’impiego di risorse strumentali innovative, non disgiunte dalla rivisitazione dei processi supportati da applicazioni coerenti con il nuovo disegno sotteso.

L’angolo di osservazione delle posizioni [3]ricoperte in azienda da chi scrive, nelle quali risiedevano per definizione obiettivi di cambiamento, ha rafforzato quel convincimento e quelle nozioni.

L’azienda non avrebbe potuto portato a casa nulla di nuovo se nella gestione del ruolo con responsabilità di risultati non si fosse potuto disporre e contare sugli “strumenti” della innovazione costituiti dalle leve sostanziali, utili per imporre il cambiamento.

Imporre il cambiamento e non suggerire.

Le leve ( Information technology, Tlc telecomunication e softwares ) rappresentano il grimaldello per scardinare burocrazia, prassi, posizioni di rendita, comportamenti , parassitismi etc etc e per produrre reale innovazione pur con le inevitabili controindicazioni che generano migrazione di uomini e talvolta anche snellimenti non condivisi dalle controparti sindacali.

Chi nella banca non si occupa di credito, di commerciale e di finanza di fatto non appare, vive nell’ombra: ma se sta nella supply chain  con poteri riesce a guidare la macchina e contribuisce a dare le accelerazioni giuste.

La azienda delle persone neppure si accorge giorno per giorno, dei profondi cambiamenti che arrivano, che li riguarda e che modificano il sistema di lavoro di riferimento. [4]

Un caso concreto.

 Nel 1996, dopo i noti eventi della Bad Bank , il Banco di Napoli imboccò la strada di una innovazione radicale :dieci i progetti strutturali[5] che ne cambiarono il volto e l’assetto funzionale. Contribuirono a modificare all’esterno la percezione ed il valore. Nei fatti si ridiede un diverso assetto alle funzioni commerciali ed alla rete, cioè agli sportelli e di conseguenza anche alla direzione generale nelle rispettive aree di governance: commerciale, credito, finanza.

Tutti i progetti ebbero a supporto ricche implementazioni nei sistemi informativi.

Sarà stato anche a cagione di ciò ed una cosa si può ben dire: il valore iniziale del nuovo corso dopo la pulizia dei crediti era stato nel 1996, al 31 12 a chiusura di bilancio, di circa 60 miliardi; richiese per sopravvivere una ricapitalizzazione di circa 2000 miliardi con l’apporto di fondi nuovi. Ma nel 2001, alla fine della corsa durata 5 anni e di tutti i progetti portati a termine, il prezzo di vendita divenne di miliardi 6000 circa. In quel dato finale va sicuramente individuato parte del goodwill connesso ai grandi cambiamenti ed alle innovazioni resi possibili con gli investimenti che avevano consentito anche adeguati snellimenti e pulizie; cioè era stato fatto un buon “LEAN”.[6]

Buona parte di quel goodwill nasceva dalla rinnovata capacità di gestire il mercato ricostruita attraverso il ridisegno di tutte le funzioni, soprattutto nei processi di filiale, supportati da adeguati e riscritti sistemi legati all’uso della risorsa tecnologica. Senza information Technology nulla sarebbe stato possibile né prima né dopo. Per questo progetto la banca si avvalse della Boston Consulting Group, leader nel mercato mondiale delle strategie commerciali. Il gruppo di consulenti contava sull’apporto di un team di eccellenza guidato da un leader partner: Massimo Busetti.

 

Un piccolo confronto con le esigenze della nostra società e con la Agenda digitale

Questa è la ragione che induce a coltivare e ad insistere sulla focalizzazione della mission manageriale sull’Agenda digitale nazionale[7], mission che deve riguardare tutte le posizioni di governance nella pubblica amministrazione e nel settore pubblico allargato e nelle imprese private.

Per portare risultati concreti nella società e nelle aziende occorre far parlare tutti di Agenda digitale,  anche i cittadini.

Ed occorre individuare centri che, a collaterale della stessa pubblica amministrazione, si facciano facilitatori e carico di questa mission informativa e divulgativa.

Tutti lo sanno, tutti lo dicono, tutti fanno congressi sul cambiamento ma il cambiamento non avviene.

Perché? perché l’Italia non cambia, la Pubblica amministrazione non cambia, le università non cambiano, i cittadini non cambiano ?

La risposta non è difficile. Non c’è una diffusa e consapevole informazione, non degli addetti ai lavori che si autorefenziano e che spesso fanno ciò che serve solo a loro, ma dei destinatari delle diverse agende nei “diversi settori” applicativi della vita: che sono tanti quante sono le aree nelle quali il cittadino si pone come controparte o soggetto attivo,  in qualità di civis digitale, di soggetto destinatario dei nuovi diritti dello status di cittadino digitale in una società che deve puntare per competere in una Europa che corre e che cammina ad una velocità diversa ( per non dire di altre zone nel mondo ) sullo sviluppo delle cinque “E” scritte già nel trattato sull’Unione Europea del 1993 e ribadite nel successivo trattato di Lisbona del 2007 :  E-gov. E-healt, E-learning, E-Commerce, E-enterprise.

Gli esempi sbagliati

Spesso per disseminare incertezze e indebolire il processo si fanno esempi sbagliati ( è capitato recentemente e perciò si cita il caso); si indica la Giustizia, che ha tanti altri problemi, come pecora nera in negativo del processo digitale. La giustizia, evvero, ha un ritardo decennale, ma ora è un cantiere enorme, è in itinere ed è a grande impatto e sta sconvolgendo la società del diritto.

Nelle relazioni dei giudici della suprema Corte di Cassazione di qualche giorno fa se ne è fatta una interessante rappresentazione e sono stati dati tutti i numeri dei processi e dei risparmi già conseguiti da parte di tutti. [8]

Forse sarebbe bene parlare, pertanto, avendo a disposizione fonti e documentazioni ed averle lette.

In altri termini alcune resistenze sono state fiaccate cosi come sono stati forniti anche gli strumenti; magistrati ed avvocati sono ora alla frontiera di un nuovo secolo. I dati parlano da soli. I cittadini utenti forse non sanno che anche ad essi è consentito seguire l’evoluzione delle cause che li riguardano.

Quindi non si può continuare, come si legge, a fare l’esempio della duplicazione della documentazione anche attraverso il cartaceo, cioè dei casi limite, frutto di decisioni di taluni tribunali su cui certa stampa ha fatto ricami.

Anche i giornali ci mettono del loro per non aiutare. Sulla serietà sino in fondo e sulla verità sino in fondo dei giornali c’è talvolta da dubitare.

Anche la stampa deve subire il poderoso processo di innovazione che non è senza tecnologie. L’agenda delle società editrici è in grosso affanno deve prendere piede altrimenti le testate scompaiono o scoppiano. Occorre leggere i numeri che li riguardano per capire. La caduta nella vendita dei giornali, non compensata dalla crescita delle testate on line, diventati appena 3,2 milioni di copie a livello nazionale la dice tutta. In un anno il settore ha  fatto registrare un meno 400 mila copie.  Forse anche l’editoria deve prendere atto, come sembra stia accadendo, che ha bisogno di un’agenda digitale che alzi soprattutto il livello qualitativo all’informazione su cui c’è tanto da riflettere.

Il benaltrismo altro tentativo per menare il cane per l’aia.

C’è poi chi invece vorrebbe dall’innovazione ancora di più: cioè il ben altro, frutto della filosofia del benaltrismo. Chi evoca grandi disegni strategici inattuabili con le risorse che si hanno sottomano non si sofferma troppo sulle esigenze attuali. Le grandi novità hanno i loro tempi di incubazione e prima di diventare “fatti” abbisognano di tanti elementi a contorno, prima di tutto di un sistema di produzione e di gestione di adeguato livello che in Italia, si sa, non c’è avendo noi tanti anni fa rinunziato ad investire nelle aziende di It strategiche e nelle grandi aziende di sviluppo del softwares. Olivetti insegna. Siamo una società/ nazione dipendente senza players nazionali. E meno male che c’è tanto interesse per le nostre cose al punto che l’ultima società di software italiana, la Engeneering spa, sta per passare di mano e cosi potremo finalmente dire di non disporre di nessuna azienda strategica con la governance stretta nelle mani di imprenditori nazionali.

Dobbiamo perciò, forse, essere un pò più umili e concreti prima di invocare altre opportunità quali ” l’internet 4.0 o l’internet degli oggetti”, naturalmente in mani altrui, frutto di aspirazioni apprezzabilissime che danno  solo l’idea della cultura in movimento da parte di chi ne parla.

Sarebbe, quindi, molto meglio focalizzarsi su un minimo di agenda digitale, anche cittadina se serve alla collettività di riferimento, in un’Italia  che stenta , aiutando a demolire le tante resistenze ancora in campo perché i cittadini, i veri fruitori dei vantaggi finali, sono tenuti lontani  dalle informazioni giuste.

Che sono quelle che riguardano la pubblica amministrazione dei burocrati, delle dirigenze nascoste, della medicina che si scontra sulle scartoffie dei meandri amministrativi e delle imprese che non fanno dell’innovazione la loro leva fondamentale ,sempre preoccupate di non rendere trasparenti i loro bilanci e le loro caratteristiche, specie nel nostro mezzogiorno. Ragione quest’ultima che spesso priva le imprese della possibilità ed opportunità di accedere alle fonti finanziarie agevolate che prevedono la massima trasparenza e leggibilità dei loro dati.

 

Un cenno alla innovazione strutturale di Sistema, cioè degli assetti

 Anche questa nota nasce da un utile confronto sul tema della innovazione come spinta a produrre cambiamenti

Tutto quanto innanzi non esclude ma anzi postula come prioritaria l “innovazione strutturale della società”.

E’ questo un discorso diverso ? No; è solo di più alto profilo politico e di cambiamento radicale perché riferito al quadro socio economico e delle regole istituzionali.

La “Mazzuccato”, nel suo volume lo Stato innovatore, ad esempio, ma lo fanno anche altri autori, ripropone paradigmi sul ruolo dello Stato che solo sino a qualche anno fa venivano considerate bestemmie dal liberismo. E’ una visione che deve naturalmente fare i conti con la UE.

E’, quella della Mazzuccato, una proposta innovativa di fondo sul ruolo dello Stato; che viene molto prima di tutte le altre. E’ molto stimolante perché rimette nelle mani dello Stato leve importanti della innovazione quando esse non possano essere curate e coltivate dai protagonisti dell’economia reale: imprese e soggetti privati che per definizione hanno ruoli limitati e poco incisivi.

Non è un caso che il secondo capitolo del suo libro sia poi così intitolato: tecnologia, innovazione e crescita. Se ne consiglia la lettura.

Ma come ben si comprende è un cambiamento che attiene alla concezione del ruolo della macchina statale che postula ben altri modelli Istituzionali destinati ad aprire fronti di battaglie politiche che appaiono, alla sola idea, improponibili.

Il tema rientra nello scenario culturale che si legge nel testo di Daren Acemoglou e James A. Robinsonperché le nazioni falliscono”, tomo di ben 452 pagine in cui si sostiene che le innovazioni strutturali sono all’origine di potenza, prosperità e povertà delle nazioni e fanno la differenza tra le Nazioni.

 

Sono a fondamento delle iniziative sui cambiamenti istituzionali, tanto necessari ma altrettanto contestati nel caso Italia soprattutto da chi dice che di  quelle riforme il popolo non sente il bisogno, che stanno facendo perdere solo tempo e pace sociale mentre occorrerebbe pensare ad altro, a cose più terra terra: lavoro, occupazione etc etc. Che pure non vengono trascurate. Forse non è superfluo anche dire che il popolo ne ignora gli effetti, e che i politici ben si guardano dallo svenarsi perché più impegnati sul risultato elettorale immediato e non sulla stabilità che è un valore di lungo periodo.

Naturalmente non si può essere d’accordo con queste opinioni alimentate anche da una parte minoritaria della sinistra dem, nel paese, oltre che dai partiti di opposizione. Per questi se ne può comprende la posizione ostativa.

Talvolta, come succede da noi, è proprio l’assetto istituzionale a fare da freno alle innovazioni secondarie, ma non di secondo livello , dei processi , delle procedure e delle applicazioni legislative.

L’esempio dell’Italia calza a pennello per le tematiche trattate, giacchè proprio le autonomie e le autarchie delle Regioni e dei Comuni (che si vogliono in parte modificare melius ridimensionare con la modifica del Senato ed altro) sono e sono stati il freno più evidente alla diffusione di una infrastruttura di sistema nell’It o nella gestione dei data base e dei softwares per la pubblica amministrazione.

Abbiamo sin qui realizzato un paese di arlecchinate informatiche per sistemare le quali e ricondurre tutto ad armonia occorreranno sforzi immani che poco c’entrano con i sistemi e che invece attengono alla impenetrabilità delle mura tecnologiche erette per le gestione del particulare.  E tutto questo è avvenuto in un paese nel quale le autarchie hanno prodotto altri guasti ben noti: nella Sanità e nella politica, territori sotto controllo. Figuriamoci cosa è successo nell’It nella quale il Governo Centrale non ha mai avuto un potere reale al punto che tutte le norme del CAD ( Codice della amministrazione digitale ) sono norme imperfette cioè senza sanzioni; affidano ai comportamenti virtuosi delle amministrazioni periferiche ( Regioni, Province (ex) e Comuni ) la attuazione delle direttive.Il che è quanto dire.

 

 

Federico d’aniello

Ex ceo dei sistemi informativi del Banco di Napoli

 

http://www.agid.gov.it/

[1]

[2] Il fondamento del nuovo assunto entrò nella cultura dei manager con i tre libri sotto richiamati ( ricevuti naturalmentein dono da studiare e conservare  tra quelli basilari perché fondamentali nella professione del bancario che innova):  Information system management in practice 1990 , di Barbara Mc Nurlin e Ralfh H.SpragueJr;  The Business Value of Computers An Executives Guide 1990, Paul A. Strassmann e Technology in Banking  Creating Value and Destroyng Profits 1989  di Thomaa Steiner e Diogo B Texeira  ( tutti di case editrici americane ).Costituivano all’epoca il cavallo di battaglia della scienza americana dell’innovazione anche a supporto delle teorizzazioni di Drucker , teologo della scienza organizzativa.

 

[3]Titolare dell’area amministrazione della Filiale di Napoli , filiale con un numero enorme di addetti di circa 1400 unità ( anni 85/88), CEO nei sistemi informativi( 88/94) con 600n addetti, nell’Organizzazione ( 96/2001) Capo della Funzione Organizzazione della banca  per le filiali e la direzione generale

[4] Una testimonianza ed una lezione alla università di Pavia per la cattedra di Diritto Pubblico del prof Cordini sul tema benchmarking tra e-gov e l’e-banking, di cui si conserva il testo, ha consentito di raccontare i motivi del successo del sistema bancario in generale nel particolare settore della innovazione nel confronto con la lentezza e la vischiosità della macchina pubblica

[5] [5] Di essi si dispone di una ricca documentazione che di tanto si rilegge per valutare cosa è stato trasferito nella fase del passaggio al San Paolo

[6]Opera di efficientamento, snellimento, razionalizzazione: metodologia applicata dalla grandi aziende internazionali che nasce alla Toyota e che è ora impiegata in tutto il mondo anche nelle nostre medie aziende del Nord Est.

[7] I cui testi possono essere consultati e scaricati sul sito dell’Agid e che sono stati riscritti da ultimo per tenere conto di tutte le recenti aperture previste dai finanziamenti europei 2014/2020 e dalla legge di stabilità per l’anno 2016

[8] Alcuni dati , ma solo alcuni: Oltre 10 milioni di depositi telematici, con una media di 800.000 al mese, destinati ad aumentare con l’introduzione a giugno 2015 della possibilità di deposito telematico degli atti introduttivi del giudizio; 36 milioni di comunicazioni consegnate via PEC, circa 1,2 milioni al mese, con un risparmio stimato di circa 124 milioni di euro; quasi 6 milioni di accessi al giorno alla consultazione dei registri e dei fascicoli; oltre 20 milioni di documenti informatici archiviati e gestiti dai sistemi civili; garanzia di accesso per 1 milione di utenti fra magistrati, avvocati e consulenti del Tribunale iscritti nei pubblici elenchi, oltre a tutti i cittadini potenzialmente interessati da un procedimento giudiziario civile.

 

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L’Università on line :una occasione da non perdere

Traduzione di un articolo apparso su una rivista della Società di Consulenza strategica BOSTON CONSULTING GROUP .

“Il numero relativamente piccolo di persone che, In un passato non troppo lontano, ha preso lezioni on-line negli Stati Uniti ha visto una crescita all’alternativa dei corsi tradizionali tenuti in classe . Gli adulti in carriera e i giovani hanno approfittato delle lezioni on-line gradite a causa della convenienza concessa loro di imparare sempre e ovunque. Nella mente di molte persone i corsi di laurea online sono stati quasi sempre associati a scopi lucrativi delle associazioni, delle istituzioni, anche se sono state molte le istituzioni non profit che hanno proposto corsi individuali on-line.
Oggi, quello che una volta era considerato un mezzo educativo di nicchia è diventato parte del mainstream.

Ad esempio, il 60 per cento di istituti secondari propongono offerte di corsi online. E la percentuale di studenti di istruzione superiore attualmente iscritti ha almeno un corso on-line ed è ad un massimo storico del 34 per cento, ovvero rappresentano circa 7 milioni di studenti-con iscrizione online con una crescita  di almeno cinque volte di più rispetto al numero alle iscrizione totale. Più di 3 milioni di studenti, il 15 per cento di tutti gli studenti dell’istruzione superiore, stanno attualmente imparando, principalmente attraverso corsi on-line, come studiare in un programma che è per lo meno per l’80 % in linea.

Tale cifra era del 6% per cento un decennio fa.

La formazione on-line è associata ad una vasta gamma di istituzioni educative, tra cui si registrano alcune delle più prestigiose università senza scopo di lucro del paese. Ciò che aveva generato un’opportunità basata su un trade-off qualità /convenienza si è modificato in una percezione del livello di qualità costruito sulla reputazione e su una modalità di insegnamento che richiede meno compromessi.

Un sondaggio BCG su oltre 2.500 studenti e 675 genitori e con-aziende americane ha confermato queste tendenze che si arricchiscono di nuove opportunità per esempio con l’esperienza degli studenti in corsi blended (che combinano on-line e l’istruzione in-class). In linea con le stime di cui sopra, i risultati del BCG US Education Sentiment Survey indicano che la percentuale di studenti attualmente con un corso online si attesta al 30 per cento degli studenti post-secondaria.

Si stima inoltre dal sondaggio che il 16 per cento degli studenti post-secondaria sta attualmente imparando principalmente attraverso corsi on-line. Inoltre, la ricerca di BCG ha identificato gli atteggiamenti universali sulla formazione on-line tra gli studenti e genitori.

La indagine ha mostrato che gli studenti in tutti i dati demografici e posizioni sociali vogliono combinare  gli online con corsi in aula tradizionali, per creare un’esperienza di apprendimento che coniuga le impostazioni virtuali e tradizionali. In realtà, la nostra indagine indica che più del 25 per cento degli studenti è attualmente in corso almeno un corso blended.

E’ anche emerso che gli studenti desiderano un maggiore livello di interattività .

Le istituzioni che non riescono a prepararsi a questi cambiamenti e rispondere alla drammatica maggiore concorrenza tra offerte online rischiano di perdere la quote di pertinenza e la quota di mercato globale. Quelle che si adattano scopriranno enormi opportunità non sfruttate per la crescita, nuove piattaforme per l’innovazione ed il potenziale modo di trasformare le inclinazioni con cui le future generazioni di studenti impareranno.”

IL  CASO ITALIA

Siamo il paese con il più basso indice di e-learning, con il più basso indice di studi che si perfezionano on line.In compenso siamo il paese con il più elevato indice di costo amministrativo e di gestione in tutti gli ordini di scuola.E non è un caso il dato rappresentato dal fatto che solo il 40% dei giovani tra i 25 ed i 40 anni ha un titolo di studio di cultura terziario, mentre solo il 15% tra i 55 e 64 anni ne dispone.La percentuale aumenta di 10 punti nella generazione degli anziani.Dopo il Brasile siamo il paese con la percentuale più bassa di laureati.

Analisi

In Italia gli studenti iscritto ai corsi delle Università Telematiche on line sono appena 46 mila circa. Le Università tradizionali appaiono restie ad aprirsi del tutto e non riescono a cogliere le opportunità che si presentano con l’impiego delle tecnologie che nei paesi avanzati e nei paesi Europei lungimiranti si stanno offrendo ai giovani.

Università Telematica Guglielmo Marconi                                                                                         9455          4.868                       14.323

Università telematica Unitelma Sapienza di Roma                                                                            873             772                          1.645

Università Telematica Internazionale Uninettuno di Roma                                                         5939          3351                          8.710

Università Telematica Niccolò Cusano di Roma                                                                               7240          4550                        11.790

Università Telematica San Raffaele di Roma già UNITEL                                                             609             359                             968

Università Telematica “E-Campus di Novedrate (Co)                                                                     6683         3572                         10205

 

In un fondo della settimana scorsa su un importante settimanale in merito alla riforma della Scuola in generale si osservava, e ciò vale per ogni ordine di scuola ed anche per le Università , che quel che conta nel processo di formazione non sono i contenuti, che possono essere visti in funzione degli obiettivi e delle finalità professionali a tendere, quindi non il cosa , ma il come.

Forse anche le Università devono fare una profonda riflessione e rendere sempre meno cartacea, libresca e frontale, la modalità di insegnamento e sempre meno statiche le lezioni.

Ne trarranno vantaggio tutti e soprattutto gli iscritti che sono circa 1700000 costretti in ragione della mobilità, dei costi e dei vincoli di tempo ad una dispendio di energie non indifferenti che potrebbe essere di certo più contenuto se solo si pensasse che almeno una parte, solo una parte, ad esempio riferita alle lezioni meno impegnative che richiedono una minore interazione con la didattica visiva e frontale, si svolgesse con la modalità on line

L’ apporto in termini di contenuti non ne risentirebbe e potrebbe essere colto con continuità di tempo, con una disponibilità senza limiti spazio e con costi marginali bassissimi. E forse anche le stesse Università una volta fatto l’investimento potrebbero trarne non piccoli vantaggi in termini di conto economico.

Napoli li 7 aprile 2015

IL CASO NAPOLETANO DELLA FEDERICO II ” FEDERICA”.

Leggiamo con vivo compiacimento il volume “Federica Eu” della nostra Federico II di Napoli,  consegnato in uno al settimanale Sette del Corriere della Sera di oggi, intitolato a “Lezione con un click “! In esso si parla della nuova rivoluzione culturale che ha la forza di Gutenberg e la velocità di Internet. Solo qualche settimana fa in una conversazione con il Rettore della Federico II nel corso di una serata rotariana se ne ebbe a parlare. I Mooc ( Massive open online courses ) corsi on line aperti e pensati per una formazione a distanza ( con piattaforme varie  di Università Italiane che sfruttano persino produzioni di origine extranazionale ) sono un buon inzio, giacchè, pur essendo diretti a famiglie di utenti  le  più disparate, giovani, docenti,professionisti e semplici appassionati, non hanno ancora la finalità di erogare servizi di formazione per completare un intero corso di studi come fanno le Università Telematiche sopra citate figlie del provvedimento Moratti istitutivo delle Universita online.

Anche le Università al pari di tante altre Istituzioni ( Sanità, Giustizia)  sono nella fase storica di un passaggio epocale. La carenza nell’E-learning ci veniva rimproverata dall’OCSE già più di un decennio fa.  Il guado è lungo, perchè non bastano i dati citati nel volumetto, pur importanti, per connotare FEDERICA EU della patente di  Università on line  : 40 corsi, 600 lezioni, 10000 slides, 1800 video, 3000 immagini. E’ di certo un significativo passo in avanti ; costituisce la precondizione del progetto finale. Ma alle spalle occorrono ben altri investimenti e progetti di elevato contenuto organizzativo ad ampio impatto. Quel che serve è la possibilità di aiutare i giovani a cogliere tutte intiere le opportunità della formazione a distanza, consentendo loro di completare almeno per ogni corso di laurea una quota degli insegnamenti, quelli possibili, con innegabili vantaggi per la collettività tutta a fronte di investimenti che hanno un ROE elevatissimo. Le analisi costi e benefici sono sotto gli occhi di tutti specie quando i dati di conto economico sono importanti come quelli della Federico II in uno a quelli della platea di studenti, circa 85000.

si allegano anche i link dei pezzi comparsi su Repubblica edizione Napoli e Corriere del Mezzogiorno di alcuni giorni fa.

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/arte_e_cultura/15_aprile_16/federicaeu-campione-web-learning-f2c497e4-e424-11e4-8e91-005682cf2ca0.shtml

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/04/16/anche-la-federico-ii-va-sulla-rete-lezioni-gratis-on-line-dal-21-aprileNapoli01.html?ref=search

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I diritti del cittadino digitale, la mano morta della pubblica amministrazione supportata dalla mala politica.

Quanto di ciò che è stato scritto, nel 2009, su carta ed on line sul giornale “Cilento Channel” è ancora da attuare? Quanto è solo una idea e non una vera opportunità di partecipazione?

Una cosa è certa: i cittadini hanno una quantità di diritti sanciti in norme di carattere generale, addirittura in Codici, (è il caso del CAD) che sono inespressi e disattesi, perché di essi, e lo si può constatare ogni giorno, non vi è piena consapevolezza.

E’ da qui che deve ricominciare il processo della Agenda digitale dello Stato e di tutti gli Enti ed Istituzioni connesse, non solo dalle infrastrutture, pure da completare, e dai processi applicativi da ricondurre ad integrazione, vista la inevitabile disarmonia dipendente dai tanti centri di governance , amministrativi e politici; quel che più conta ed importa è la alfabetizzazione dei cittadini da sempre poco informati e sensibilizzati per l’assenza di centri di responsabilità dedicati ed orientati a far crescere la cittadinanza digitale. Tanto ora risulta scritto anche nel documento dell’Agid ( Agenzia digitale ) sul programma per la crescita della cultura digitale. Ma sono anni che se ne parla.

 Pubblicato nel 2009

Cominciamo dalla E-democracy.

Filone portante dell’azione di rinnovamento pubblico attraverso la IT ( information tecnology), punto cruciale dell’E-government, la e-democracy ha visto rafforzati i suoi principi, già contenuti nell’intero quadro legislativo comunitario e nazionale preesistente , in una legge dello Stato : “Legge 7 giugno 2000 n. 150 , GU 136 del 13 giugno 2000” seguita da regolamenti successivi e da direttive ministeriali.

Riguarda tutte le amministrazioni dello Stato, le Regioni, le Province, i Comuni e tante altre istituzioni; attiene alla informazione ed alla comunicazione istituzionale che non può limitarsi ad un ufficio stampa, ad un addetto, a comunicazioni formali, di routine o a momenti di immagine.

Contiene e descrive un processo sostanziale che deve tendere a far conseguire una informazione diffusa, sistematica, approfondita, attraverso stampa, Web Tv, audiovisivi, attraverso strumenti telematici, di natura esterna quando si rivolge ai cittadini, alla collettività e ad altri enti, di natura interna quando riposa su sistemi di organizzazione dell’ente dediti alla mission istituzionale.

Mira a favorire la conoscenza delle disposizioni normative, l’accesso ai servizi pubblici; a promuovere conoscenze allargate ed approfondite sui temi di rilevante interesse pubblico e sociale; ad introdurre processi di semplificazione della attività amministrativa, a produrre visibilità sulle decisioni amministrative e sulle ragioni sottostanti, sugli scopi e sulle finalità dei provvedimenti.

Tende in altri termini a generare prodotti informativi di qualità, di sostanza, da tradurre in progetti di e-government, in dotazioni di strumenti ed apparati, di servizi, da definire in un programma annuale di comunicazione, capace di generare una interazione delle PA con la cittadinanza per facilitare un miglioramento dei processi decisionali e delle scelte strategiche, soprattutto di quelle che hanno ricadute sostanziali per la collettività.

I principi legislativi e le norme che le esplicitano devono assurgere a sistema, a modello di relazione fondato su un complesso di assetti organizzativi assorbenti che non esclude niente e nessuno.

E per essere cosi come descritta all’interno della istituzione la pratica della “e-democracy” deve poter contare su risorse idonee oltre che sulla volontà strategica della governance pubblica.

Naturalmente qualcuno si chiederà se quanto è previsto nei diversi ordinamenti, se ciò che viene scritto ed ipotizzato in linea teorica ha delle realizzazioni. La risposta non è semplice.

Il progetto di e-government che sta alla base è alla la soglia del decennio.

Chi lo ha presidiato, sul piano culturale e della conoscenza da sempre, sa cosa è cambiato (tanto), quanto sia salito il livello delle informazioni in qualità e quantità, quanti enti e quali si relazionano realmente con le comunità di riferimento,e quanti passi da giganti sono stati fatti e dove.

Sarebbe bene che ciascuno analizzasse il suo mondo facendo uno sforzo di benchmarking per capire quanto la sua realtà di riferimento politica, amministrativa ed istituzionale si identifica nelle cose scritte innanzi.

Le 22 Regioni, le province 107, i comuni 8101 gli altri Enti, nessuno escluso, sono poi solo una parte dei destinatari degli obblighi cui si aggiungono la Pubblica amministrazione Centrale e gli Enti ed Organismi che costituiscono lo Stato allargato.

Nel paniere c’è di tutto: ci sono i bravissimi, i bravi, i meno bravi e gli assenti.

Ne consegue che le comunità assumono la qualità dei loro momenti rappresentativi; sono virtuose, non virtuose, assenti anch’esse o addirittura agnostiche ma di fatto rispecchiano l’orientamento delle amministrazioni a cui appartengono.Talvolta sono le stesse comunità a pungolare le amministrazioni e ad indurle a scegliere modelli relazionali innovativi che aboliscono l’albo pretorio cartaceo di antica progenitura. E’ il minimo.

Si può solo segnalare che nel decennio passato le opportunità sono state tante e che non sempre sono state colte.

Bandi, finanziamenti, progetti di e-gov nazionali o regionali non hanno visto le città che meglio conosciamo né tra quelle che divenivano assegnatarie o protagoniste della competizione nè tra quelle che concorrevano da sole o insieme ad altre.

Rarissime sono state le partecipazioni e modesti i risultati. Solo di recente si è letta qualche buona notizia e si sono visti passi in avanti verso una sorta di comunicazione passiva (monodirezionale) dei soli contenuti formali (delibere dell’anno, provvedimenti etc etc …). Ometto gli esempi per carità di patria.

Ad essa non corrisponde un progetto di interazione di sistema.

L’E-democracy è tutt’altra cosa.

Giugno 2009 Federico d’aniello

Nota di aggiornamento

La lista delle attese sulla piena digitalizzazione della nostra società è ancora molto lunga.

I ceppi più critici e le condizioni di insufficienza che la connotano non sono pochi. Tra essi la inadeguatezza più seria è da ricondurre, come accade per tante tematiche che hanno reso esiziale l’assetto istituzionale del titolo V della Costituzione, nella polverizzazione dei sistemi, dei processi e delle procedure che non è solo questione degli apparati centrali (Tanti Ministeri, tanti data base e tante informatiche) ma anche agli apparati periferici.

L’assurdo è che ancora oggi i Comuni sono tante isole, le ex Province altrettanto e le Regioni mondi nei quali la forza dell’autarchia è divenuta “autarchia” non solo gestionale, amministrativa ma anche informatica.

Chi ha la pazienza di leggere la lista qui acclusa (monitoraggio che viene fatto dal Parlamento ) sicuramente individuerà tra scogli da superare, da rimuovere e da demolire la disaggregazione dei data Center che si assomma alle inefficienze di uno sviluppo applicativo incapace di far parlare le diverse amministrazioni e le diverse funzioni almeno a livello regionale.

Renzi ha indicato nella IT della Pubblica amministrazione uno degli snodi sui quali fare perno.

Quando lo ha detto forse non aveva ancora valutato che la burocrazia che lo ostacolerà si serve anche della leva dell’It per rallentare. Tutto in chiave legislativa è, infatti, già stato scritto da anni (l’esempio è quello della legge sovra richiamata sulla e-democracy ); le mancate attuazioni, alcune dipendenti dai decreti e dai regolamenti non ancora emessi, sono legate agli interventi di sistema tutti da realizzare che dovrebbero incidere in radice sui poteri degli organi ed organismi della burocrazia attaccati , che vedono la Information tecnology come una leva di cambiamento tesa a trasformare gli assetti da burocratici in “adocratici” ed a disintermediare il tutto con semplificazioni notevoli.

Con eliminazione di passaggi, di ruoli, di posizioni gerarchiche, di adempimenti e quindi di uffici, di controlli a basso valore aggiunto, di fasi deliberative e delibative affidate alle dirigenza, insomma di una serie non piccola di aree di privilegio e di gestione di adempimenti diversamente espletabili.

Il delta della inefficienza/efficienza derivante è stato valutato, non ora, ma da anni dalle società di consulenza in una significativa percentuale del PIL nell’intero paese. E certamente il settore pubblico è quello a maggiore capacità di contribuzione.

Non bastano, però, per realizzare un disegno così complesso solo competenze gestionali alte, occorrono uomini di progetto ed expertises capaci di governance strategiche, tecniche e tecnologiche salde e risorse per il cambiamento che sono una merce rara del sistema Italia e lo sono tanto più nelle pubbliche amministrazioni che per definizione sono particolarmente versate nella funzione del burocratese.

Forse varrebbe la pena di farsi aiutare da “risorse esterne”, da quelle che lo fanno per mestiere e che da anni hanno contribuito a rivoluzionare il sistema bancario e tante altre realtà.

Dopo aver letto giorni fa un pezzo sulla storia ironica del cammino cartaceo delle leggi e dei decreti nei passaggi tra i ministeri mi sono persuaso e convinto che il cammino è ancora lungo.

Ed ho anche capito perché solo dopo dieci anni e più dalla emanazione della legge si è dato avvio al processo telematico nel settore della giustizia civile.

Ma quante altre situazioni del genere attendono di essere portate a compimento? Non poche: tra queste vi è sicuramente anche la Sanità, altra roccaforte di potere difficile da espugnare anche perché distribuita in 22 principati assolutamente ingovernabili ed ingovernati, come stiamo vedendo da tempo.

Alla luce di ciò che si legge si può accreditare di buona fede l’operato di quanti dovrebbero provvedervi ?

Le resistenze sono tutte battaglie di retroguardia destinate a capitolare , non perché c’è la voglia ed il furore sacro delle azioni; ma soprattutto perché c’è chi ce lo impone nell’interesse del gruppo, quello europeo ben s’intende, che non può permettersi di trasportare carri più lenti pena il deragliamento collettivo.

Perché forse non è neppure del tutto chiaro il disegno complessivo che non è dato solo dalla messa a regime dei sistemi nazionali ma dalla più ambiziosa integrazione delle banche dati, miniere di conoscenza, e dalla connessione delle autostrade telematiche a livello di Comunità per una competizione di natura trasnazionale tra aree mondiali.

Un esempio? quello della finanza, delle banche e dei sistemi di pagamento.

Senza di che ora saremmo tutti al tappeto. Ma forse anche di tanto non c’è poi tanta consapevolezza.

E di tutto ciò non si dà mai atto all’Europa.

Talvolta mi chiedo se le formazioni politiche ed i gruppi di opinione che la avversano hanno veramente la consapevolezza di quello che dicono.

 

Federico d’aniello

Legge 7 giugno 2000, n. 150

lista delle attività della Agenda digitale a Marzo 2013

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Comune di Napoli

il golfo più bello del mondo

il golfo più bello del mondo

Al solo scopo di non addentrarsi in complesse analisi ed argomentazioni si  acclude qui di seguito, per la lettura di quanti ne hanno voglia e curiosità, la relazione della Corte dei Conti che dà modo di fare, in ogni caso, alcune banali riflessioni. I numeri emersi sia nella documentazione dell’Ente che in quella esaminata dalla Corte dicono che da anni il Comune di Napoli versava in situazione di palese difficoltà di natura economica, di natura finanziaria e di natura patrimoniale. Relativamente al terzo segmento di natura patrimoniale/immobiliare, contrassegnato da una sopravvalutazione dei beni posseduti incapaci non solo  di produrre reddito  ma capaci di produrre solo costi e spese, se ne  ha conferma con la difficoltà di smobilizzo dei beni  non tanto perchè il mercato non risponde ma perché le  valutazioni appaiono  al di sopra del valore commerciale tanto più in un momento di caduta della domanda.  Il piano di rientro costruito anche sulla possibilità di fare cassa con la vendita dei beni , una volta radiato l’immane cespite dei residui attivi serviti  negli anni passati a generare gli equilibri della fase finanziaria ed economica, ritrova proprio in questa rappresentazione contabile uno dei punti di debolezza dell’intero progetto di riequilibrio, oltre che nella  mancate  decise iniziative concernenti il mondo delle aziende partecipate.  Questi i due macigni che pesano di più; sugli altri aspetti del progetto si può trovare una soluzione conveniente e si possono, con le politiche fiscali locali, proporre rimedi accettabili. Su questi due fonti l’amministrazione dovrà sicuramente ricucire con la Corte dei Conti.  Sarà chiamata ad un duro impegno.

Ciò detto, va  però svolta una considerazione di buon senso che ogni cittadino comune non può non fare.

Ma negli anni passati, non in quelli della amministrazione attuale cioè di De Magistris, gli Organi di Controllo, interni ed esterni, le funzioni responsabili dell’Ente dove erano ? cosa facevano ? cosa hanno fatto ?  E’ mai possibile che si debba arrivare ad un punto di non ritorno senza considerare le pesanti responsabilità di ordine amministrativo, politico, civilistico che appartengono a tutta la struttura di governance dell’Ente e degli organi preposti alle fasi di revisione interni ed esterni ?

La città si deve interrogare non solo sul futuro e su cosa potrà succedere, ma ancor di più sul passato  che consegna una ennesima brutta pagina alla storia.

 

 

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