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Il dato del giorno: lo spread nel confronto con quello degli altri paesi del mondo

Inserisco nell’allegato qualche informazione in più che dovrebbe far capire  qual’e, con lo spread di oggi, la percezione nostra da parte del mondo che ci guarda nel confronto con tutti gli paesi del sistema finanziario mondiale. Purtroppo non è materia facilmente leggibile e facilmente digeribile. Ho scritto alcuni commenti sulla pagina facebook dell’amico Giovanni Coraggio che riprendo qui sul blog anche per chiarire la ragione della nota:

Primo commento

Questo amico tuo caro Giovanni,ha qualche lacuna conoscitiva legata all’economia , per la quale non si può dire che negli ultimissimi 10 anni si sia fatto tantissimo ( dimenticando da dove si è partiti , cioè dal quasi default del 2011 ) ma per la quale si era costruita una moneta di tipo diverso nei confronti del mercato, ” la fiducia”, per il solo fatto per che, pur con qualche criticità, si era messo, come si dice, il carro in discesa e sulla strada giusta.

Qualcuno se ne ha la competenza può ,andando anche a ritroso in corrispondenza dalle date canoniche e delle scadenze politiche, esaminare gli indicatori mondiali per confrontarli con i nostri; avrà modo di rendersi conto di quale apprezzamento, per serietà e convinzione  degli altri , abbiamo goduto tempo per tempo, godiamo e godremo.

Ed infine non occorre dimenticare che i guai del Sud, quelli a valle del 2002, hanno una paternità e continuano ad averla: la lega. Ma !!!!!! si dimenticavo non era il partito di Salvini ma di un suo onesto progenitore, che insieme ad altra area politica ha affossato il Sud. Non è una boutade. Caro Giovanni fagli tu, che hai una buona memoria e dati, un pò la storia economica dei guai che, ovviamente e naturalmente, non potranno essere  sanati con il reddito di cittadinanza e/o con le altre provvidenze sociali assicurate dalla carta moneta,  dal debito e non dal lavoro.

 

 Secondo commento

Abbiate un po’ di pazienza ed esaminate il report di oggi, messo in calce alla  pagina, relativo all’andamento dello spread nel confronto con l’analogo spread di tutti i paesi del mondo.

Siamo in buona compagnia. E sia ben chiaro lo spread non dipende dall’UE, nè dalla Commissione nè dai paesi amici o nemici.

Chi volesse approfondire la materia non ha che da andare sulla piattaforma relativa e  avendone la visione capire  come esso si forma in ragione dei movimenti finanziari per l’acquisto o la vendita dei titoli dei paesi presenti sulla piattaforma tra cui l’Italia. Purtroppo volenti o nolenti non dipendiamo  solo dall’Ue che pure qualcosa ha il diritto di dire visto che ormai da anni vivacchiamo sotto il suo ombrello che è l’ombrello di tutti ( l’Euro ) ma dipendiamo molto di più dal nostro debito monstre ereditato, per il quale una analisi attenta farebbe emergere tante belle cose della nostra italianità.

un po di grafici sulle cose di casa nostra

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manovra

 

 

Considerazioni aggiuntive al pezzo del Corriere del 29 sera sulla Manovra ed il Def .

Il pezzo è riportato in calce.

E’ ben noto che una gran parte del debito pubblico è nelle mani dei non residenti. Oltre 730 miliardi.
Si può pensare senza fare peccato che questi detentori  , banche, fondi, finanziarie ,soggetti privati non di casa nostra abbiano un legittimo motivo per non rinnovare la fiducia all’Italia? Possono spendere sui mercati dove l’affidabilità e la solidità è più alta nonostante le turbolenze che li riguardano? E che debbano chiedere un premio per il rischio con una maggiorazione di rendimenti? La risposta è si.
Per la prima soluzione non debbono andare lontano; basta guardare alla Francia, alla Inghilterra ed alla stessa Spagna che sta uscendo dopo anni di restrizioni dalla crisi. Per la seconda possono anche continuare a pensare all’Italia a certe condizioni; e cioè farsi pagare un premio per il rischio, quello che emerge dalla lettura dello spread.
Cosa significhi tutto ciò è presto detto. Tassi che saliranno e difficoltà nostra nel classare il debito.

Gli italiani dovrebbero ben sapere che la periodicità sistematica delle entrate tributarie e la cassa generata dal collocamento dei titoli di Stato consentono di pagare in primis gli stipendi e le pensioni , poi le altre voci di spesa ed il rinnovo dei titoli in scadenza che nel 2019 saranno circa 200 miliardi di € oltre ai BOT.

In quel fatidico novembre del 2011 che rivoluzionò gli assetti politici, con le dimissioni di Berlusconi e l’ascesa di Monti, la cassa si era ridotta al lumicino. Rischiavamo il default e di non pagare gli stipendi. O meglio c’è stato un momento in cui non eravamo in condizione di far fronte al pagamento degli interessi sul debito e Berlusconi dovette fare le valigie.
Sarebbe molto educativo far vedere agli Italiani le condizioni predisposte su un tableaux  dall’Europa  per aiutare finanziariamente il nostro paese, report rappresentato da un elegante prospetto colorato con tante fincature, simile a quello di Spagna ,Irlanda, Portogallo, Grecia. ( provo a cercarlo ed a postarlo tra gli allegati al pezzo).
Volete gli aiuti ? queste sono le nostre condizioni. Questo il significato sotteso dello stesso.

Questo è la prima considerazione di carattere generale.

Poi c’è quella più strutturale: i rincari del denaro a carico delle casse pubbliche saranno pagati dagli italiani in maniera mediata e poco trasparente attraverso maggiori oneri nei servizi pubblici,  sanità, scuola  welfare, in tutti i settori che non saranno lasciati indenni dalle forbici che devono  pur tagliare da qualche parte per dare ai presunti poveri ed ai fannulloni, come scrive Feltri, un aiuto sociale che non si sa quanto meritato e quanto invece immeritato.

Ed il tutto si rifletterà sulle tasche della collettività nella quale c’è naturalmente anche la fascia degli stessi destinatari delle nuove provvidenze. La provvidenza sarà nota perché decisa per legge e negli importi, le sopravvenienze negative da rincari e minori servizi saranno meno noti e non trasparenti ma peseranno e se peseranno.
Quindi da una mano si dà dall’altra in modalità non chiaramente percepibile si toglie in ragione della partecipazione dei cittadini alla fruizione dei servizi pubblici; e sarà inevitabile.
Chi non ha necessità della sanità pubblica può non accorgersi, chi vi necessita se ne accorgerà e come. D’altro canto alcuni tagli annunziati come le mancate detrazione per i mutui e le spese sanitarie dove andranno a parare? Chi colpiranno ? Categorie ben note.

E poi c’è il dato più serio che speriamo non diventi grave o gravissimo.
Chi legge i nostri bilanci pubblici sa bene che da anni questa iattura del debito pubblico si è trasferita anche sul sistema bancario, finanziario, sul sistema bancario regolamentato che ne ha in pancia un montante significativo diventato sempre più consistente mano a mano che i non residenti e i privati risparmiatori se ne allontanavano.  Draghi nei giorni scorsi  ci ha poi ricordato che esiste anche un altro ordine di sistema definito “nero” , nero perché la regolamentazione ancora non è entrata ad analizzarne tutte le criticità ed a prevedere gli effetti di eventuali contraccolpi sistemici. La disciplina della relativa governance è ancora carente. La visibilità di questo enorme settore non è elevata.

” dopo le pesanti strette normative sulle banche adesso il principale rischio per il sistema finanziario arriva dalla shadow banking” che in Europa vale 42300 miliardi. Ecco i pericoli. Milano Finanza del ….. Una parte dello shadow bankink è stabilmente presente anche nel nostro paese ed è costituito da Società di gestione, da finanziarie che si occupano di non performing loan , raccolta fondi, finanziamenti ed altro.

Vediamo cosa significa il debito pubblico nel sistema non shadow, quello per cosi dire ” bianco” e poi in quello shadow.

Una grossa fetta di debito pubblico, circa 1270 miliardi di €, è nelle mani di Banche, Assicurazioni, Fondi ( quelli di casa nostra). Cosa succederà con l’aumento dello spread? Si determineranno perdite in conto capitale nel nominale del portafogli che secondo le regole, anche se i titoli non vengono liquidati e vengono portati a scadenza, andranno trimestre per trimestre in conto economico: si rifletteranno sul patrimonio e capitale di vigilanza del sistema che avrà bisogno di ricostruire gli assets.

E vale soprattutto per banche ed assicurazioni.

Il tutto , dopo anni di sistemazione e gestione delle criticità delle banche, innesterà una rincorsa al riordino che non potrà non pesare indirettamente sulle imprese quando vanno a chiedere prestiti, sulle famiglie quando vi accedono per la domanda di mutui e  farà diminuire quelle condizioni di tranquillità che si stavano faticosamente rimettendo in piedi dopo i disastri degli ultimi anni a partire dal 2008.

Si capisce, quindi, perché perché l’UE non è ancora riuscita a chiudere la regolamentazione dei rischi del settore e non intenda farlo in maniera flessibile, tollerante e non vuole cedere, arretrare di un passo sulla strada della regolamentazione bancaria.

Questo è uno dei capitoli sui quali, cosi stando le cose, poco si può fare perché su di esso incide la volontà di quasi tutti i paesi dell’Ue , preoccupati dei disastri , ed incidono gli orientamenti della tecnocrazia che ha ben chiara l’esigenza del controllo dei rischi.  L’obiettivo di mettere in sicurezza il perno della economia intorno al quale essa ruota è uno dei pilastri sui quali si lavora con maggiore determinazione soprattutto dopo gli anni dei crash sistemici, cioè dal 2008 in avanti.
Borsa e Banche, volenti e nolenti, e sino a quando non si ovvierà alla attuale modalità di finanziamento del capitale strutturale, patrimonio, e quello corrente di esercizio sono quel perno;  sono le precondizioni per far nascere imprese, sovvenirle e tenerle in piedi.
Le imprese generano lavoro ed occupazione. Generano dati reali.

I salari di carta, al contrario, danno un miraggio transeunte e passeggero ma sono destinati a far crollare il sistema. Abbiamo esempi recenti sotto gli occhi con risvolti drammatici.

A squilibrarlo, ad impedire il funzionamento di quelle semplici modalità date dalle principali regole economiche che si leggevano (speriamo si leggano ancora) sui testi universitari dei primi anni nelle facoltà di legge ed economia e commercio, basta poco: quel poco è dato dalla creazione della moneta di carta e da quella del debito.

La sensibilità politica attuale ( non è insensibilità e neppure incompetenza ma ben altro ) non sembra molto attenta pur di conquistare un consenso elettorale immediato che potrebbe non durare molto.

La verifica sarà data dalle condizioni generali del sistema economico nazionale destinate a peggiorare e a non consentire nel tempo la conservazione degli equilibri ,che, anche se  non del tutto soddisfacenti, sembravano aver assicurato una certa tranquillità ed una faticosa tendenza versa la  crescita del pil in uno al rallentamento degli indicatori negativi.

Il sistema  dello shadow banking, quello non regolamentato dalla legislazione bancaria stretta, potrebbe dare origine ad una minaccia ben più seria di quella  emergente dalle criticità del sistema bancario madre.

Una minaccia che sarà data, ad esempio, dal fatto che tutte le aziende che si sono fatte carico degli npl  ( non performing loan) , scaricandole dalle banche, non riusciranno a fare da supporto al sistema da cui originano e che hanno puntellato.
Su chi si rifletteranno le conseguenze? sul sistema paese, in primis sulle aziende e quindi conseguenzialmente sui livelli occupazionali.

Mi limito solo a questo esempio che è indicativo.

Come si legge dal pezzo di Fubini sul Corriere, ma come si può leggere su tutta la stampa, dovremo tenere nervi ben saldi perché la governance delle instabilità non riguarderà solo i portafogli ed i mercati , i titoli, le azioni che rappresentano la ricchezza degli italiani ( naturalmente alle grosse ricchezze queste situazioni fanno un baffo, alle famiglie ed ai medi risparmiatori fanno un danno enorme ) ma tutto l’insieme delle componenti sociali che costituiscono la rete del welfare al quale siamo abituati, la rete delle solidarietà sistemiche , la rete delle relazioni di imprese che gradualmente verranno riportate, stando cosi le cose, verso lo scenario del 2011 o forse anche verso quello del 2008.

Ancor di più se per disgrazia i capitali, sia quelli di casa nostra che quelli di altre parte, dovessero ritenere che il paese Italia è un rischio anche perché cosi lo ha valutato la famiglia delle società di rating internazionali.

Allego  una nota del sole 24 ore di qualche giorno fa che da il segnale delle avvisaglie già percepite dal sistema delle imprese.
Il processo di svuotamento della ricchezza nazionale sarà articolato e complesso non  sarà percepito nell’immediato ma sarà graduale e gravido nel tempo di conseguenze negative.

Di questo sono ormai consapevoli economisti, opinionisti, studiosi ed anche la stampa che negli ultimi tempi ,dopo la fase dell’innamoramento verso le nuove formazioni politiche, sta facendo in parte il mea culpa.

Ma a chi ha fatto le scelte sulla manovra tutte queste  considerazioni non interessano.

Perchè l’ obiettivo politico non è quello di stare in Europa e stare in pace , non è l’Euro, non è quello di mantenere lo stato sociale che ha consentito uno sviluppo ordinato anche se contrastato; è invece quello di arrivare ad una graduale e succedanea uscita mascherata dall’Europa simil Brexit e utilizzando il grimaldello della presunta lotta alla povertà che è una ragione di altrettanto presunta giustizia sociale che risolve l’immediato ma non pensa al futuro.

La  lotta alla povertà mobilita il consenso dei più, per i numeri che raggiunge con la distribuzione di sussidi, ma introduce  strumenti di politica sociale che sono il contrario della volontà e dello stimolo a lavorare e produrre specie in un momento in cui occorre elevare la produttività, la efficienza del sistema e la competizione con gli altri paesi. 

Non ci resta che monitorare la situazione sociale periodo per periodo attraverso i dati, i confronti macroeconomici, con l’ausilio delle fonti disponibili, tantissime che richiederanno una assiduità ed un’ opera costante ma necessaria. Per fare cosa? per educare.

 

articoli del Correre

cadono le emissioni societarie sole 24 ore

 

 

 

Articolo

Manovra: che cosa succede ora ai nostri risparmi, agli investimenti e al debito pubblico?

Tra bilancio statale e salvadanai dei cittadini, gli effetti delle nuove misure promesse dal governo. In tre anni di deficit al 2,4%, come da programma di governo, ci saranno 100 miliardi di debito pubblico in più sulle spalle degli italiani
di Federico Fubini e Giuditta Marvelli sul Corriere della sera del 29 settembre
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Dalle azioni ai depositi, opportunità e pericoli
Non ci piace rischiare, eppure il rischio viene a cercarci. Accanto al nostro debito pubblico da record, c’è una ricchezza finanziaria privata importante (più di 4 mila miliardi di euro) accompagnata storicamente da poca voglia di osare quando si tratta di investirla. Questo, però, non basta ad evitare le tempeste, che possono venire da lontano. O nascere in casa, come accade ora. I risparmi degli italiani, pari a più del doppio del Pil della nazione, sono finiti di nuovo sulle montagne russe. I padri e le madri di famiglia con qualche soldo da parte in questi giorni si domandano quanto dureranno i su e giù e quali effetti possono lasciare. Che ne sarà dei fondi? I soldi sul conto corrente sono sicuri? I Btp ci tradiranno? E le azioni?

Cominciamo dai conti correnti e dai conti di deposito vincolati dove si trova circa un terzo (1500 miliardi) del «tesoro» nazionale. In una giornata come quella di ieri i soldi parcheggiati lì, a rendimenti zero o comunque molto bassi, non hanno subito nessun danno. E i correntisti sanno bene che, anche ipotizzando lo scenario più fosco di una crisi di sistema — che non è certo in vista al momento — fino a 100 mila euro, ogni titolare è garantito dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
L’effetto sugli investimenti di Borsa
Un capitolo diverso riguarda le perdite subite dai piccoli azionisti: diventano reali solo nel momento in cui si vende. Lo scossone di ieri e la tempesta che potrebbe durare un po’ possono passare (e magari non fare danni) se chi ha puntato una parte dei suoi soldi in Borsa può lasciarli stare e aspettare che riguadagnino il valore perduto. O, si spera, anche di più. Nel caso, meno frequente, di chi fa trading online dal salotto di casa, un venerdì di passione può invece essere fonte di guadagni extra: si vende e si compra freneticamente, lucrando su sbalzi e differenze. Inutile dire che bisogna conoscere e padroneggiare i rischi dell’esercizio.
Negli ultimi anni la «sparizione» dei rendimenti ha dirottato una bella fetta dei risparmi su fondi di investimento e strumenti gestiti da professionisti. Una scelta che dovrebbe comportare un impegno di medio-lungo termine e che espone ad un meccanismo simile a quello dei titoli azionari, anche se il prodotto viene etichettato come obbligazionario. Il capitale non è garantito e, spesso, c’è un obiettivo di rendimento che il money manager si impegna a raggiungere. Se la pianificazione è stata fatta bene, un singolo crollo non deve spaventare. Una crisi più lunga, invece, va affrontata insieme a chi vi ha venduto (si spera bene) i fondi.
I prestiti allo Stato italiano
E infine i Btp. Oggi meno del 5% del debito pubblico italiano è posseduto direttamente da privati. Anche se poi ogni famiglia ne ha (indirettamente) se risulta acquirente di una polizza, di un fondo o di uno strumento di previdenza integrativa. Negli ultimi due giorni il prezzo del Btp decennale è sceso del 2%, dal 5 marzo ha perso il 7%. Chi tiene un’obbligazione fino a scadenza riavrà comunque il suo capitale, oltre alle cedole.
Gli ottimisti che comprassero adesso, con le quotazioni ben sotto la pari, potrebbero guadagnare con il ritorno alla normalità in cui, evidentemente, credono. I Btp-people che acquistarono nel mezzo della tempesta del 2011, portando a scadenza le emissioni o tenendole per un certo tempo hanno guadagnato anche il 30-40%. Accadrà qualcosa di simile anche stavolta? Il bello e il brutto dei mercati è che nessuno lo sa. Con buona pace di chi cerca sempre un complotto da sventare.
Un azzardo che costa 100 miliardi in più
Non ci impiccheremo ai decimali», ha detto nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «Se per far stare meglio la nostra gente dovrò ignorare uno zero virgola imposto da Bruxelles, per me quello zero virgola vale meno di zero», aveva annunciato il vicepremier Matteo Salvini della Lega ancora prima di Conte. Né l’uno né l’altro ha mai precisato esattamente a quanto ammontino queste differenze così di dettaglio, per le quali non vale la pena perdere tempo in minuzie. Non l’ha detto neanche l’altro vicepremier Luigi Di Maio, dei 5 Stelle, quando continuava a parlare di «manovra del popolo».
A un rapido calcolo, tuttavia, gli «zero virgola» valgono poco più di cento miliardi di euro: tutto debito pubblico in più da accumulare nei prossimi tre anni a carico dei contribuenti attuali e dei loro figli. Naturalmente ciò avverrebbe solo nello scenario a questo punto più favorevole e forse meno verosimile: quello in cui gli impegni del governo sulle pensioni di vecchiaia da anticipare o sui redditi di cittadinanza non procurino ulteriori sfondamenti dei conti; quello, anche, nel quale il governo riesca in qualche modo a disinnescare gli aumenti dell’Iva da venti miliardi di euro già previsti per il primo gennaio 2020, dopo aver trasformato in deficit quelli da oltre dodici miliardi già fissati sul 2019.
Questo scenario dei cento miliardi di debito pubblico in più in tre anni, relativamente favorevole date le premesse del momento, ha fra le conseguenze il superamento di una soglia da primato. Per la prima volta a ogni lavoratore in Italia corrisponderà una quota di debito dello Stato superiore ai centomila euro: come se a ciascun occupato nel Paese facesse capo un mutuo-casa da pagare ogni mese, senza però che questi abbia la casa.
I calcoli sul maggior debito: 100 miliardi in più in tre anni
Tali dunque sono gli «zero virgola» ai quale Conte non si impiccherà e che per Salvini valgono «zero». Ma come si arriva a queste stime? Il Documento di economia e finanza (Def) presentato dal governo precedente ad aprile scorso prevedeva un deficit che avrebbe teso allo 0,8% del prodotto interno lordo (Pil) l’anno prossimo, per poi scendere verso quota zero nel 2020 e restare poco sopra quel livello l’anno seguente. In tutto i saldi in rosso da finanziare sarebbero stati di circa diciassette miliardi, stimati in euro correnti.
Il governo attuale invece mette in conto che il deficit debba rimanere stabile al 2,4% del Pil l’anno prossimo e restare a quel livello fino al 2021. Si tratta nel complesso di circa 105 miliardi di euro di fabbisogno da finanziare a debito in più rispetto a quello che sarebbe stato prodotto se si fossero rispettati i piani del Def presentato in aprile scorso dal governo di Paolo Gentiloni. Va detto che quest’ultimo, così come quello precedente di Matteo Renzi, ha lasciato un bel po’ polvere nascosta sotto il tappeto di conti pubblici in apparenza in ordine: la convergenza del deficit verso lo zero era prevista solo grazie, appunto, aumenti dell’Iva da dodici miliardi l’anno prossimo e da venti fra due anni.

Ma anche così l’aumento di debito da fare per realizzare i piani dell’attuale governo è notevole. A maggior ragione, perché oggi il deficit del 2019 (senza lo scatto dell’Iva) tende verso il 2% e in teoria resterebbero al più sette miliardi per arrivare al 2,4% e finanziare la controriforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza e tutto il resto. La prima può costare almeno otto miliardi il primo anno, senza tener conto nei minori incassi da contributi e gettito Irpef; il sussidio ai poveri almeno altrettanto. Il rischio di sfondamento delle nuove soglie già più elevate è molto evidente.
Finisce così che ognuno dei 23 milioni di occupati che vivono, producono e pagano le tasse in Italia si ritroveranno con più di centomila euro di debito pubblico per ciascuno. Già oggi sono a quota 98 mila, sul totale di uno stock di oltre 2.300 miliardi in titoli di Stato e altri prestiti alla pubblica amministrazione. Ma presto supereranno anche quella soglia: pochi lavoratori attivi sul totale della popolazione, per sostenere un enorme ghiacciaio sospeso sopra le loro teste.

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Ricominciamo dal basso

 

Prendo lo spunto dal pezzo di Piero Ignazi pubblicato di recente sul settimanale l’Espresso intitolato “Un terremoto lungo un anno : è Renzi “.

Per caratterizzare il momento nel quale da poco più di un anno si è calata l’azione del Royal baby, come lo ha definito Ferrara e come meglio lo ha anche caratterizzato Friedman nel suo recente libro “ Ammazziamo il gattopardo”, affido alla lettura dei numeri la comprensione del contesto macro e socio economico del nostro paese.

Dalla loro lettura può trarsi il profilo di inadeguatezza del nostro sistema paese, politico e sociale, incapace di reggere la competizione imposta dal contesto globale e di continuare ad assicurare e garantire alla società il  Welfare previsto dalla carta Costituzionale oltre che dai principi generali, comuni, di solidarietà.

Molti dei dati del nostro sistema economico e sociale e molti dei deficit del nostro assetto organizzativo di paese non rappresentano neppure l’elemento più sconfortante se messi a confronto con quello dei valori e del disagio morale ed ideale nel quale il paese è sprofondato nel ventennio seguito ai grandi sconvolgimenti successivi al 92; data spartiacque, quest’ultima, che ha dato inizio al periodo che va sotto il nome di seconda repubblica.

La seconda, infatti, avrebbe dovuto cancellare gli effetti devastanti della prima emersi proprio da quella data con lo storico giustizialismo che produsse la cancellazione del sistema dei partiti.

Le responsabilità del ventennio (gli anni sono ormai  23 ) naturalmente non stanno da una sola parte. Ce n’è per tutti, nessuno escluso, ed anche per i cittadini abituati a chiedere sempre di più nel decennio di indulgenze che precedette la seconda repubblica e che diseducò gli italiani e i tanti organismi  e i tanti  corpi sociali che non hanno giammai rappresentato le istanze collettive ma solo quelle de ceto di riferimento.

Le responsabilità , infatti, vanno distribuite tra attori protagonisti del progetto di sfascio e tra compartecipi,  tra comparse consapevoli, silenti e consenzienti, tutte moralmente quanto meno da censurare.

E’ impossibile pensare che la politica non abbia avuto la percezione delle criticità di cui non hanno reso consapevole ed edotto il paese. Vicinanza, direttore del settimanale l’Espresso nel suo ultimo pezzo ” Se Renzi si affranca dal partito dei giudici” a proposito delle responsabilità politica  annota: ” certo le responsabilità non sono paragonabili ma il mix resta perverso”.

Cosi stando le cose Renzi, quindi, ci deve provare; la situazione è ormai al limite ed è augurabile che ci riesca.

Deve però guardarsi soprattutto dai gattopardi, come sostiene Friedman,  da quelli cioè che oggi vorrebbero la migliore legge elettorale dopo aver subito per anni il puzzo del porcellum , la migliore Costituzione che è oggi frutto di non poche e fuorvianti riforme prodotte anche dalla sinistra ; deve guardarsi meno dagli avversari, perchè noti come tali, e cioè dai grillini che vorrebbero uno stato giustizialista, perché loro , arrivati ad un seggio che mai avrebbero immaginato solo sino a qualche anno fa di poter conseguire , si sentono i soli portatori di purezza ed innocenza incontaminata; e meno ancora dai leghisti che vorrebbero una Europa migliore ma senza Euro purchè distribuisca quote latte agli agricoltori del Veneto dell’aspirante Zaia a carico della collettività. E’ inutile dire degli altri  e fors’ anche dell’ NCD che vive uno stato di difficile equilibrio tra le spinte verso la destra ed il centrismo in una logica difficile  di sopravvivenza.

Partendo da alcuni dati e risalendo piano piano alle iniziative appena avviate,  con un occhio a quelle in cantiere, si potranno trarre le necessarie conclusioni , immaginare cosa c’è dietro l’angolo e qual’e lo sforzo immane che si richiede e che sarà richiesto a tutti i corpi sociali naturalmente arroccati e resistenti verso i dolorosi cambiamenti.

Ignazi  dice che Renzi è figlio di un’altra epoca è “un leader politico senza ideologia e riferimenti politico culturali”: non è un dato negativo; tutt’altro.

Sta a significare che per il suo tratto generazionale, al momento, è senza condizionamenti e senza retaggi che possono, in questa fase, indebolire la spinta a cambiare in tutte le aree in cui si ravvisi la necessità di risistemare la società che va smontata pezzo pezzo per essere allineata ad un sistema di valori e regole più giuste ed allo stesso tempo più efficienti ed idonei per la competizione internazionale.

Questa la  premessa nella quale inserire e leggere i dati macroeconomici.

Ce ne offre l’occasione il recente Outlook economico dell’Ocse del Marzo 2015.

I dati macro economici dell’Italia vengono confrontati solo con quelli di alcuni paesi significativi e maggiormente indicativi dell’area Euro e dell’Ocse; ci dicono anche quanto sia modesto il nostro livello di competitività complessivo. Sono state selezionate solo sei nazioni per il commento.
I dati del quadro complessivo sono  disponibili con la lettura all’Outlook cui si rinvia per ogni utile approfondimento al link relativo che viene sotto appostato.

  1. Il Pil

L’Italia non cresce da decenni. Nel solo periodo che va dal 2012 al 2014 si sono persi 4,4 punti di PIL. Nel 2012 l’indice era al 97,8; scende nel 2014 a 95,6. Nel solo 2014 il Pil è invece diminuito dello 04 %; è passato cioè da 96 a 95,6.
Il 4,4% di Pil significa circa 60 miliardi € in soli quattro anni, miliardi cumulati che di fatto ogni anno costituiscono un monte risorse economiche e finanziarie in meno nelle tasche degli italiani e dell’economia.
Il dato è ancora più sconfortante se messo a confronto con quello di tutti i paesi dell’Europa, dell’area dell’Euro e con quello di alcuni paesi dell’Ocse.
La Francia nello stesso periodo passa da 102,4 al 103,3 e guadagna nove centesimi di punto; la Germania da 104 a 106,5, guadagnando 2,5 punti percentuali; anche la Spagna , che era caduta in basso come noi, perché attestata sul 97,3 [ contro il nostro 97,8 ], guadagna a sua volta un punto perché arriva al 98,3.
Inghilterra è Stati Uniti passano rispettivamente da 102,3 e 104 a 107,7 e 110,2.

Ma quel che più risalta e’ il fatto che tutti gli altri paesi, tranne la Spagna e noi, (naturalmente eccezion fatta per la Grecia che nel 2012 e’ all’85%) sono portatori di un indice superiore a 100.

Hanno in altri termini assorbito gli effetti della grossa caduta seguita alla crisi del 2008. Paesi come il Belgio e l’Olanda ,investiti pesantemente dai riflessi delle crisi bancarie contrariamente a quanto era accaduto all’Italia,  sono in fase avanzata di recupero e ricrescita.

  1. Consumi privati

Questo il dato del Pil cui corrisponde un analogo dato negativo dell’indice dei consumi privati.
Quello italiano passa dal 96,1 del 2012 al 93,8 del 2014, con un perdita percentuale di 6,2 rispetto al 2010 corrispondente a circa 90 miliardi di € cui occorre aggiungere un altro punto dei consumi pubblici, cioè della pubblica amministrazione.
Stabile invece l’indice della Francia a 101; in aumento naturalmente l’indice della Germania da 103 a 106,1 con un più 3% che per i tedeschi, in ragione del loro Pil, significa quasi 75 miliardi di €.
Di assoluto rilievo tendenziale in positivo gli indici di Inghilterra e Stati Uniti che guadagnano il primo 4,5 punti ed il secondo 6,6 punti. Ma anche altri paesi non sono da meno.

Quando si vogliono fare critiche alla politica, per ciò che ha fatto e per ciò che non ha fatto, è da qui che bisogna ripartire  per capire in quale contesto opera il paese e di quali cure e rimedi ha bisogno, cure che non sono solo quelle di natura economico finanziario ma soprattutto quelle di natura strutturale , come meglio si potrà capire quando si esamineranno altri indicatori.
Gli altri paesi, forse, hanno già fatto prima le loro riorganizzazioni visto che, al momento, non ne sentono il bisogno.

Ma andiamo avanti con i numeri.

  1. Gross fixed capital formation

Con l’indice ad 89,0 nel 2012 il nostro Gross fixed capital formation, che esprime il processo di formazione degli investimenti, passa nel 2014 a 80,6. Si tratta di un meno 20% di investimenti necessari per alimentare il processo di produzione, la ricostituzione del capitale fisso, di quello circolante, per sviluppare innovazione e creare le condizioni per aumentare la produttività e l’efficienza di sistema.
E, siccome è a tutti ben noto che le risorse endogene sono scarse, non vi può essere altra soluzione per integrarle che incentivare quelle esogene, cioè esterne, creando però le condizioni per stimolarne l’ingresso.

Qui il discorso si fa ancora più complesso legato com’è a tutto una serie di quadri regolamentari che negli ultimi vent’anni per quanto non siano stati migliorati risultano addirittura peggiorati e non di poco. Basta pensare a tutti i provvedimenti che sono in cantiere per far diventare l’Italia un paese appena appena più normale. Mi astengo dal citarli sono a tutti noti e da tutti contrastati perchè tendenzialmente diretti a rimuovere le acque stagnanti del paese invaso da melme diffuse.

Al contrario l’indice tedesco del Gross fixed Capital passa da 106,5 a 109,8, mentre quello francese evidenzia solo una piccola sofferenza perché passa da 102,3 a 99, ma sempre vicino a quota 100 quota che quantomeno non espone una caduta come quella italiana fatta di ben 20 punti in quattro anni.

Inghilterra è Stati Uniti hanno invece fatto un grosso giro di boa ; il primo paese passa da 103,1 a 114 , il secondo da 109,2 a 119,2. In altri termini in quattro anni il paese d’oltremanica ha visto una crescita degli investimenti di 14 punti, quello d’oltreoceano di 20 punti.
Quasi tutti i paesi dell’Ocse sono in zona positiva, cioè con indice superiore a 100 base al 2010, tranne Portogallo, Spagna, Grecia, e naturalmente l’Italia.
L’Italia non investe: è un dato strutturale che dipende solo dalla domanda ? o ci sono ragioni anche diverse legate alla imprenditoria, alle formazione del risparmio, al quadro regolamentare, al clima di sfiducia etc etc.
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Altri due dati significativi

  1. Disoccupazione

Il dato della disoccupazione nel 2015: Germania 4,7, Francia 10,2, Stati uniti 5,7, Spagna 23,4, Inghilterra 5,6, Italia 12,6.

Nel periodo che va dal 2008 al 2014 la Francia fa registrare un crollo di soli 34.mila occupati a fronte di circa 27 milioni di lavoratori, la Germania fa registrare una crescita di 2 milioni circa di posti di lavoro a fronte di una massa di occupati di 49 milioni circa ( 24 milioni in più dell’Italia a fronte di una popolazione di circa venti milioni in più rispetto a noi ), la Grecia una perdita di circa 980 mila addetti su il numero di poco più di 3,9 milioni , l’Italia una caduta di 1 milione circa di addetti su una massa di dipendenti di 24,3 milioni; la Spagna perde circa 3 milioni di occupati su una circa 18,4 milioni di occupati.

Ci sono due /tre economie che hanno il dato positivo della quasi piena occupazione, Stati Uniti , Germania ed Inghilterra , mentre tutti gli altri hanno raggiunto il livello più alto della criticità nel mondo del lavoro. Non è un caso il fatto che sia stato coniato il termine Pigs per indicare i quattro paesi dell’Ue posti sotto diverse regole di osservazione e controllo (Portogallo ,Italia, Grecia e Spagna ).

  1. Produzione industriale

Ai dati della disoccupazione corrispondono quelli della produzione industriale che con base 100 al 2010 così si presentano nel 2014 : Spagna 90,9; Germania 111,1; Inghilterra 97,4 ; Stati Uniti 117,1; , Francia 96,8; Italia 91. In altri termini c’è un riflesso speculare tra il dato della produzione industriale con la caduta della occupazione:  entrambi  determinano la caduta del Pil.
In Italia la perdita dei posti di lavoro viene condivisa divisa a metà tra il settore dell’industria primaria ed il settore dell’edilizia. Non altrettanto è successo nel settore mercantile e dei servizi che grosso modo ha mantenuto anche per effetto di compensazioni il livello generale degli occupati.

  1. Una notazione a parte merita il settore dell’export ed import.

Con base 100 al 2010 un pò tutti i paesi sono cresciuti per effetto della domanda trainante dei paesi extra OCSE.

E così gli Stati Uniti guadagnano l’indice a 119,3, l’Inghilterra l’indice 106, la Germania l’indice a 117, la Francia l’indice 113,3, la Spagna l’indice 118,8 e l’Italia l’indice 111,1.

All’indice corrispondono i seguenti dati in $: Germania 1510 miliardi di $, pari al 39,1% del Pil ; Francia 581 pari al 20,5 % del Pil; Spagna 323 pari al 23 % del Pil ; Inghilterra 474 pari al 16,1 del Pil ; Stati Uniti 1623,27 pari al 9,4 del Pil ed infine l’Italia con 528 miliardi di $ pari al 24,6 del Pil. Il dato della Francia comprende nella voce principale una grossa quota di esportazione dei servizi ; l’Italia è sicuramente seconda dopo la Germania nella esportazione dei beni che è il vero valore positivo che ci caratterizza e ci pone prima della Francia e dell’Inghilterra e di tutti gli altri paesi Europei. Per la Francia in particolare va anche detto che una grossa quota dell’export è data dalla vendita dell’Energia a cagione del peso determinante nella produzione di energia nucleare di cui anche noi siamo fruitori e compratori.

Balza prepotente all’occhio il dato della Germania che vende circa il 40 % del suo fatturato a terze economie, con l’altro impressionante dato di un avanzo della bilancia commerciale di ben 295 miliardi di $. Anche l’Italia nel settore porta a casa un discreto avanzo commerciale, di circa 56 miliardi di $, in parte conseguenza dell’accresciuto livello delle esportazioni, pur dinanzi ad una caduta delle produzione industriale, come si è visto sopra, ma anche figlio della caduta delle importazioni che dall’indice base 100 al 2010 nel 2014 passa al 91,8 con un meno 8 punti circa di import per la caduta della domanda dei consumi e degli investimenti.
Tutti gli altri quattro paesi citati nella nota versano invece in una situazione di disavanzo strutturale sistemico.

Questi solo alcuni dei dati macroeconomici che mettono in piena luce lo stato della nostra economia, da cui occorre ripartire e cioè dal basso.
Il lavoro che attende la politica è quello di ricreare, attraverso un quadro regolamentare con impatto e ricaduta generale e attraverso le riforme strutturali di processo nella Pa le condizioni minime di una ripresa, incidendo per quel che è possibile sul contesto interno, su ciò che in effetti è possibile modificare con le leve disponibili della politica.

Altri miracoli non sono a portata di mano.

I risultati dipendono oltre che dal trend dell’economia mondiale e dagli indicatori che la caratterizzano, sui quali l’azione delle politiche nazionali poco possono fare, dalla capacità di incidere in Europa sulle politiche di rilancio degli investimenti nell’area ma soprattutto dalla produttività dell’intero sistema paese e dal valore aggiunto che sapremo e riusciremo a ricostruire.

QUESTA LA PRIMA PARTE

Ocse Main Economic indicators Marzo 2015

 

Nei successive pagine saranno ripresi tanti altri elementi destinati a completare il quadro di riferimento complessivo del sistema nazionale

Le fonti saranno sempre quelle dell’OCSE  per il settore finanziario quelle del FMI.
I paesi saranno sempre quelli sotto rassegna per la vicinanza e la possibilità di instaurare confronti che facciano capire come siamo e cosa facciamo e perché negli anni il nostro debito è cresciuto in maniera eccessiva.

 

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La risorsa sulla quale contiamo: la fiducia

Dall’ultimo outlook OCSE sull’Italia per le SMES ( small and medium enterprises) si leggono alcuni dati sui quali pare utile soffermarsi.

Peggio di noi solo la Grecia che dall’indice del Gdp ( Pil ) 92,9 del 2011 passa all’83 del 2013. Un vero capitombolo che non ha il corrispondente per l’Irlanda, pure entrata in crisi e che è sotto warnig in Europa, che segna sei punti di crescita da 102 del 2011 a 108 del 2013 e neanche per la Spagna che registra il seguente dato : da 100 a 98,2 del 2013 con un -1.8% .L’Italia è invece in buona compagnia del Portogallo che da 98,2 passa a 94,3 , quindi con un meno – 6.

Il dato portoghese in parte ci consola visto che il nostro indice , fermo ormai da tempo con un -6 % in cinque anni, nel periodo in rassegna , cioè dal 2011/2013, passa da 100,6 a 96,1 con una delta negativo di -4,5 corrispondente ad un pil di circa 60 miliardi di €. Una differenza di Pil annuale che si traduce in un meno 60 miliardi all’anno di GDP.

Nelle prime pagine dell’outlook si legge inoltre che l’expenditures ( le spese ) del governo centrale sono di ben 5,6 punti superiori alla media dei paesi OCSE, ( Italia 50,6% average Ocse 45% rispetto al GDP- prodotto interno lordo ), e che le revenues, gli incassi della Pa, sono di ben 9 punti superiori alla media del gruppo di nazioni esaminate ( Italia 47,7% contro 38,1% rispetto al GDP); si può ben comprendere quale sia la percezione dell’Italia non solo nella Comunità ma nel gruppo delle nazioni sotto i riflettori dell’Ocse, ma anche quale sia lo stato reale della nostra economia nazionale e la grave situazione che si è determinata.

Questi solo alcuni dei dati che dovrebbero indurci a riflettere.

Questi ultimi,ben noti ed analizzati da anni, sono la conseguenza di deficit strutturali che non riescono far partire e ripartire l’Italia; si capisce perché gli aggiustamenti che il governo attuale sta tentando di fare sono solo l’inizio di un processo più ampio che deve incidere in profondità sugli assetti sociali, strutturali , finanziari ed istituzionali della nostra bella Italia , considerata non a torto il bel paese ma bello solo per pochi e matrigna nei confronti di tanti.

E non si riesce, invece, proprio a capire come possano avere seguito gruppi di opinione e partiti che suggeriscono soluzioni rapide e fantasiose a supporto dei loro programmi con i quali vorrebbero rimettere in piedi l’Italia:

A) abbassare le tasse al 15% , aliquota unica; le conseguenze sarebbero nefaste ed inimmaginabili per tutte le funzioni dello Stato che non sono solo quelle del pagamento degli stipendi e/o del sostegno alla politica, da ridurre drasticamente, ma anche tutte le altre di natura sociale ed istituzionale; viene a proposito la recente relazione ( di questi giorni) della Corte dei Conti che fa una spietata analisi che individua tra le cause e le ragioni di questo disastro le insufficienze dei doveri fiscali di solidarietà da parte di fette importanti della società.

B) uscire dall’Euro perchè l’appartenenza ci costringe ( e meno male che ci costringe , altrimenti saremmo stati già nelle fosse del Pacifico non annegati ma divorati dai pesci voraci dei fondali ) a non spendere a debito ritornando alla liretta nazionale per incentivare le esportazioni; non capiamo quanto in buona fede sono quelli che lo sostengono ,su cui c’è da dubitare, perchè non ricordano del pari che l’Italia è un paese trasformatore che compra tutte le materie prime e le energie , materie che costerebbero molto di più e che determinerebbe un aggravio che nel volgere di poco tempo ci porterebbe alla fame.

Alle proposte fantasiose e temerarie di cui sopra corrispondono poi iniziative dei sindacati che pensano di agire con le vecchie modalità dello sciopero generale senza bilanciamenti e senza immaginare soluzioni innovative che aiutino le imprese ancora vitali ad accrescere produttività ed efficienza ; insomma continua a valere la regola del tutto dovuto a tutti e in maniera generalista per chi è dentro il sistema senza uno sguardo complessivo alla tenuta dell’intero sistema sociale.

E non è tutto: le resistenze sono generalizate.

Fa il resto la mancata condivisione alle proposte di rinnovamento delle lobby e corporazioni che difendono privilegi e rendite; lobby e corporazioni e parte del ceto sociale non intendono farsi carico di un processo di efficientamento della società costruita un pò dappertutto con pratiche burocratiche che poco aggiungono nella generazione del valore al sistema economico con attività di intermediazione e mediazione da razionalizzare che sinora hanno rallentato lo sviluppo della agenda digitale unica strada per avvicinarci ai paesi virtuosi dell’Europa , dell’America e dell’Asia .

E’ pur vero che una volta sistemate alcune priorità sarà opportuno, anzi doveroso e di sinistra, incidere sul tema delle disuguaglianze eccessive e sulla finanza che assorbe risorse oltre modo ed oltre il livello che deve rispondere ad una logica di risorsa strumentale, funzionale al sostegno del sistema di impresa e dell’economia in generale.

Nessuno oggi può più mettere in dubbio la funzione e le finalità del sistema finanziario; quando esso si fa carico di svolgere il ruolo fondamentale di gestione della ricchezza e di ridistribuzione delle risorse da economie in eccesso rispetto ad economie in deficit che ne sollecitano l’impiego è vitale ed essenziale per gli assetti economici.

Sono da correggere gli eccessi di finanziarizzazione senza però portare il sistema Italia in uno stato di incapacità competitiva che sarebbe molto peggio nel confronto con le economie degli altri paesi che fondano anche sulla finanza una parte significativa della loro forza ( vedi Germania, Francia ed Inghilterra per non dire degli Stati Uniti).

Parte della politica , del sindacato e della società, il dato di senso è un pò comune a tutta la società civile, non si è ancora resa conto che la globalizzazione ha sconvolto le regole tradizionali della conflitto e della competizione; sono venuti meno schemi e modelli che valevano in un contesto meno ampio e territorialmente più contiguo ( Europa contro America , all’ interno della stessa Europa). La globalizzazione, che ha consentito a paesi poveri di sollevarsi e quindi di ridurre la povertà globale del sistema e la condizione dei mercati globali, impone una competitività allargata con regole nuove e non tradizionali. ( vedi le charts allegate)

Capire che la sistematica conflittualità ad ogni costo alimenta solo l’orto del particolare è forse anche un dovere etico e morale; solo il ricorso a ragionevoli soluzioni, che pongano il tema della globalizzazione come termine di confronto in ogni problema, può aiutarci a superare la profonda criticità di sistema che è frutto di una sedimentazione di anni di cattiva governance su cui tanto si è detto e scritto.

Della globalizzazione non possiamo e non potremo fare a meno perchè aiuta tutti, anche noi, indirizza i mercati verso l’ottimo e gli equilibri e non sarà certo l’Italia a dettare le regole.

Figurarsi poi se questa competizione anzichè farsi con una struttura qual’è la UE, dall’interno, pensassimo di farla come dicono alcune aree della politica da soli nell’oceano dell’economia e della finanza. Forse non è noto, e vale la pena qui di ricordarlo, che i dati delle transazioni mondiali vedono il $ ( dollaro) al primo posto con una quota del 65/67% e che l’Euro copre un 23-25% ; a tutte le altre monete compreso Yen, Rublo , Rupia, etc etc.solo rimane solo il 10%. Questo significa pur qualcosa in termini di competizione e di forza.

Come si fa a non rendersene conto ? come si fa a non aprire gli occhi e a non svolgere una funzione di education sul nuovo che è ormai gia avanzato e che non conosce vie di ritorno ; che impone profonde modifiche nei modelli sociali, nella competizione, negli strumenti d’impresa ed istituzionali ed un lavoro corale di risistemazione delle cose che non vanno anche in Europa.

Dopo una ipotetica destrutturazione dell’esistente, a cui spingono talune frange oltranziste, sarà tutta la collettività ad impoverirsi con un ritorno al passato senza fine. ( E si è certi che non vincerebbe nessuno e tanto meno chi oggi ha pure ragione ad invocarla per il dislivello sociale ed economico nel quale versa, perchè è altrettanto certo il rischio di diventare ancora più deboli in mancanza di tutele sociali e di welfare in una società con risorse sempre più ridotte).

Una lettura meditata e consapevole di tanti dati disponibili deve aiutarci a capire ed a comprendere che oggi, dopo i vent’anni e passa di cattiva gestione pubblica occorre fare uno sforzo di risistemazione; ed occorre farlo soprattutto prioritariamente nelle aree dove si individuano eccessi a beneficio di quella parte della popolazione che sente le criticità di un sistema troppo squilibrato: i veri poveri ( quelli veri sul serio) , i disoccupati, i giovani.

E finanche nel sistema delle imprese tra quelle che sopravvivano solo grazie a rendite di posizione , di monopoli e grazie a sostegni immeritati con una attenzione che privilegi quelle che si orientano all’ innovazione ed al cambiamento, che investono in capitali di rischio e che consentono all’Italia di poter difendere i mercati e di occupare tante risorse ( le SMEs). L’outlook evidenzia infatti la forza delle aziende medio piccole spina dorsale della nostra economia.

Per fare ciò occorre un disegno politico/ industriale “illuminato” da calare nella società ; occorre ricostruire la catena del valore e del merito in ogni angolo del sistema guardando al meccanismo redistributivo che deve essere di aiuto anche alla domanda , disencintivando altresi la formazione di risorse finanziarie in eccesso che non vengono spese o immobilizzate , che rappresentano solo fonti di rendita e non anche capitale per principiare nuove imprese.

La caduta dei tassi nel mondo è il segnale più palese di questa condizione di enorme ricchezza finanziaria che non sa dove collocarsi e che è alla ricerca di nuove opportunità. I dati della crescita dei fondi e degli aggregati finanziari sono li a testimoniare questa anomalia che J.M Keynes definì il paradosso del risparmio. Troppo risparmio storpia : non è positivo per l’economia.

Altri dati sono tutti li a confermare che siamo una società ferma, che siamo ad un giro di boa, all’ultima spiaggia in un paese che vede crescere il valore aggiunto del settore primario solo del 2% contro il 2,6 della media OCSE, che ha una popolazione di under 15 ( i giovani e le potenzialità del futuro) al 14% della popolazione contro il 18% dei paesi Ocse dove nascono più bambini e che ha una popolazione over 65 del 20,5% contro il 14,9, media degli altri paesi, con tutto ciò che ne consegue. Mancano le nuove leve e siamo un paese di vecchi.

Al momento ci aiuta solo un dato positivo ricostruito con pazienza negli ultimi due, tre anni: la fiducia.

“Nel 2015 scadono 141 miliadi di BTP. Annata di rimborsi pesanti allegerita se il costo del rifinanziamento resterà ai minimi storici come quello attuale raggiunto dalla crisi del 2008. Ma i mercati sono perplessi : chi compra i BTP decennali sotto al 2%.” Sole 24 ore del 30 nov.
Qual’è la risorsa messa in campo in assenza delle ristruttuazioni che sebbene annunziate non sono ancora avvenute e che quando saranno state fatte spiegheranno gli effetti dopo un certo tempo : la fiducia. La fiducia nella volontà del fare e nella credibiilità delle promesse annunziate , accompagnate da una solida determinazione; una fiducia che al momento ha generato circa 10 miliardi di minori oneri sul debito in soli due anni.

Ma i mercati come la danno cosi la ritirano. Cosi prosegue la Bufacchi sul sole 24 di qualche giorno fa. “ I portafogli esteri sono ancora lontani dai picchi degli Holdings in BTP . Il risultato delle elezioni in Emilia Romagna , per la sorprendente ascesa di Salvini antieuropeista non è proprio quello che si dice “ market friendly”. Una delle domande che si pongono i gestori dei fondi esteri, soprattutto non europei, è se l’Italia e gli Italiani sono favorevoli oppure contro l’Euro. Il voto di protesta di Grillo non aveva impensierito i mercati neanche quando Grillo urlava nelle piazze “abbassa l’Euro e ristrutturazione del debito pubblico”. Altra cosa è Salvini che trasforma la disoccupazione in antieuropeismo e stringe intese con personaggi come Marie Le Pen.”

L’Italia e gli Italiani sono avvertiti. Dobbiamo sperare che la fiducia non venga meno , che la ragionevolezza degli italiani non la metta in crisi e che soprattutto le riforme annunziate diventino quanto prima , e ad ogni costo, concrete, altrimenti le tante considerazioni ricostruite sul mercato scemeranno all’improvviso e le derive saranno questa volta immediate e rapide.

Per dare senso e valore alle considerazioni svolte sono stati estratti dati e charts da fonti autorevoli.
Sono li a corroborare gli assunti peraltro abbondantemente trattati dalla stampa con un focus spesso troppo orientato al giornalismo e meno all’idea di fare un lavoro di education.
Se ne sente il bisogno: una volta era mission di entità politiche e partitiche nelle quali si credeva.

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Vedi nelle charts allegate, aprendo il link dati della povertà nelle diverse regioni del mondo tempo per tempo e sulla base delle previsioni tendenziali.

Non a torto si sostiene che riduzione della povertà sia la conseguenza della globalizzazione che sposta risorse, competenze e imprese e fattori della produzione alla ricerca della allocazione ottimale e degli spazi di competizione aggredibili. E’ impressionante leggere che nell’East Asia e nel Pacifico , nel Sud dell’Asia e nell’Asia Centrale già nel 2015 si registrerà un calo decisivo con una tendenza all’azzeramento delle povertà nel 2030.I poveri diminuiscono da unmiliardo 940milioni del 1981 a 1 miliardo circa del 2011 e diventeranno 835 nel 2015, 696 milioni nel 2020 , 411 milioni nel 2030. Rappresentano nel 2011 il 15% della popolazione contro il 39% del 1981.

Chart della graduatoria della corruzione siamo al 69 posto insieme a Grecia, Romania ,Senegal.
I nostri partners europei ci precedono e ci danno lezioni.

Chart del doing business della facilità di fare business, di avviare imprese siamo al 56 posto preceduti da tutti i nostri partners che a ragione si fanno protagonisti negli investimenti dall’estero relegandoci a ruoli marginali.

i dati della povertàDall’ultimo outlook OCSE sull’Italia per le SMES ( small and medium enterprises) si leggono alcuni dati sui quali pare utile soffermarsi.

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Outlook Italia nelle previsioni dell’OCSE

Italy%20graph

Questo il grafico nell’Outlook Italia che tenteremo di commentare insieme ad altri per meglio rappresentare la situazione del nostro paese. L’Italia è il paese all’estrema sinistra rappresentata con un valore leggermente negativo o pari a zero nella media degli ultimi 10 anni.

l’OCSE ha  presentato il nuovo rapporto suggerito dall’emergere di errori previsionali nei quali è incorsa . Si segnala  il link dell’OCSE attraverso il quale si può accedere alla documentazione economica e tecnica per la lettura delle previsioni economiche. Il testo che segue tradotto da scrive è contenuto nella comunicazione Ocse con la quale è stato presentato il tema.

“La crisi economica ha offerto l’occasione per predisporre nuove metodologie per affrontare le previsioni. L’estrema volatilità registrata durante la crisi finanziaria globale ha complicato le previsioni economiche, inducendo ad  errori che sottolineano la necessità di migliori metodi e modelli e di nuovi approcci per metter in piedi e presentare le proiezioni : questo è quanto emerge dal rapporto dell’OCSE .

Le previsioni dell’OCSE durante e dopo la crisi finanziaria : un post- mortem dice che  le proiezioni economiche dell’Organizzazione hanno sotto valutato la profondità del crollo delle attività nel 2008 -09 e sovra- stimato il ritmo della ripresa negli ultimi anni. Il grado di errori di previsione osservato nel periodo 2007-12 è di dimensioni simili a quello visto intorno al primo shock petrolifero nel 1970

Il rapporto dell’OCSE analizza i fattori chiave che hanno prodotto gli errori di previsione traendo insegnamenti che possono essere utilizzati per migliorare le nuove previsioni e le analisi. “Abbiamo imparato molto dalla crisi ” ha detto il capo economista dell’OCSE Pier Carlo Padoan durante un evento di lancio  a Londra con la London School of Economics . “Abbiamo preso misure per migliorare i modelli di previsione a breve termine , per la costruzione di migliori indicatori delle condizioni finanziarie e per esplorare i rischi intorno le nostre previsioni  con un metodo più sistematico “, ha detto Padoan .L’analisi delle previsioni offre nuovi indizi su come la crisi economica globale ha influenzato i diversi paesi. Errori di previsione sono stati più grandi nelle economie più aperte  in termini di commercio e  finanza ed indicato che la globalizzazione ha aumentato l’esposizione a shock esterni e reso i paesi più connessi rispetto al passato Errori nelle proiezioni economiche sono stati  più grandi nei paesi con le norme del mercato del lavoro e del prodotto più rigorose nella fase pre-crisi , che hanno opposto  una resistenza più debole rispetto a quella delle economie più liberalizzate. I grandi e negativi degli errori sulla crescita, nei paesi con sistemi bancari deboli , confermano che ai fattori finanziari deve essere dato più peso nei modelli economici. ” L’approfondimento della crisi della zona euro del  debito sovrano ci ha colto di sorpresa, perché c’è stato un feedback più forte del previsto tra le banche e le debolezze del debito sovrano , e questo ha influenzato la sovrastima della crescita proiettata durante le prime fasi della ripresa. Forti accuse al  il consolidamento fiscale sono state mosse da alcuni  paesi per le conseguenze di una crescita più debole del previsto ; ma l’OCSE ritiene che questo possa valere solo in alcuni anni  e solo  sino a quando la Grecia sarà inclusa nell’analisi . ” L’OCSE non sottovaluta i moltiplicatori fiscali “, ha detto Padoan .”E ‘stata la supposizione ripetuta sul fatto che la crisi dell’euro si sarebbe diluita nel tempo  e che i differenziali di rendimento dei titoli sovrani si sarebbero ristretti la più importante fonte di errore . “La revisione delle previsioni è parte di un più ampio sforzo dell’OCSE per capire meglio la crisi globale e per usare le stesse come fonte per lo sviluppo di nuovi approcci alle sfide economiche”.

.http://www.oecd.org/eco/outlook/oecd-forecasts-during-and-after-the-financial-crisis-a-post-mortem.htm

Per maggiori informazioni , contattare l’ Ufficio stampa OCSE ( +33 1 4524 9700 )

Le immagini di Castel dell'Ovo dalla sala Posillipo del Royal sede del Club

la visione notturna

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I numeri non sono “chiacchiere”. Il disavanzo Patrimoniale reale dell’Italia e le sue conseguenze sul piano della giustizia sociale

Alla luce del pezzo di Valentina Melis, sul sole 24 ore del 27 1( vedi link qui sotto indicato) occorre fare delle rettifiche al dato di 450 miliardi  di deficit patrimoniale verso l’estero di qualche giorno fa. Esso, infatti, è legato ai valori ufficiali e noti dei flussi finanziari rilevati dalle statistiche della Banca d’Italia e non anche a quelli che lo studio citato determina con riferimento anche alle altre attività “nascoste”.  (  per ogni utile approfondimento http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_97). Almeno duecento miliardi, dice la Melis, rappresentati da nostri assets sui quali gli italiani continuano a non pagare le tasse. Basterebbero quelle tasse per risolvere tanti problemi di risorse che non si riescono a recuperare. Torna attuale il tema dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale fattori sui quali  20 anni di buon governo sembrano non aver prodotto nulla o quasi  al punto da far invocare alla Camusso il ricorso ad una patrimoniale e da far considerare prioritario nell’agenda di governo il tema delle pensioni come ancora di salvataggio per le dissestate casse della Pubblica amministrazione. Il saccheggio sistematico, fatto di alta ed ingegnosa alchimia, che ha prodotto un più 469 miliardi di passività dello Stato in appena 6 anni di governo ( € 2091  milioni-al 31 12 2012- contro  €1622 al 31 12 1996 come da statistiche Bollettino di Vigilanza del mese di febbraio n 6), avrà pur drenato risorse verso aree sbagliate tanto da aver prodotto le diseguaglianze note e le ingiustizie tra chi ha sempre osservato i suoi doveri di cittadino e chi si è arricchito “ proprio e solo” attraverso lo strumento elusivo ed evasivo. Forse questo dovrebbe essere l’unico tema sul quale concentrare l’iniziativa di Governo per dare fiducia agli Italiani onesti e veder ristabilito un nuovo ordine sociale. Ma sarà molto difficile sino a quando l’asticella verrà alzata solo per parlare di pensioni ingiuste , di legge elettorale , di  nuovi assetti dei partiti e di tante altre cose con le quali le televisioni per intere giornate assillano la buona pace degli Italiani e disorientano le famiglie.

 

Sole 24 ore Articolo di Valentina Melis

Caccia al rimpatrio di 200 miliardi di euro.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-27/caccia-200-miliardi-nascosti-064154.shtml

 

Caccia al rimpatrio di 200 miliardi di euro. È la stima (secondo alcuni per difetto) dei capitali “occultati” all’estero dagli italiani (si veda Il Sole 24 Ore del Lunedì del 28 ottobre). Questa dunque, la torta presunta su cui si dovranno recuperare le imposte evase e le sanzioni (anche se ridotte) a carico dei contribuenti che aderiranno alla voluntary disclosure. La stima delle ricchezze oltre confine si basa su uno studio della Banca d’Italia del 2011  («Alla ricerca dei capitali perduti: una stima delle attività all’estero non dichiarate dagli italiani», di Valeria Pellegrini ed Enrico Tosti), che quantifica tra 124 e 194 miliardi di euro i capitali sotto forma di titoli di portafoglio (fondi, azioni, obbligazioni) detenuti all’estero prima dell’ultimo scudo fiscale del 2009-2010. Secondo lo stesso studio, valevano 60 miliardi i titoli in portafoglio poi regolarizzati con lo scudo. Aggiungendo le altre tipologie di ricchezza (denaro contante, depositi in conto corrente, immobili) che si possono desumere dalla composizione dei 97 miliardi di euro rientrati con l’ultimo scudo, si arriva a stimare le attività non dichiarate in una forchetta tra 157 e 197 miliardi di euro. Una fotografia delle ricchezze all’estero che sono invece già in regola con il Fisco arriva dalle statistiche del Dipartimento delle Finanze. Il dato più aggiornato riguarda le dichiarazioni dei redditi 2012, riferite ai redditi 2011, e parlano di un “tesoretto” di appena 35 miliardi. ( dato ufficiale desunto dalle dichiarazioni dei redditi ) È una somma che riguarda gli investimenti all’estero, monitorati tramite il quadro RW, e i beni mobili e immobili oltre confine indicati dai contribuenti nel quadro RM delle dichiarazioni per il pagamento dell’Ivie (imposta sul valore degli immobili situati all’estero) e dell’Ivafe (imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero). I conti correnti e depositi esteri valgono 3,6 miliardi e sono stati dichiarati da 42.966 contribuenti. Le attività finanziarie estere valgono 12,8 miliardi. Sono più di 103mila, poi, i contribuenti che hanno denunciato al Fisco di avere una casa, un appartamento o un terreno all’estero. Il valore totale del patrimonio immobiliare degli italiani all’estero è di 17,2 miliardi (mediamente il valore degli immobili si attesta sui 166mila euro).

 

Link al volume della Banca d’Italia : Questioni di economia e finanza Luglio 2011 n. 97 Autori  Valerio Pellegrini e Enrico Tosti

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_97

 

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Qualche considerazione sulla tenuta della nostra bilancia dei pagamenti e sulla posizione patrimoniale sull’estero.

Qualche considerazione sulla tenuta della nostra bilancia dei pagamenti e sulla posizione patrimoniale sull’estero.

 

E’ appena uscito il supplemento al bollettino statistico degli indicatori monetari e finanziari della Banca d’Italia. Il periodo sotto osservazione è l’anno: dodici mesi, da novembre 2012 a novembre 2013.

Non è fuor di luogo di tanto in tanto far conoscere  ai cittadini , e possibilmente commentarli,   alcuni dei dati positivi della economia nazionale ed internazionale , non certo per generare facili ottimismi ma solo per lumeggiare alcuni punti di forza del nostro paese  da valorizzare , aiutando a far crescere le imprese che producono i  buoni risultati che contribuiscono ad aiutare la nostra fragile economia.

Lavorare sui punti di forza costituisce una della indicazioni antiche ma sempre valide ed attuali che , tra l’altro,  sentiamo ripeterci  dalle società di consulenza strategica non solo per agire con più efficacia e nei tempi brevi ma anche con l’obiettivo di non disperdere le energie.

Il risultato virtuoso di tali iniziative può, talvolta, anche contribuire ad aprire la riflessione sui punti di debolezza per i quali occorrono, invece, azioni più strutturate e di lungo periodo comportanti impegni di risorse economiche, finanziare e di lavoro più robusti.

E veniamo ai dati rassegnati sul volume numero 6 del 28 Gennaio 2014.

Il risultato dei dodici mesi a Novembre 2013 della bilancia dei pagamenti è di un + 12,9 miliardi (  contro un – 7,8 del 2012 ), dato che nasce da un più 35,7 miliardi di surplus delle merci rispetto ad un – 25,3 miliardi per redditi e trasferimenti usciti. In altre parole mentre la bilancia commerciale ci dà un interessante risultato di 35,7 miliardi  , ascrivibile quasi tutto alle aziende manufatturiere ( bassa è l’incidenza dei servizi pure in avanzo di 1,3 miliardi ) i residenti, al contrario, continuano a trasferire all’esterno risorse finanziarie in termini di redditi ed altro per 25,3 miliardi.

Il conto commerciale dà il segno della vitalità del nostro sistema  , nonostante tutte le criticità note , vitalità confermate dagli indicatori di competitività di cui in appresso; il dato di natura finanziaria attinente il conto degli “investimenti diretti e degli investimenti di portafoglio” si presenta di contro con un deludente segno meno per un valore di -14,9 miliardi. Anche le riserve ufficiali si abbassano di 1,5 miliardi circa.

 

Le transazioni che riguardano titoli azionari ed obbligazionari vedono acquisti dei nostri residenti all’estero per 5 miliardi ed acquisti dei non residenti sul sito patrio per 40 miliardi , con un saldo positivo di 34 miliardi in entrata ( dato molto interessante, perchè segna l’ apprezzamento degli altri mercati verso il valore delle nostre aziende, che si esprime sia con acquisti di quote azionarie che di obbligazioni  ) annullato dal dato negativo di 33 miliardi costituito dall’accensione di crediti commerciali, prestiti, depositi ed altre transazioni.

In sintesi i due dati positivi sono costituiti dall’afflusso di risorse per la bilancia commerciale per 35,7 miliardi e dall’afflusso di risorse per investimenti pari a 40 miliardi , entrambi annullati dal movimento negativo di redditi e trasferimenti, nel primo caso, e dall’accensione di prestiti commerciali, prestiti in genere , depositi ed altre transazioni nel secondo caso. Su quest’ultimo ha certamente pesato la restrizione del credito da parte delle banche italiane.

L’indicatore di competitività con base 100 al 1999 eretto per misurare il settore pone in buona luce l’Italia  (Anno 2013) 102,8  (Anno 2010) ex 102,6,  rispetto a Germania 93,4 ( ex 94,4), Stati Uniti 99.6 ( ex 96,4), Giappone 72,6 ( ex 88,8 ), Francia 96,1 (ex  96), Spagna 113,2 (ex 111 ) Paesi Bassi 121,9 ( ex115,2), Belgio 115,2 ( ex 112,8), Cina 94,6 (ex 91,8), Brasile 191,9 ( ex 208,7), Corea del Sud 99,2 ( ex 91,5 ), Turchia 125,7 ( ex139,9 ) Polonia 102,1 ( ex 103,3 ).

Leggendo i dati, nel loro dispiegarsi temporale e nel confronto con gli altri paesi in rassegna, la situazione sembra mantenersi in equilibrio sostanziale.

 

LA POSIZIONE PATRIMONIALE ed il RAPPORTO CON IL DEBITO PUBBLICO

 

Il dato costituito dalla differenza tra le attività e le passività nostre verso il resto del mondo da un lato può consolarci, giacchè vede crescere gli strumenti del debito pubblico nelle mani dei non residenti, passati dai 643 miliardi del secondo semestre 2012 ai 700 del terzo trimestre 2013, ( segno di una confermata fiducia verso di il sistema Italia che non esclude la liquidabilità al primo stormir di fronda ) dall’altro lato deve preoccuparci .

Infatti al dato complessivo patrimoniale di 2.357 miliardi di Euri di passività corrisponde un dato complessivo dell’attivo di soli 1.907 miliardi ed una conseguente posizione netta debitoria di – 450 miliardi, cresciuta di ben 78 miliardi  dagli ex 382 a settembre 2012 .

In altri termini se in linea teorica si dovesse realizzare la liquidazione dell’azienda Italia tra attivo e passivo faremmo registrare un deficit di 450 miliardi.

CONCLUSIONI

Questi dati dovrebbero indurre a rigorose riflessioni sulla gracilità del nostro sistema; esso  è  esposto, sotto gli occhi di tutti e non solo di noi italiani ( tutto il mondo lo sa e tutti i mercati non lo ignorano ) , alla turbolenze finanziarie ed economiche ed agli orientamenti degli investitori che, come detto sopra, detengono ben 700 miliardi di quei titoli del macigno che opprime la nostra economia e la nostra collettività frutto della spensierata gestione della nostra cosa pubblica di un ventennio.

Il collante che può sostenerci è dato solo dalla fiducia e dal valore che riusciamo a creare come paese giorno per giorno in attesa di soluzioni serie che tardano ad arrivare.

Per dare qualche ulteriore indicazione di riflessione ai benpensanti, il cui numero sembra ridursi sempre di più ascoltando i talk show, leggendo i giornali ed assistendo al teatrino della politica, non è inopportuno ricordare  a tutti noi per le cose innanzi dette ( bilancia commerciale, finanziaria, deficit patrimoniale ) che nel 2014 verranno a scadenza 141 miliardi di BOT, 108,2 di BTP 81 miliardi di CCT e 2,5 miliardi di altri titoli. . Il tutto per un totale di 333,7 miliardi.

Il tasso dei BTP in scadenza va dal 2,15 dei titoli emissione 2003 al 6 % dei titoli emissione novembre 2011, mese ed anno del fatidico Crash politico che portò alle dimissioni del Governo Berlusconi.  A bon entendeur peu de mots.

 

Weblografia con il bollettino della Banca d’Italia e con i link al Mef per la lettura del debito pubblico.

 

http://www.bancaditalia.it/statistiche/rapp_estero/pimebp/2013/sb68_13/suppl_68_13.pdf

http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html

http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/composizione_titoli_stato/Composizione_dei_Titoli_di_Stato_in_Circolazione_al_31-12-2013.pdf

http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/scadenze_titoli_suddivise_per_anno/Scadenze_Titoli_di_Stato_suddivise_per_anno_xaggiornamento_al_31.12.2013x.pdf

 

 

 

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Un commento a caldo, subito dopo le prescrizioni BCE di due anni fa, pubblicato a posteriori.

CIRCOLAZIONE e VITA RESIDUA DEL DEBITO PUBBLICO AL 30 settembre 2011. Fonte MEF Dipartimento TESORO

Al 30 sett 2011 BOT  BTP CCT CTZ

2011

201,6

87,78

30,05

37,3

356,73

pil nel Mildi € debito %

2012

92,7

121,6

25,8

46,2

286,3

2007

1546

1602

103,6

2013

117,8

14,3

16,9

149

2010

1548

1843

119,8

2014

84,9

26,6

111,5

2015

101,8

16,97

118,77

con un tasso di   crescita al 2% sarebbe stato on ogni caso cosi:

2016

50,85

14,8

65,65

nel 2010 1639

1843

112,4

2017

62,19

8,05

70,24

2018

47,9

9,8

57,7

2019

85,7

85,7

2020

67,9

67,9

Fonte: Ministero   dell’Economia e delle Finanze –

2021

83,35

83,35

notifica del   deficit pubblico inviato alla Commissione Europea ex Reg CE 3605/93

2022

3,8

3,8

2023

52,29

52,29

2024

0,66

0,66

2025

19,2

19,2

2026

28,4

28,4

2027

26,03

26,03

2029

27,4

27,4

2031

29,8

29,8

2033

15,45

15,45

2034

21,4

21,4

2035

15,6

15,6

2037

24,8

24,8

2039

18,7

18,7

2040

20,01

20,01

2041

6,7

6,7

294,3

1222

146,37

100,4

1763,1

Ci stiamo lamentando un po’ tutti per le prescrizioni che sono venute dall’Europa per risanare il nostro squilibrio finanziario che è arrivato a livelli assurdi: debito al 119% del PIL ; ci siamo sentiti offesi, lesi nella dignità , nel sentimento di nazione, mortificati per l’atteggiamento tutoriale delle due nazioni, Francia e Germania che hanno irriso il Presidente del Consiglio, e che ci ha messo alla corda per condurci sulla dritta strada. Era ora!

Gli italiani che sono caratterialmente votati all’ascolto della buona musica, che prediligono le fiction e le trasmissioni ove si fa chiasso e si animano dibattiti,  non sono molto sensibili ed attenti alla lettura dei grigi e severi numeri , specie quando essi esprimono valori dell’economia. Conoscono bene le statistiche calcistiche , sono edotti in tanti settori, ma rifuggono dall’approfondire i rudimenti della matematica , tanto più quando essa ha attinenza con la moneta e la finanza.

Senza andare troppo lontano nel tempo , utilizzando i dati disponibili sul sito del Tesoro messi li per tutti( Link  Dipartimento del Tesoro – Scadenze Titoli Suddivise per Anno ), con la loro semplicistica rappresentazione si può avere la sensazione del baratro nel quale ci stavamo dirigendo ( speriamo di esserci fermati seriamente ) a dispetto della pur encomiabile ma altrettanto antipatica azione del Ministro Tremonti che sa di dover fare il cerbero; non sa invece di dover sistematicamente comunicare agli italiani il grado di pericolosità al quale siamo stati portati. Forse per non scontentare l’elettorato, il suo mentore ed anche per accontentare tutti e per sottacere la circostanza di  aver fatto degenerare la spesa pubblica oltre ogni limite. [1]

Come si sia potuto far vivere nella tranquillità i cittadini e far sapere loro che va tutto bene è poi è altra cosa; appartiene al senso di responsabilità o di irresponsabilità che dovrebbe qualificare l’operato del buon padre di famiglia.

Per dare i driver della nostra situazione è sufficiente leggere quattro numeri delle tabelle: nel 2007 il pil è stato di € miliardi  1547 nel 2010 è stato di € miliardi 1548. Crescita zero. Nello stesso periodo il debito pubblico è passato invece dalla modica cifra di € miliardi 1602 a € miliardi 1843, con un delta che fa venire i brividi solo a dirlo e cioè più € 243 miliardi in soli quattro anni , con un overflow di circa 60 miliardi all’anno ed una spinta tendenziale da voragine.[2]

In altra sede andremo ad analizzare le ragioni di questa follia gestionale e ad individuare anche le fonti di spesa, che avranno pur avuto ragioni economiche e politiche, ma che lasciano intendere come anche Tremonti, che ha fatto il duro e che ora si è arroccato sull’intransigenza più assoluta, avrebbe dovuto strillare al mondo intero la degenerazione dei  fondamentali del bilancio dello Stato e/o dimettersi platealmente per richiamare l’attenzione di tutti se aveva capito cosa ci aspettava. Si può anche opinare che era in buona federe e che non lo avesse capito.In un solo caso poteva essere giustificato: se quelle somme fossero state destinate ad investimenti sani con ritorni certi per l’economia e non anche in spesa corrente.Naturalmente la situazione non piace a tanti: non piace ai sindacati, alle lobby , alle corporazioni, non piace neppure a chi pratica la politica del nimby, ma è davvero prossima all’implosione se non si provvede. La terza camera ,” il salotto di Vespa”, che ci fa edotti su tanti argomenti, di tanti omicidi, di indagini di costume che gli Italiani seguono con attenzione assidua,  sacrificando un po’ di audience, avrebbe fatto cosa gradita all’OCSE che lamenta il basso tasso di conoscenza e di informazione della cittadinanza sulle dinamiche finanziarie e dell’economia, se, utilizzando Giannino ed altri comunicatori, avesse anche preparato due tavole con i numeri che contano e, senza mettere la mano benevola sulla spalla dei suoi ospiti, li avesse invitati alla ragione ed avesse  loro detto  “cosa aspettate”? Il crack ?Meno male che lo Stato Italiano non ha speso, come invece è successo a Francia, Germania e Inghilterra che si sono svenate , una lira melius un euro per sostenere le banche durante la crisi del 2008; chè, anzi, sono state le banche a fare da cassa di compensazione per tutti i write off ( le cancellazioni dei crediti per perdite ) di non poche aziende italiane che hanno presentato i libri in tribunale.Un esempio per tutti , recente : gli ospedali San Raffaele di  Milano di Don Verzè , il prete finanziere d’assalto, cui va il merito di aver creato un polo salutistico di eccellenza ma anche il demerito di operazioni che nulla avevano di etico e di religioso, richiederanno un ulteriore  sacrificio per le banche di parecchi milioni.Ed ancora sempre per dire bene delle nostre banche va segnalato che esse non hanno rimpinguato i portafogli di titoli Greci e Portoghesi a tassi elevati per far quadrare il conto economico ,come hanno fatto Parigi e Berlino a spese della Grecia; pertanto, non soffriranno per la riduzione del debito Greco al 50% misura resa necessaria per il salvataggio.[3]E i “Grechi” come dice una illetterata onorevole smettano di scioperare; ricomincino a fare sul serio prima che qualche golpe li rimetta nel barrèe. Questo vale e varrà anche per noi per le cose che si dirà in proseguo.Tremonti all’epoca nel 2008, con le banche, ci ha provato per far entrare lo Stato in quel capitale ; per fortuna l’operazione non gli è riuscita. Grazie banche; oggi forse il debito pubblico avrebbe avuto altri compagni di cordata.E concludo.Il piano di attività presentato  dal Governo Berlusconi alla Ue costituisce in tempi di crisi la somma di iniziative cui qualsiasi impresa che voglia rimanere sul mercato è costretta a guardare , pena la sua espulsione ; ha tempi medio lunghi ed effetti che si spalmano anch’essi nel tempo medio lungo.Occorre ben altro ; qualcosa di più di una  patrimoniale. Occorre anche una iniziativa emblematica e forte che elimini, con ogni consentita urgenza, almeno una parte del debito senza la quale, come si evince dal piano delle scadenze più prossime dei titoli di Stato ( 2012 e 2013), non si annulla il rischio di default visto che tutti i Fondi che lavorano sulla piazza di Milano e molti operatori “hedge found”, istituzionali e non, si sono alleggeriti di buona parte del portafoglio investito in nostri titoli negoziandoli nei dark pool ( pozzi neri) per non farsi identificare e per sottrarre le informazioni al mercato, nel durante, relativamente ai prezzi ed alle quantità.Quindi è certo che non saranno più compratori. L’alleggerimento è stato di circa 300 miliardi ; ad esso non sono state estranee le consorelle bancarie di Francia, Germania ed Inghilterra, che, pur dopo le operazioni di riduzione del rischio Italia, saranno comunque abbisognevoli di significativi aumenti di capitale. E questo la dice lunga sul clima di sospetto e di solidarietà. Peccato che le banche e Banca d’Italia non siano in grado di far sapere, con una  settorizzazione  spinta dei dati, quanta parte del debito è in mani improvvide. Ciò è la conseguenza dei molti mercati paralleli a quelli ufficiali.Una raccomandazione agli investitori nazionali per la difesa della italianità: liberatevi di tutti i bond acquistati per esterofilia. Se ciò avvenisse e fosse possibile non avremmo bisogno di nessuno. La ricchezza complessiva della nostra nazione come emersa dal report mondiale recente di Credit Suisse è sufficiente ed adeguata quanto basta. Se ciò accadesse la nottata rappresentata dal 2012 e dal 2013 passerebbe come dice Eduardo senza pene.Nel frattempo è augurabile e si spera che l’Italia ritrovi il buon senso e, se non lo ritrova, ci si augura che tutti provvedimenti necessari, quelli del piano del Governo presentato all’Europa, vengano assunti a dispetto di tutte lamentele, proprio tutte, purchè le risorse reimmesse in circolo vadano verso i giovani e le sole imprese meritevoli: quelle che costruiscono ed aggiungono valore. Ai sacrifici occorre prepararsi per il patto di solidarietà con le nuove generazioni.  Non possiamo farne a meno.

Continua perché subito dopo è successo di più.

Il pezzo è stato scritto all’indomani delle prescrizioni di Monaco , cioè più di due anni fa e non venne pubblicato da un giornale che fu destinatario dello scritto. Ora capisco anche il perchè. Richiede aggiornamenti alla luce di quanto è successo nel biennio e del nuovo che è successo in Europa.  Ci facciano il piacere quelli che non sanno leggere i numeri di evitare di continuare a fare promesse a parole. Ora è il momento della serietà e delle decisioni che contano: si va anche a votare e lo spettacolo al quale ci stiamo preparando della rincorsa di tanti schieramenti certamente non fa bene all’Italia , giacchè si da l’idea che non ci siano poi formazioni in grado di assumere una visione responsabile globale nella governance del nostro sistema. Due costole dall’Idv, due, tre o anche più dal Pdl , il movimento arancione, etc etc ognuna portatrice di istanze pur importanti ma specifiche e particolari rompono il quadro d’insieme e soprattutto ci fanno fare un salto indietro di anni. Forse anche per questo motivo non si è fatta la riforma elettorale che mette dei paletti e degli sbarramenti. Ma chissà che gli Italiani questa volta non abbiano capito dove cosa occorre fare.

 ( federico d’aniello pubblicista 111525)


[1] Ora a distanza di poche settimane, dopo gli approfondimenti fatti, ho maturato una diversa convinzione, ancora più dura. Siamo stati governati da un ragioniere che conosce bene i dati della contabilità ma non conosceva affatto né l’economia delle aziende né la macroeconomia e che non conosce ancor di più la finanza che ha solo demonizzato e criticato ma di cui non immagina e preconizza eventi ed evoluzioni. Ma si è mai messo sott’occhio i dati finanziari per capire in quali mani stavano i nostri titoli e su quale grado di affidabilità poteva contare ?

[2] Ho ora organizzato altri dati che danno una visione più complessiva delle evoluzioni storiche e che diverranno il contenuto di altri approfondimenti.

[3] E in ogni caso vengono bastonate da tutti perché non sono state prone nella gestione della finanza cattiva e sono state invece solo nazionaliste nel sostenere la politica del governo con l’acquisizione in portafoglio di titoli del debito pubblico.

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