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Una storia piccola piccola , ma densa di significato

In occasione della  visita al nostro Club Rotary Castel dell’Ovo del direttore del Museo di Paestum, l’archeologo Zuchtriegel  presente nella conviviale serale per il  premio attribuitogli del “Magna Grecia Fellowship  Rotarian”, mi sono permesso di ricordargli ,accostandomi al suo tavolo, la storia della fiaccola portata da un gruppo di giovani nel corso della manifestazione delle Olimpiadi del 1960 fin sotto il tempio più importante del sito del Parco Archeologico di Paestum: il tempio di Poseidone.

Evento passato nel ricordo, dimenticato, e non noto ai giovani, ma ripreso qualche anno dal giornalista e storico della nostra cittadina Agropoli , Ernesto Apicella, perchè venisse rimesso nel circuito delle informazioni  anche per quanti oggi continuano a praticare lo sport della corsa.

L’editore  Apicella con le immagini, con oltre 50 pubblicazioni al suo attivo, sta ricostruendo la vera storia e la crescita del borgo Cilentano dai primi del 900, borgo al quale mio cognato dedicò la poesia omonima, testo struggente presente nelle pagine di questo blog.

Non è, quindi, un caso che ad Agropoli si svolga una delle più importanti manifestazioni nazionali di maratona alla quale partecipano più di mille atleti ogni anno.

E siccome in maniera un pò autocelebrativa ho ricordato la mia presenza nel cimento del 1960, in quella corsa che mi consenti di consegnare la FIACCOLA al terzultimo tedoforo, Gerardo di Pasquale, che la porse al mio compagno di scuola GAETANO DI NARDO, divenuto poi il professore di educazione fisica di quel nostro splendido Liceo,  ho raccolto dalla rete, nei siti che ne parlano, alcune immagini selezionate per lo scopo a riprova del mio dire.

Quanto avevo detto coram populo nella sala gremita della Conviviale Rotariana del 9 luglio, le cui immagini sono sul sito che curo da circa 10 anni e di cui allego qui di seguito anche il link, poteva aver generato curiosità ed incredulità. Il 1960 è un anno lontano non familiare alle nuove generazioni anche a quelle rotariane.

Su questo Blog ho postato anche il libro annuario della ricorrenza del cinquantenario della istituzione 1944/1994 del Liceo, libro non a caso curata proprio dal mio amico Gaetano Di Nardo il penultimo tedoforo della corsa, finita all’incirca

Una piccola storia di cui vado fiero ed orgoglioso perchè nei miei ricordi c’è l’emozione della fiamma che ardeva, la grande Kermesse serale nei templi e la piccola grande avventura sportiva del Liceo “a nome Dante Alighieri”  che ora non esiste più.

Il liceo è divenuto, infatti, solo una risicata sezione del Liceo Scientifico di nome “Gatto”, contro cui non ho nulla, cioè contro Gatto; la circostanza mi amareggia non poco e  mi fa pubblicamente dichiarare il rincrescimento per quanti hanno consentito lo svilimento di un centro di cultura e di storia della città.

Se andate sul libro Annuario troverete nomi di tanti valenti professionisti che hanno legato il loro nome al paese, ed al territorio, onorandolo, mentre di Gatto e del scientifico forse in futuro potrebbe non essere ricordato alcunchè ( apro una dolorosa parentesi: in occasione di un contatto con il preside del momento per riportare alla luce il libro del mio liceo quel manager scolastico non sapeva di cosa parlassi e forse non sapeva tante altre cose. Mi fermo qui.)

Un oltraggio alla Cultura ed ai valori umanistici, a quei valori ripresi in grande sintesi nel bel libro di Nuccio Ordine ” l’Utilità dell’inutile “, che rappresentano la sconfitta del momento nel contesto di una società che sembra voglia prescinderne e che poi finisce per scoprire durante una storia recente , quella del più importante e capace uomo di azienda e di impresa che sia passato in Italia cioè di Marchionne , che il patrimonio di conoscenza che lo aveva formato affondava negli studi di filosofia.

Non sarà un caso che valori umanistici, sport ( olimpiadi ), musica , letteratura, siano il patrimonio genetico dei popoli che contano e o di quelli che hanno insegnato qualcosa.

In quel libro del mio liceo , ventiquattro anni prima dell’avvento della rete,  e cioè nel 1994, ricordavo a tutti i giovani che le conoscenze tecniche e quelle dell’economia non possono fare a meno dei contenuti dell’uomo sapiens: seguono e non precedono i valori che purtroppo una grande massa di cittadini incolpevolmente e buona parte della intellighentia industriale, colpevolmente, considerano inutili.

link alla visita del direttore Zuchtriegel , musicista , archeologo e tante altre cose insieme buone per il rilancio della cultura, del nostro grande sito di  Paestum

https://www.rotarynapolicasteldellovo.it/media-gallery/?album=179&gallery=188

 

 

Il link alle immagini della FIACCOLA e della storia piccola piccola

 

la fiaccola

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Sempre in tema di tasse e di pensioni

Ho ripreso un pezzo scritto nel 2014 quando in una altra fase temporale  ( anno 2014) si accese il dibattito sul tema del retributivo e contributivo, tema sul quale poco sanno tutti gli italiani e che potrebbero, volendo, approfondire vista la imponente e storica documentazione che si può studiare sul sito sotto segnato ; e, vista la imponente massa di dati messa a disposizione dall’Osservatorio curato da un tal Brambilla, non uno qualunque, ma uno studioso della materia già a capo di un gruppo che per il passato esercitava il controllo per conto del Ministero competente, sino a quando è stata in piedi la funzione poi chiusa non si sa perché, non sarebbe male che anche gli opinionisti e la stampa seria ne facessero un uso serio per separare loglio dal grano. Cioè le tentazioni populistiche in materia dal rispetto di diritti di civiltà basati sulla certezze che devono accompagnare quanti nella vita hanno lavorato con impegno e responsabilità ed osservanza dei doveri civici consapevoli del ruolo ma anche del futuro che li avrebbe accompagnati nell’età della quiescenza.

Brambilla per non essere uno qualunque oggi, guarda caso,  ha anche la fortuna di essere un membro del Parlamento assiso nella maggioranza di governo;  continua ad essere Presidente del citato Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali le cui pubblicazioni di anno in anno ho saccheggiato per i miei approfondimenti, perché in un momento della vita lavorativa mi sono imbattuto sulle tematiche previdenziali sia quale responsabile di Bilanci tosti in aziende, in aziende complesse con il problema dei fondi di previdenza e con le esigenze di riequilibrio , ed anche quale capo funzionale di tutta la disciplina operativa del trattamento retributivo e previdenziale dei dipendenti in servizio ed in quiescenza della mia azienda. Quella gestionale e di governance era in capo al servizio personale.

Qualcosa come 18mila teste tra dipendenti in servizio e in quiescenza.

E non in una azienda, ma in ben tre aziende che gli amici faranno presto ad individuare.

Non ho quindi solo annusato l’argomento, ma per ragioni di ruolo l’ho dovuto sceverare e ne ho dovuto guardare tutti gli aspetti persino quelli di confronto e parallelismo tra il sistema retributivo e quello contributivo.

In uno degli studi del Brambilla c’è una seria discussione sul parallelismo ai fini dell’equilibrio dei rendimenti basati nell’uno sulla aliquota del 2% in ragione dei quarantanni di lavoro e nell’altro sull’indice di rivalutazione dei contributi versati che sono soggetti come è noto alle variabili dei tassi di rendimento rapportati alla dinamica della inflazione.

E siccome negli ultimi anni, diciamo negli ultimi 15 anni, ci sono stati fenomeni imponderabili ed incontrollabili, sotto tutti i punti di vista, ne è derivato in conseguenza uno squilibrio difficilmente governabile soprattutto perché come è noto, pantalone, e cioè lo Stato e cioè l’Inps, è l’unico pilastro in un paese strano.

Paese che ha una ricchezza privata additata da tutti i paesi d’Europa e non europei non come una risorsa ordinaria frutto di un sistema altamente produttivo ed efficiente ma  in gran parte figlia di anomalie di sistema ( evasioni, corruzioni ,rendite etc etc ) , e di converso ha un sistema pensionistico ad una sola gamba che si regge su principi generali di Welfare, quelli dello stato, perché quella privata, l’altra faccia del problema, è miserevolmente tra le ultime in termini di risorse su cui contare.

Si c’è tanta ricchezza privata ma solo un piccolo pezzo di quegli 8500 miliardi che riguardano gli asset della stessa,  e cioè circa 120/130 miliardi, costituisce la seconda gamba finalizzata alla previdenza.

All’incirca 120/130 miliardi dei fondi privati che non riescono a decollare.

In altro momento metterò a disposizione dei lettori su questo Blog tutti i dati dei paesi dell’OCSE e dei diversi sistemi.

Ritornando allo scritto  del 2014, qui allegato in pdf , l’ho in parte rivisto per attualizzarlo; continuo a condividerne, nonostante tutto l’impianto basato su due principi fondativi: un riequilibrio delle esigenze finanziarie dello Stato non può non passare per la strada da anni indicata da FMI, OCSE, Banca di Italia e cioè da una tassazione aggiuntiva, anche straordinaria, sui patrimoni allineata a quella degli altri paesi Europei che immetta risorse per tentare di incidere sul debito pubblico in maniera seria e determinata.

E non può soprattutto non passare poi per l’unica via maestra, cioè per  quella della lotta alla evasione.

Le altre soluzioni, tra cui quelle della strada delle pensioni pure da riordinare pro futuro, vanno a sollevare problematiche che scavano su un terreno minato fatto dalle tante anomalie che si sono stratificate in un passato in cui la governance pubblica ha fatto sconquassi che il pezzo prova a segnalare in maniera semplicistica ma che possono essere approfondite con la lettura di tutti i documenti disponibili sul sito richiamato.

Mi rendo conto di essermi dilungato ma forse vale la pena di leggere il pezzo qui allegato scritto nel 2014, nel mese di ottobre quando si discettava sul terzo intervento relativo al contributo di solidarietà.

 

http://www.itinerariprevidenziali.it/site/home/centro-studi.html

il tema delle pensioni d’oro.docx versione data 29 giugno 2018

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perchè riprendere a scrivere

Ho deciso che non si può abbandonare un percorso avviato, una idea che mi arrovella da sempre.

Come fare per trasferire agli altri le sensazioni, le riflessioni, le argomentazioni, le conclusioni alle quali di giorno in giorno arrivi attraverso tutte le antenne della vista, dell’udito, dell’intelletto, della ragione antenne con le quali sei alla ricerca di strade di buon senso che vorresti appartenessero alla società nella quale vivi, di cui sei parte. Società che vorresti migliorare,  ma di cui cerchi di apprezzare il buono che vedi e le tante pregevoli iniziative di cui sei quotidiamente testimone.

E se doveva essere questa la giornata per riprendere , perchè costretto dalla scadenza del dominio per il quale ho ricevuto l’avviso per il rinnovo, dico si è stata quella giusta. Ed è stata quella giusta perchè è coincisa con l’acquisto dell’ennesimo libro: un libricino sull’Europa che mi ha fatto riflettere e che mi ha indotto a pensare sul fatto che non posso disperdere un patrimonio di informazioni intorno al quale ho lavorato da anni sempre con l’idea di poterne fare un uso più che normale. Cioè metterlo a disposizione degli altri. Ma non lo fanno già i media , i giornali, le televisioni. Non è proprio cosi. Perchè chi non appartiene al mondo strumentale della comunicazione e lo fa per diletto e per studio e o per passione può riuscire a rendere spontanea la comprensione dei dati e degli eventi.

Ed è cosi che si può riusciere a contribuire ad aiutare la società.

Da domani penso di ripopolare il Blog e di non farlo cadere nel dimenticatoio

Napoli li 17 giugno 2018

 

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Il debito pubblico nel mondo e quello italiano.

Qualche nota sul Debito Pubblico di tutti ma soprattutto sul nostro.

I numeri dell’allegato ( esame del debito nel mondo ) sono il risultato dell’indagine  sul debito nel Mondo, in Europa e in Italia,  dell’Istituto for International Finance,  letti e ripresi da Milano Finanza. C’è un approfondimento sul debito pubblico nostro che, come è noto,  dopo quello americano e cinese è  il terzo debito del Mondo, con una particolarità: il cinese è solo per il 6,3% nelle mani di terzi, mentre quello americano è per il 23% nelle mani terze ma soprattutto nelle mani della Cina. Il nostro, invece, è nelle mani dei fondi di terze parti per il 32% circa. Il resto, quasi il 70%, è nelle mani interne; poco nelle mani dei risparmiatori privati  , molto nelle mani di banche,assicurazioni e dei fondi di previdenza privati. Questo gli italiani lo sanno?  Cosa significherà  in termini di bilancio in caso di aumento dei tassi ? è  meglio non dirlo e non farlo sapere in giro.

A giugno è di 2281. Ha prodotto oneri per interessi pari al 41,9% del pil nei 10 anni -dal 2007 al 2017 -( 660 miliardi con una media di 66 miliardi all’anno ) più del doppio della Germania che è al 20,7% , della Francia al 21,9%, della GranBretagna che è al 23,2%. Sono state destinate agli interessi  risorse pari al 14,1%  del saldo primario, contro il 12% della Germania, Francia, Usasa e Regno Unito che in ogni caso hanno avuto un saldo primario negativo. 

Nel 2018 occorrerà collocare 236 miliardi ( nell’anno 2017 sono stati 163 miliardi ). Nei prossimi cinque anni mille miliardi.

Un rialzo dei tassi si ripercuoterebbe come una bomba, innescata da una miccia esplosiva, sui nostri interessi che hanno avuto la dinamica di cui sopra di 66 miliardi di media all’anno. [1]

Riprendo il passo dal giornale finanziario: “Andreotti diceva che a furia di voltar pagina il libro finisce “.

Infatti prima o poi tutto finisce, la pazienza degli investitori stranieri che hanno in mani loro 717 miliardi circa di titoli di stato ed il QE , anch’esso destinato a finire. D’altro canto che in Europa ci sia una preoccupazione infinita per il nostro debito pubblico è indubitato e che ci sia una azione concentrica degli Eurocrati lo è altrettanto. Per l’instabilità politica e l’incertezza  delle elezioni 2018 è altrettanto indubbio cbe essa sia ancora più forte.

I segnali ? La Vigilanza della BCE  sulle banche diventa sempre più stringente, il programma di valorizzazione dei titoli di Stato nei bilanci delle istituzioni finanziarie tutte, che è il nostro caso, è sempre dietro l’angolo, il progetto sulla gestione degli NPL della francese Nouy capo del supervisory bord della Bce che per il momento è solo slittato, gli interventi continui del Vice presidente della Commissione Europea sul nostro bilancio  che turbano i pensieri di Padoan e poi il non più tanto nascosto indirizzo ed assedio di Eurotower con il previo bail- in sui depositi delle banche da bloccare in fase cautelativa danno l’idea della manovra che interessa per lo più su tutte le tematiche il nostro paese.

Qualcuno dirà ? ma solo di questo si devono preoccupare in Europa e non di altro ? cioè non della virata a destra degli orientamenti politici che minaccia proprio l’Europa? Certo anche di questo: ma solo nel tempo.

Ora la scadenza più vicina è data dalle elezioni del 2018.

Ma di tutto questo gli Italiani, quelli del più 35/40% che non vanno a votare, non si debbono preoccupare?

Dell’Italia non si preoccupano e sembra che la nave non sia loro.

Prendo a prestito un passo di Piero Calamandrei,  che penso tutti conoscano, del libro lo “Stato Siamo Noi “.“ La politica è una brutta cosa” si dice “ che me ne importa della politica” : quando sento fare questo discorso, egli scrive , mi viene in mente quella vecchia storiella che qualcuno conoscerà di quei due emigranti , due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una burrasca con delle onde altissime Il piroscafo oscillava. Ed allora il contadino impaurito domanda al marinaio:ma siamo in pericolo? E questo dice: se continua questo mare il bastimento fra mezz’ora affonda. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice : Beppe, Beppe, Beppe se continua questo mare il bastimento affonda. L’altro gli risponde: che me ne importa tanto il bastimento non è mio. Questa è l’indifferenza alla politica.

 Se affonda, affonda non solo per i proprietari, ma anche per tutti i trasportati.

 

 

[1] C’è  un altro pezzo sul blog dedicato alla formazione del debito pubblico, il primo scritto in occasione dell’avvio del blog.

 esame del debito nel mondo

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la memoria corta degli italiani

Di tanto in tanto vale la pena di ricordare un pò di dati , di occasioni, di eventi che non mi pare siano un punto forte non tanto degli uomini comuni ma soprattutto dei politici; di quelli che raccontano la storia a modo loro, di quelli che vogliono far passare idee che non corrispondono ai fatti rimestando e facendo cosi una violenza soprattutto al buon senso ed alla credulità della brava gente che tante notizie non ha e che non dispone di tanta cultura specifica per capire. Ma quel che è strano, ma tanto strano non è , è il silenzio di chi dovrebbe contraddire perchè pagato proprio per fare questo e non dico proprio contraddire ma almeno fare chiarezza.

E dopo aver ascoltato ieri alcune considerazioni sull’Euro mi son detto che forse valeva la pena di recuperare un po di dati e di notizie per offrirle alla lettura dei cittadini

.La memoria corta deglli italiani

La memoria corta degli italiani.

 

Ho inserito nel report che si apre cliccando sul titolo  ( La memoria corta deglli italiani  ) qualche dato che ricorda le ragioni per le quali dopo anni di ECU, di SME, di bande di oscillazione fu inevitabile la Unione Monetaria come prima tappa della nuova Europa immaginata da Altieri Spinelli.

Era certamente la prima tappa; quella che doveva spingere verso le altre superando gli egoismi delle diverse realtà nella consapevolezza che solo un assetto armonico ed ordinato potesse nel tempo sostenere l’architrave tecnica affidata alla Moneta.

Questi alcuni degli eventi economici e politici che precedettero l’introduzione della moneta euro.

Nel 1993 a seguito di turbolenze monetarie nello Sme i ministri delle finanze e i presidenti delle banche centrali decidono di ampliare la banda di oscillazione a più e meno 15.%  rispetto all’ECU.

Nel 1994 ha inizio lo stadio due dell’UME. Viene istituito l’Istituto monetario europeo IME precursore della Banca centrale. All’inizio del 1997 lime presente.

Nei giorni 16 17 giugno del 1997 si svolge ad Amsterdam il vertice degli ’11 capi di Stato e di governo per definire le regole del patto di stabilità che sono quelle riprese dal trattato di Maastricht del 1991.

Solo per dovere di cronaca andrebbe ricordato che l’obiettivo temporale della data fissata per i primi anni del nuovo millennio sembrava azzardata.

Molti paesi erano bel lontani dalle soglie dei valori del trattato di Maastricht, ma rinviare sarebbe stato pregiudizievole; cosi come va anche ricordato che l’opinione pubblica di diversi paesi tra cui Germania Austria e Regno unito, Danimarca, Svezia, Irlanda era scettica se non addirittura contraria al progetto dell’unione.

In particolare in Germania l’euro non godeva di grande fiducia in ragione del fatto che l’unione comportava la rinuncia al marco moneta di grande Stabilità vista dal popolo come un simbolo di prosperità e ricostruzione.

Più del 50% dei tedeschi intervistati riteneva che l’euro avrebbe portato ad una maggiore inflazione.

La data del 1 gennaio 99 viene messa spesso in discussione ; gli argomenti principali erano quelli connessi ai criteri di convergenza considerati troppo severi. Un limitato numero di partecipanti non avrebbe tratto benefici economici dal rivivo e tra questi in particolare la Germania.

D’altro canto ,però, veniva spesso ricordato che l’unione monetaria sarebbe stata in grado di generare effetti benefici per quanto attiene il completamento del mercato unico ed avrebbe sicuramente attratto paesi per le opportunità indotte dai nuovi rapporti.

Infine protrarre ulteriormente la fase di decisione avrebbe determinato una fuga di capitali dai paesi più deboli verso i paesi più attrattivi. Noi eravamo naturalmente nel cerchio dei paesi deboli.

Si valutava poi che l’ingresso nell’UME avrebbe indotto alcuni paesi leggeri nelle gestioni della politica di bilancio a serrare le fila , per rientrare in modelli di maggiore stabilità.

Come si capiva fin dall’inizio i punti deboli del processo UME erano rappresentati dai criteri di convergenza riguardanti i deficit di bilancio e il debito pubblico dei singoli paesi; la stessa Francia e Germania avevano valori superiori nel rapporto deficit Pil ,la Francia il 4,09 e la Germania 3,8

Nel 1996 la Francia aveva il rapporto debito Pil pari al 56% la Germania a 60,7%

Per capire quale fosse il grado di criticità nel quale versava il bel paese è apparso utile recuperare i grafici dell’economia disponibili alla data del 30 settembre 96, grafici ripresi da alcuni istituti finanziari , Morgan Stanley, Deutsche Bank;  grafici ed istogrammi leggendo i quali si capisce come tanti luoghi comuni e tanti racconti favolistici utilizzati spesso e in maniera ricorrente dalla politica del “contro” siano veramente commendevoli e non veritieri se non addirittura falsi e capaci di indurre a giudizi di disvalore inopportuni.

Andrebbe spiegato al popolo, se avesse la buona sensibilità e disponibiltà  ( c’è almeno un 40  % stando ai sondaggi , tra grillini e leghisti che non sentono da un orecchio ), che stenta a capire che in quella fase la medicina per l’Italia non poteva non arrivare da vincoli esterni; una volta assunta ci avrebbe impedito di continuare nelle politiche di aggiustamento episodico e non strutturale, mentre, una volta definito il rapporto lira euro, si sarebbe potuto contare su tassi molto più contenuti visto che quelli degli anni precedenti avevano già determinato forti dissesti della finanza pubblica a cagione di un debito pubblico che si aggirava sui mille miliardi di dollari.

Anche la favola sentita ieri sera in televisione del cambio non rapportato al valore della lira, cambio che ha determinato l’impoverimento della classe media , non risponde al vero non tanto per le conseguenze e gli effetti sul potere d’acquisto interno , quanto sul dato all’ epoca esistente: al 5 giugno del 1997 il valore di mercato rispetto all’ECU era di 1915.69, a fronte di una media di 2025 negli anni 95/96.

La parità centrale dello Sme era fissata in 1906,48 ed il tasso di mercato a fine 1996 era stato di 1.896,38.

Noi abbiamo ottenuto in sede di definizione della parità lira /euro 1936,26.

Senza andare in commenti di carattere socio e economico e politico sullo situazione italiana che già nel 1992 aveva subito le conseguenze della rovinosa svalutazione della lira del 30% circa e ad altre vicende che per ragioni di sintesi si omettono, tra cui i dissesti connessi alle indagini giudiziarie di mani pulite con la liquefazione di quasi tutti i partiti, è molto meglio far parlare i numeri ed i grafici delle slide che si aprono cliccando sul titolo che contiene in parte anche lo scritto.

Queste le note a latere dei  grafici e degli istogrammi che aprirete con il click sul link di cui copra

1)Il dato assolutamente insignificante del nostro mercato azionario rispetto al PI

  1. Il tasso di cambio lira Ecu del mercato già ci vedeva vicino alla soglia di 2000 lire rispetto all’ECU
  2. L’Italia veniva da una curva di tassi che pesava sui conti pubblici in maniera drammatica, nel 93 tassi del 14% , nel 1995 tassi del 14% e nel 1997 tassi dell’8%. Cioè tassi quasi prossimi a soglie da default
  3. Nei differenziali di rendimenti dei titoli di Stato solo Spagna e Portogallo esprimono dati uguali ai nostri.
  4. Ed i rating del bel paese la dicono lunga sull’apprezzamento dei nostri indicatori.
  5. Il debito pubblico è già vicino ai mille miliardi di dollari se si pensa che solo i titoli del debito pubblico in circolazione è pari a 859 miliardi di $.
  6. Solo con il rientro nella SME e con l’impiego del paniere dell’ECU il tasso di inflazione si è portato al 4%.
  7. Il debito pubblico è già al 120% del pil , mentre il saldo di bilancio è a più del 4% secondo solo a quello della Spagna.
  8. La falcidia dell’inflazione che ci narra di un valore al 15 % nell’84 , solo con lo Sme e l’ECU si porta su misure più contenute che vanno dal 10% dell’86 al 4% del 96.
  9. L’talia è ad un meno 25% rispetto al marco nel 1992, anno del crash.
  10. Nel 1995 paga tassi di interesse del 13%, vicini a quelli del Portagallo e Spagna molto più cari di quelli degli altri paesi.
  11. Questo il report del debito pubblico del 1996 /1997 cioè di soli 10 punti in meno rispetto a quello di oggi.
  12. La Pubblica amministrazione nei precedenti anni , a partire dal aveva già costruito un debito pubblico monstre , secondo solo a quello del Belgio e della Grecia.

La Bufala sostenuta spesso nei talk show e sulla rete da parte dei politici avversi all’EURO, sul tasso di cambio , sull’Unione Monetaria non trova sempre interlocutori attenti, capaci e consapevoli ai quali non si chiede loro di esprimere un parere, una opinione, un giudizio sul sistema monetario europeo, che potrebbe essere anche diverso e non favorevole , ma solo di raccontare i dati di cui sopra, cioè la storia ; dati per i quali andrebbero spiegate ai telespettatori le conseguenze disastrose alle quali il sistema  Italia si andava esponendo e preparando.  E forse anche indicare se c’erano altre soluzioni. Il default sicuramente era alle porte e non entrare nella moneta avrebbe significato  l’isolazionismo ed il resto.

La moneta e l’Unione Europea hanno decisamente contrastato, bilanciato molte di quelle discrasie sorreggendo i paesi meno forti e deboli con la soluzione strutturale, quella della moneta, portandoli per mano  ma anche con tanti altri provvedimenti economici e politiche che non possono essere commentati in questa sede.

Varrebbe la pena di riprendere il dibattito costruito sul sole 24 da un Opinionista Economico e studioso Zingales e rileggere le conclusioni alle quali sono arrivati non pochi economisti.

Se trovo un dossier o un link lo aggiungo al pezzo per una integrazione con il testo.

 

 

 

 

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la dinamica del debito pubblico

la-dinamica-del-debito-pubblico1

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Edizione aggiornata del pezzo sull’Oneste Vivere

Nel mese di giugno dello scorso anno ho scritto alcune considerazioni sul tema dell’onestà.

Alla luce di eventi recenti che hanno messo al centro dell’agire non solo in politica, il tema dell’onestà, profilo soggettivo quest’ultimo che sembra stia solo da una parte ed essere appannaggio esclusivo solo di una fetta del paese, mi è parso opportuno riproporre il pezzo.  Esso affida alla riflessione di chi legge alcune considerazioni sulle quali sarebbe opportuno tornare più spesso senza gridare al diavolo e fare del bel paese la sola area dell’Ue  ove si leggono dati e notizie destrutturanti e scoraggianti. Non è cosi.

Per un approfondimento storico dei fatti del precedente ventennio si legga il testo di Guido Crainz ” Il paese reale”  dall’assassinio di Moro ad oggi; il ventennio  un pò di semina ha fatto e che ha generato frutti diventati endemici la cui estirpazione non può riguardare solo il popolo della politica, da tempo sotto una scure che ne sta ridimensionando il potere ( ed anche i livelli economici divenuti quasi risibili nel confronto con quelli di altre categorie  ), ma il sistema morale dell’intera società da ricostruire con un concerto di azioni lente e silenziose , non gridate, ma incisive soprattutto quando siano destinate a  scardinare interi processi sistemici di relazioni consolidate, culla di parassitismo e rendite.

D’altronde non vi è chi non veda che le aree indenni dalle accuse sono ridotte al lumicino ; diventa pertanto sempre più difficile, soprattutto per la politica, riportare tutto il sistema e tutti nel serraglio della normalità.

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Nel paese dove è inutile essere onesti: nel pezzo sull’Espresso dell’11 giugno 2015 Saviano scrive, assumendo che la politica è incapace di fare pulizia, che si arriva alle liste compilate con criteri discutibili. Conclude l’articolo dicendo che Corrado Alvaro ebbe a scrivere che la disperazione più grande che può impadronirsi della società sta nel dubbio che vivere onestamente è inutile.

Mi chiedo se non sia anche compito dei giornalisti e degli opinionisti ( tra questi naturalmente dovrebbe rientrare anche Saviano ) fare delle analisi più puntuali, evitando di cavalcare il tema, ed indicando ai lettori le differenze sostanziali tra il pluralismo democratico di oggi rispetto alla diversa governance culturale di un periodo, retrodatabile sino al 70/75, nel quale l’assenza nella società di strumenti di informazione pervasivi di fatto relegava la conoscenza delle notizie a pochi addetti, quasi sempre di testate giornalistiche manipolatrici della pubblica opinione ; notizie recitate peraltro senza controllo alcuno.

 La televisione come mezzo di diffusione era nella funzione divulgatrice pressochè insufficiente e forse anche imbavagliata; la rete web inesistente, i giornali molto più asserviti e strutturalmente funzionali alla politica o al potere ovunque si annidasse.

Tante notizie di reità e di malaffare rimanevano nell’ombra; passavano sotto silenzio o arrivavano in maniera distorta.

E poi non c’era l’uso giornalistico indiscriminato ed illegittimo, di oggi, delle notizie di reato frutto del passaggio del processo da inquisitorio ad accusatorio, passaggio che avrebbe dovuto tutelare il presunto reo e che invece lo ha messo immediatamente alla berlina mediatica con l’impiego distorto delle notizie da intercettazione che finiscono in prima pagina che però assiemano ed accomunano nelle vicende cittadini che solo a distanza di anni riusciranno ,poi, a dimostrare di essere fuori della mischia. I casi sono numerosissimi e si contano ormai a centinaio e verrebbe la voglia di citarne alcuni come momenti esemplari se non si corresse il rischio di andare fuori dal tema principale che è più limitato ma essenziale.

Si può, quindi, con sicura convinzione dire che gli onesti sono solo una minoranza nel paese e che tutto nella politica si riduce alla “sola politica del malaffare”?

E che tutta la politica viene portata avanti da persone deviate che per quanto significative nel numero non rappresentano giammai tutto il ceto categoriale nel quale, invece, operano persone impegnate, serie e determinate nella cura del bene collettivo?

Ad avviso di chi scrive è da rifiutare l’assioma della società dei disonesti di Alvaro, come della politica fatta solo da disonesti, non fosse altro per il fatto che la stragrande maggioranza del paese, composta da cittadini comuni e da politici comuni, può vivere solo di modesti e umili passi, di contributi incapaci di incidere ed anche incapaci di iniziative portatrici di disvalore.

C’è infatti una maggioranza silenziosa che opera e lavora, distribuita ed articolata cui forse si può e si deve addebitare una sola colpa e responsabilità: quella di essersi messa troppo in disparte, di non partecipare, di delegare tutto ai pochi che la guidano.

Si è finanche assunta gran parte di essa l’ulteriore ruolo dell’astensionismo inquadrabile nella categoria di coloro che non hanno tra le loro priorità il bene della società e dello stato e che si lavano le mani alla “Ponzio Pilato”.

C’era anche prima ma ora è cresciuta.

Pericle nel suo discorso sulla democrazia agli ateniesi (qualche annetto fa, circa 400 A.C.), e ce lo ha ricordato recentemente De Masi nel suo Omnia Mundi , ha detto dei cittadini che si disinteressano della politica che non sono persone pacifiche ma inutili per la società alla quale pure si aggrappano, disinteressandosene.

E’ onesto assentarsi e non sentire il dovere di indicare le proprie idee in politica ma partecipare solo indirettamente a tutte le conseguenze, nel bene e nel male, delle scelte operate dagli altri?

O è solo un modo ignavo per dire io non c’entro, mi tengo lontano, anche se poi le conseguenze delle decisioni altrui, come del voto, ricadono su tutti ed anche su chi si è messo sulla sponda del fiume.

 Si partecipa delle cose buone e per quelle non buone si dice: io non c’entro.

Il non voto non è una scelta della ragione ma di pancia; pesa sulle sorti della società, disorienta tutti e favorisce le formazioni del populismo, del qualunquismo e della rabbia. I cittadini silenziosi sono dei perfetti sudditi per un governo autoritario ma un disastro per una democrazia. (Robert Alan Dabl ).

Torniamo alla onestà di cui innanzi si è detto.

C’è in questo costante ritornello sull’onestà, anche di tanti politici , giornali , giornalisti e di tanti cittadini “moralisti” la predica dal pulpito ( è difficile vederli attivi nel ruolo di reali moralizzatori che è ben altro ); c’è una riscoperta dell’onestà in politica dimentichi di cosa sono stati e di  cosa hanno fatto ieri , dimentichi di tante incoerenze che sono sotto gli occhi di tutti, talvolta anche quando appare abbiano operato in tutt’altro senso, ( la lista è lunga e ci porterebbe lontano); c’è in questo refrain di  bandiera l’idea che ora essa, l’onestà, stia da una sola parte.

Mi verrebbe la voglia di fare delle citazioni specifiche sui singoli personaggi, oggetto di tanta pubblicistica dimenticata ed ignorata.  P revale in chi scrive il senso dell’equilibrio e non invece quello del fustigatore che non aiuterebbe.

C’è una sorta di narcisismo di opinione che tende a voler far coincidere chi scrive e chi ne parla (ormai ne parlano tanti anche a sproposito) con i moralizzatori (cioè con coloro che operano per moralizzare) ma sono solo potenziali moralisti; si sentono essi, sol perché ne parlano e ne scrivono i soli protagonisti del bene, ma sono solo moralisti d’occasione “con la parola e le opinioni “.

Alcune categorie, poi, sembrano santuari dell’onestà,  nata solo oggi pur essendo convissute con la storia degli ultimi vent’anni del nostro paese al cui precipitato hanno concorso tutti, nessuno escluso.

Una mano a questa scorribanda di idee la dà, poi, l’uso della rete per la quale, non a torto, un certo signor ECO ( che ci ha lasciato nel mezzo del cammino educativo ) tempo fa ebbe a dire ed a scrivere che essa ha dato spazio anche a chi nelle discussioni del bar, solo qualche anno fa, sarebbe stato messo da parte per la sua insulsaggine e superficialità.

Nessuno di quelli che parlano e scrivono di queste cose può essere misurato in concreto con cosa fa ed ha fatto e con i risultati della sua esistenza professionale e civile, sul campo ed in politica, e può essere valutato per i suoi comportamenti non solo di oggi ma anche di ieri; conta solo per quello che scrive e dice avendone modo ed occasione o pulpito in qualche talk show, espressione di lacrimatoi dove quelli che lacrimano hanno sempre ragione perché gli altri lavorano nella società solo per danneggiarli.

Evviva la democrazia e l’arte dell’apparire.

Chi invece legge, ascolta attraverso la lettura si purifica alla fonte dell’onestà raccontata pentendosi di non appartenere all’élite dell’ “oneste vivere” che purtroppo è cosa ben diversa da quella recitata e che invece si traduce in atti silenziosi di operosità quotidiana improntata alla correttezza del modus vivendi sempre ed in ogni occasione.

Mi pare possa essere questa una chiave di lettura più corretta, “oserei dire più onesta”.

Tutto ciò detto, naturalmente, vale non solo per i cittadini comuni ma anche e soprattutto per la politica, per tutti coloro che la praticano, per tutte le formazioni di destra e di sinistra ed anche per le formazioni populiste e di rabbia; per esse si potrebbe dire anche che per la giovinezza politica, per essere stati sempre ai margini talvolta anche sociali e fuori dal sistema, non hanno vissuto le condizioni e l’humus per diventare politicamente disonesti : non sono stati cioè ancora messi alla prova e non sono per definizione inattaccabili.

Guardare all’anagrafe, alla provenienza sociologica e professionale di tanti nuovi protagonisti della politica è certamente una apparente garanzia di purezza generazionale, ma non la garanzia che nel tempo le condizioni di contesto la manterranno intatta.

Va infine detto che la disonestà non è solo quella si materializza in comportamenti truffaldini, di rapina delle risorse dello stato e o della pubblica amministrazione, in comportamenti sleali e oggetto di disvalore giudiziario e penale. Non è qui il caso di elencare i diversi modi di articolazione della disonestà: sarebbe troppo facile una esemplificazione guardando alla nostra società.

Ma c’è poi una disonestà più profonda, pericolosa, perché ideologica che è quella che snatura il mandato politico (dell’ars politica) giacche far politica, come diceva Aristotele nella ponderosa opera dell’etica Nicomachea, significa occuparsi prioritariamente della cosa pubblica nel solo ed esclusivo interesse della collettività tutta, per il bene della gens patria.

Significa avere un disegno politico di cura delle cosa pubblica, del bene pubblico che è di tutti; un disegno praticabile, che non sta solo nella morsa del moralismo ad ogni costo, per ogni situazione, presentando come società migliore solo quella che rende giustizia in nome del giustizialismo, senza indicare poi soluzioni che valgono per tutti e per la società intera.

Ci sono diversi modi di essere onesti e disonesti e ci sono molti modi per essere di aiuto vero per la collettività: uno di questo sta anche nel dire la verità, nel comunicare con onestà, con lo scopo di rendere tutti  più consapevoli e capaci di assumere decisioni; decisioni non giuste in assoluto, perché non esistono decisioni giuste e non lo sarebbero mai per tutti, ma decisioni opportune e funzionali al momento, al contesto economico , politico e sociale del quadro nazionale ed internazionale che è un portato di anni di storia a cui hanno concorso tutti: la politica, i cittadini, la gens, la cultura, le relazioni internazionali, gli eventi della storia , insomma tutto e tutti.

Nessuno può ritirarsi dicendo io non c’ero. Purtroppo ci siamo stati tutti e ciascuno ha dato nel bene e nel male il suo apporto destruens e construens. E lo si dovrebbe misurare solo con i fatti e con i risultati.

E’ da qui che occorre ripartire non fuorviando il popolo non sempre attrezzato per comprendere tutto, più sensibile alle sollecitazioni che parlano alla pancia; è da qui che occorre responsabilmente iniziare per fare politica seria senza proporre il miraggio di soluzioni miracolistiche ed immediate e con la lusinga di difese ad oltranza di posizioni del tutto insostenibili.

Lo stato attuale delle cose è il portato di anni di inazioni e di cattive azioni in politica e nella società che ha smarrito valori e la bussola.

Quindi, per riprender lo spunto offerto dal giornale, scritto in un momento in cui si discuteva delle liste e dei politici incriminati,  si deve sostenere, contraddicendo ALVARO, che vivere “oneste” non è solo un dovere, non è solo un imperativo morale , è la condizione minima con la quale occorre incidere anche là dove quegli stessi principi di onestà non sono pane quotidiano, ricorrendo però molto meno alle parole e sostenendo con azioni concrete la società nelle difficoltà, soprattutto quando occorre, evitando esacerbazioni e indicando passi morali seri e concreti, fatti di azioni praticabili e realizzabili nell’interesse della intera comunità e senza steccati ideologici.

 Sarebbe questo un vero segnale di solidarietà nazionale non indebolito peraltro dalla difesa tout court, e ad ogni costo, dello stato individuale che si porta ed a cui si appartiene che tende a mettere al centro solo le proprie opinioni escludendo la società intera molto più complessa ed articolata.

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Mezzogiorno e linea politica

Scritto nel mese di ottobre del 2015, in occasione delle chiacchiere e del dibattito sulla volontà reale del Pd di voler dedicare al sud un impegno quanto meno possibile in relazione a tutti i vincoli di bilancio ed al supporto della politica, non osteggiata dalle forze nordiste. Pubblicato in un primo momento sul Blog era stato eliminato perché apparso ridondante rispetto alla quantità di note pubblicate sul tema sulla stampa quotidiana ed in rete.

Alla luce del nuovo pezzo di Viesti apparso sul Mattino se ne ripresenta il testo giacchè centrato  sulla leva della reindustrializzazione, unica sulla quale si può coltivare una rinascita del territorio cui andrebbero anche restituite le aziende finite male con la scomparsa del Banco di Napoli. Di esse si dice nel testo

 

http://profgviesti.it/wp-content/uploads/2013/04/20160121ilva.pdf

 

 

Mezzogiorno e linea politica

 

Il problema del Mezzogiorno è molto complesso ed articolato. Non è vano ricordare che alla criticità attuali hanno concorso fattori endogeni ed esogeni dell’intero territorio, locali ma anche nazionali e, nel tempo, cause di origine antica ed anche recente.

Riprendo una di queste legata alle vicende bancarie del periodo dal 90 in avanti.

Chi scrive è stato dirigente del Banco di Napoli e di quella storia, nel momento in cui si consumò la fase stragista, è stato testimone attento, consapevole e documentato.

Di strage si trattò, giacché fu tutto il sistema bancario e finanziario meridionale a soccombere. [1]

Una strage di tante banche che sino a quel momento avevano operato, forse anche male, ma certamente sotto la vigilanza della Banca d’Italia che, probabilmente, si accorgeva delle tante criticità, senza, però, assumere tempestivamente provvedimenti predittivi , intervenendo di volta per volta con soluzioni rituali nella speranza che il sistema economico dopo il disastro politico della tangentopoli del 1992 potesse riprendersi e con esso anche quella parte del sistema finanziario caratterizzato da criticità antiche.

 

Tra l’altro quelle carenze erano state oggetto di analisi approfondite con particolare riguardo per il credito in testi di studiosi pubblicati persino sul sito della Banca di Vigilanza; riguardavano le ragioni per le quali il credito appariva rischioso in conseguenza delle opacità del sistema economico del sud sfavorito da pesanti da fattori di diseconomia oltre che dalla presenza della criminalità economica che ne inquinava il contesto.

 

Il risanamento peraltro non avvenne né potè accadere per la tensione dei mercati finanziari e dei cambi che divenuta più acuta  nella fase di avvicinamento all’Europa ed alla moneta unica e dopo il rischio del default scongiurato con l’assunzione di provvedimenti di politica monetaria; provvedimenti unici per il nostro paese che aveva conosciuto fasi di economia drogata nel precedente decennio alimentata prevalentemente dalla gestione del tasso di cambio.

 

Di tanto in tanto quelle scelte di politica economica avevano contribuito temporaneamente a risollevare l’economia con il contributo delle esportazioni favorite dall’indebolimento della lira e dal rafforzamento delle altre monete; giammai però i governi, troppo sensibili alle politiche del welfare, si erano preoccupati di incidere sugli assetti strutturali del paese rimasti deboli e mai fatti oggetto di interventi seri sia in chiave istituzionale che di assetto organizzativo della società. .

 

Il Partito comunista, in quel periodo unica forza di opposizione ancora vitale, appena salvatosi dal disastro di tangentopoli, ed alcuni dei suoi più autorevoli rappresentanti presi nella morsa del conflitto destra/sinistra DC/PC e PSI, non osarono frapporre alcuna resistenza di fronte al disegno che riguardò in particolare il Banco di Napoli che ne determinò   la scomparsa “meridionalista”. DC e PSI erano stati smantellati dalle inchieste ed avevano ceduto le armi ad altre forze incombenti.

 

Anche per questi eventi della storia recente il Mezzogiorno può e deve spendere verso l’ intera società crediti mai soddisfatti, giacchè come ha scritto Gianfranco Viesti, nel suo libro “mezzogiorno e tradimento; il Nord ed il sud e la politica che non c’è”, questa parte del paese non solo è stata dimenticata ma con i  sacrifici impostigli ha contribuito ad arricchire l’altra, cedendole risorse e tutti i suoi centri decisionali in ogni settore che conta: finanza, credito, politica, imprese, giornali etc etc.

 

Il Banco di Napoli, oggi, benché sembri vivo con il suo marchio ed il suo peso , prima all’interno del  San Paolo e poi nel gruppo Intesa, con la sua rete territoriale e con la sua capillare presenza serve più  a drenare risorse finanziarie dal Sud alle economie più solide del Nord che non ad esprimere una politica del credito effettiva ed adeguata, guidata da una strategia, quella che per dirla con i profeti della scienza bancaria del tempo, i Filosto, i D’angelo, Mazzantini, si esprime proprio con la presenza di un sistema bancario efficace posto a capo di tutto il  resto del sistema di imprese nel mercato servito.

 

Il Banco di Napoli di oggi, ma ciò vale anche per le altre banche del sud passate di mano, manca dell’anima che fu propria dei banchieri che delle loro terre conoscevano ogni anfratto e che sapevano sussidiare il pur sempre debole sistema delle imprese anche nelle più avverse situazioni congiunturali.  

 

Quei banchieri ne accettavano il rischio ma riuscivano a dare sostegno anche nelle fasi buie.

Da quella data, 1996, segnata poi dalla presenza di una politica a fasi alterne, condivisa tra anni di destra e di sinistra, di fatto non c’è stata più attenzione per il Sud e non c’è più stato un disegno strategico forte. Vari tentativi di chiaro intento politico, miranti strumentalmente alla sola cattura del consenso, hanno miseramente fallito.  Il sud in altri termini non ha più le sue vecchie banche.

 

La pubblicistica al riguardo è copiosa ed è suffragata dalla rassegna annuale della Svimez che da sempre declina i dati della disattenzione complessiva con una quantità di numeri in serie storica che fa la tac ad ogni momento sociale ed economico a conferma del declino graduale.

 

Un progetto di recupero non può fondarsi solo su apporti economici e finanziari; va costruito su una condivisione generale fatta anche di solidarietà politica che deve esprimersi avendo al centro dell’attenzione tutti i focal point che caratterizzano questo territorio: criminalità, strutture organizzative, infrastrutture, università, moralità della politica, classe politica etc etc.

 

E’ emerso recentemente che taluni mali sono condivisi; per anni, però, hanno riguardato prevalentemente il Sud incidendo in profondità sui suoi assetti socio economici, d’impresa e sui suoi assetti sociali.

 

Gli ingredienti del paniere sono tanti; toccano l’insufficienza e l’inadeguatezza di una vision sull’insieme, di una cultura della ricostruzione morale, politica, organizzativa.

L’humus necessario per intervenire può appartenere solo alla politica generale con la P maiuscola che deve mettere, in maniera forte ed anche emotiva, la spinta per ridare al Sud ed al suo problema il valore necessario per trainare le economie dei territori e quello dell’intero paese. Non sono sufficienti gli empiti localistici delle singole regioni autonomamente considerate.

 

Le ragioni del Mezzogiorno sono state, nei venti anni e passa, percepite come una esigenza nazionale di serie B (cioè di secondo grado) nel contesto delle problematiche complessive ed internazionali.

Il professore Viesti a pagina 9 del testo citato scrive: “risolvere i problemi del mezzogiorno e risolvere i problemi dell’Italia richiede la stessa strategia. Ma di questo ormai pochi ne sono convinti”.

 

E’ sembrato ora, dopo la pubblicazione dei dati della Svimez del 2015 tra l’altro noti da sempre, che questo governo, quello attuale a guida renziana, anche sulla base degli impegni assunti e delle dichiarazioni espresse in una sessione di segreteria nazionale ne abbia preso contezza e che si appresti ad avviare con impegno e determinazione ciò che occorre per questa parte del Paese che ha tanti deficit , molti soprattutto di natura infrastrutturale.

Se ne è avuta idea con la pubblicazione del Master Plan che costituisce, al di là del pur sottili critiche di economisti adusi a spaccare il capello, un impegno morale ed una sorta di promessa vincolante per gli anni futuri circa la destinazione delle risorse dei fondi UE, sempre oggetto di contesa tra Nord e Sud, che richiedono anche la destinazione vincolata dei fondi del bilancio statale a titolo di cofinanziamento.

 

Per capire quanto questo confronto sia ancora attuale basta andare alle dichiarazioni recenti della Lega, da sempre ostile al SUD  “ladrone”: “le tasse del Nord al Nord e quelle del Sud al Sud”, come dire che questa categoria di italiani dimentica proprio i sacrifici fatti sopportare, e non da ora, al Sud per arricchire il Nord.

 

Nell’agenda dei pentastellati il tema è poi assente perché i programmi non aspirano alla realizzazione di uno sforzo politico costruito su una strategia economica complessiva con una vista di insieme sui tanti versanti della politica.

 

Quindi per aiutare il Sud  non si è sufficiente invocare solo risorse economiche e finanziarie.

 

Non si tratta di spingere, come detto innanzi, solo con la leva della finanza e delle risorse Ue ma occorre costruire un progetto globale che pur contando sulla valenza di  tante iniziative di successo, che ci sono, sia capace, di far fare al Sud un salto epocale non solo con la messa in cantiere di una massa critica di progetti infrastrutturali necessari e non rinviabili, ma soprattutto con la ricostruzione di un “sistema territoriale” portatore di valori generatori di emozioni e di slancio ricostruttivo.

 

Il Sud ha perso quasi tutte le grandi aziende, ha i Comuni più disastrati d’Italia ( Potenza, Taranto, Napoli etc  etc ), i progetti industriali più complessi (vedi ILVA), ha  Regioni dove sembra che tutto sia in perenne involuzione, ( non c’è pace in nessuna di queste Puglia, Campania, Calabria, Sicilia ) ha conflitti istituzionali permanenti  figli del sentimento di avversione al centralismo (  vedi Bagnoli, trivelle, ambiente ), ha i redditi pro capite più  bassi, insomma ha micce accese che vanno spente con una continuità di azione che una  flebile azione politica non può più né contenere nè più permettersi.

 

Non bastano iniziative pur apprezzabili ma isolate che non proseguono se non si avverte la sensazione della volontà e della presenza della politica che del Sud deve farsi carico; venti e più anni di latitanza non possono essere recuperati in poco tempo.

 

La gente comune del Sud avverte un profondo disagio; osserva che il Pil non si raddrizza solo con il turismo ( che non c’è)  e l’agricoltura ( che ha valori modesti ) o solo con i beni culturali da ricostruire , leve pur importanti, ma fattori  che, messi tutt’insieme, non fanno fare il salto sul quale tanta disoccupazione, anche giovanile, conta.

Basta leggere i dati delle pubblicazioni sulle economie regionali per rendersi conto delle le criticità e capire il basso potenziale per la crescita che derivano dai settori tradizionali su cui una parte della politica locale vorrebbe costruire il rilancio; si trascura e si mette in secondo piano l’idea di strategia industriale leva essenziale per la rinascita e la ripresa.

Gli economisti, anche quelli del Sud, fatta eccezione per alcuni della Università di Bari che si spendono spesso con interventi mirati ad educare, farebbero bene di tanto in tanto a rassegnare il contributo dei settori che esprimono il vero valore aggiunto alla produzione ed al Pil , a spiegarlo agli italiani ed ai sudisti e che vagheggiano una società orientata solo alla industria delle vacanze, del sole ed alle risorse della agricoltura, importanti ma non bastevoli per un rilancio del territorio.

 

Si può ben vivere di aria fresca, pulita di sole e mare ma non basta.

 

L’utopia della decrescita felice non porta pane e companatico ma solo speranze illusorie.

 

Occorre perciò provare a rigenerare un vero sistema di imprese, un tessuto industriale e produzioni spendibili e soprattutto puntare a vivificare e rilanciare tutte quelle aziende che costituivano punti di forza dell’immediato passato , su cui occorre lavorare per rigenerare capacità competitiva in settori ad alto valore aggiunto per il Sud costituenti aree primarie di mercato.

 

Occorre ricreare contesti di manifatture che possono, attraverso l’integrazione con le vie d’acqua dei porti, generare quella ricchezza primaria sulla quale, grazie a Dio, il paese conta perché da essa ritrae le risorse che costituiscono la vera materia prima ed il valore aggiunto che è il fondamento della economia e degli scambi.

 

E questa insufficienza ed inadeguatezza di sistema si legge purtroppo anche attraverso il doloroso confronto dei Pil del sud con quello di altre aree del nostro paese e dei redditi medi procapite di livello quasi da terzo mondo.

Tutto ciò induce a ricordare ciò che conseguì alla sola storia del Banco di Napoli  di cui si hanno i  dati sottomano : circa 35 mila furono le aziende assistite dal Banco di Napoli che, con un colpo di spugna, nel 1996 furono cancellate con il passaggio nella società di gestione degli attivi (SGA) affidata ai Nordisti ( si perché venne costituita a trazione Nordista in ogni senso ). Altrettanto nel numero furono quelle delle altre banche che seguirono la stessa sorte.

La Sga, Società Gestione degli attivi, la seconda dopo la storia del Banco Ambrisiano, ha bene espletato  la mission di recupero dei  crediti incagliati e anomali sino a chiudere la sua attività qualche anno fa con la generazione di risultati eccellenti che  hanno segnato anche la sua ricollocazione sul mercato come azienda ausiliaria del credito.

Ma quella azienda non ha avuto, però, del pari anche la mission di assistenza nella fase critica tipica della banca che riesce anche a generare legami ed interrelazioni tra settori in fase di congiuntura negativa con settori in fase dinamica ed a mediare gli effetti virtuosi di possibili combinazioni che non sono mai a somma zero.

Ha fatto del recupero il solo obiettivo; lo ha svolto bene in chiave cautelare e giuridica ed ha di massimizzato i rientri.

Ma ha segnato di fatto la cancellazione di un sistema di imprese che costituivano il tessuto delle piccole e medie imprese che si alimentavano del credito del sistema del Banco di Napoli sino a quel momento attivo e delle note agevolazioni della Casmez e delle leggi speciali ad essa successive.

Va anche ricordato, in questa sede, per completare il dato storico, che la politica Nordista e Leghista non solo chiuse i rubinetti alle operazioni che stavano per perfezionarsi, decretando la fine della leva finanziaria di sostegno agevolato, ma ebbe a depennare anche i 75 mila miliardi di lire di contributi previsti dalla leggi speciali ancora da spendere, già appostati bilancio, recisi dall’avvento a cultura nordista intervenuta dopo la stagione dei processi del 92  per punire il sud reo di sprechi e di tante altre supposte nefandezze.

Quei contributi attesi, mai più dati, segarono le gambe alle aziende ed al Banco ed a tutta la occupazione fatta di almeno 200 mila addetti.

 

Su tanto vale la pena, ora che il tema del Mezzogiorno è divenuto di maggiore attualità,  di recuperare la memoria e il filo della storia perché altro è lamentarsi altro è parlare con i dati ed altro è necessario ricordare alla politica giacchè le risorse aggiuntive che andavano orientate al Sud, tra cui quella del 45% della spesa in conto capitale che i Governi di centro sinistra e di centro destra si erano dati come obiettivo, non sono mai state finalizzate secondo i termini degli impegni assunti ma con un delta negativo di almeno il 20%.

 

Forse è anche da queste premesse e da questi crediti “morali “ che  occorre ripartire per ricordare a tutti che il risultato di oggi è la conseguenza di un ventennio e passa di disattenzione. Su di essa il libro di Viesti, che si segnala alla lettura per un necessario approfondimento , si è dettagliatamente speso.

 

La ristrutturazione del sistema bancario meridionale del 1996 in avanti è stata una vicenda unica; non ha mai toccato altre aree della nostra Italia che alla distanza hanno pure messo in bella mostra criticità delle loro banche alle quali, però, si è rimediato con soluzioni che non hanno avuto come conseguenza la distruzione di una parte del ceto imprenditoriale e la perdita dei centri decisionali di autonomia finanziaria.

 

Gaetano Salvemini ebbe ad indicare la questione meridionale come tema determinante per l’Italia anche a cagione del fatto, come egli ricorda , che “ mentre in Europa tutto è mutato , nell’Italia Meridionale le cose son rimaste sempre allo stesso punto; e attraverso a mille tempeste la classe feudale è riuscita a tenersi a galla”. Egli si riferiva naturalmente alla classe dirigente del sud

Non è un caso che recenti ricerche e studi abbiano messo in luce come i due elementi, classe dirigente, sistema bancario, in uno con una criminalità diffusa, continuino a gettare ombre e non aiutino a recuperare soprattutto in economia il tempo perduto.

E per queste ragioni solo una politica con la P maiuscola, oltre al puntuale rispetto delle tappe del Masterplan, che va assunto come dichiarazione di intenti e la prospettazione di obiettivi dell’attuale forza di maggioranza, può dare l’aiuto giusto.

Ma non sembra, purtroppo, che l’abbiano ben capito i tanti capipopolo che tutti i giorni sui media prendono le distanze dal tema più generale per inseguire l’orticello del ruolo che si sono dati, dimentichi che ad una posizione di battaglia politica individuale non corrisponde il bene del territorio nel suo insieme neppure dinanzi a questioni che, pur condivisibili sul piano dei principi, non fanno altro che scavare fratture che non aiutano. Dimostrano essi nei fatti di non aver appreso nulla dalle lezioni del passato.

 

 

Federico d’aniello

Inviata da Windows Mail

 

 [1] Dibattito parlamentare al Senato “D’altro canto, la crisi del Banco di Napoli si inserisce nella piú vasta situazione di difficoltà e di dissesto dell’intero sistema creditizio meridionale, a cominciare dal Banco di Sicilia per finire alla Fime leasing ed all’Isveimer, passando per Cassa di risparmio di Calabria, Caripuglia e Cassa di risparmio Vittorio Emanuele. É, come noto, quasi tutto il mondo del credito del Sud che sta boccheggiando, che sta affondando.”

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Bilancia dei pagamenti ad Aprile 2014

Bollettino Banca d’Italia n 34. Periodo sotto osservazione Aprile 2013/ aprile 2014.

Segnalare con una certa sistematicità alcuni dei dati della economia nazionale ed internazionale può essere utile per capire meglio le cose di casa nostra.

I punti di forza del nostro paese, nonostante tutto, sono costituiti dai dati del settore manufatturiero, settore che continua a produrre buoni risultati a dispetto di una dinamica del prezzi non del tutto favorevole e del valore dell’Euro. E’ un grosso aiuto alla nostra fragile economia.

Lavorare sui punti di forza dovrebbe rappresentare una della indicazioni pivot delle strategie economiche e aziendali. La politica deve tenerne conto.

Di converso vengono all’attenzione, come si leggerà in seguito, anche i punti di debolezza per i quali non si sta facendo molto se non ripeterli e citarli.

Dati rassegnati sul volume numero 34 di giugno 2014.

Il risultato dei dodici mesi ad aprile 2014 della bilancia dei pagamenti segna un saldo di +22,8 miliardi (  contro un +0,3 dell’aprile 2013 ), dato che nasce da un + 42,6 miliardi di surplus delle merci rispetto ad un – 22,4 miliardi per “redditi e trasferimenti” in uscita.

In altre parole mentre la bilancia commerciale ci dà un interessante risultato di 43,6 miliardi , ascrivibile quasi tutto manufatturiero ( bassa è l’incidenza dei servizi, pure in avanzo) i residenti, al contrario, continuano a trasferire all’esterno risorse finanziarie in termini di redditi ed altro, per 22,4 ( di cui 8,4 per redditi e 14,08 per trasferimenti ).

Il conto commerciale dà il segno della vitalità del nostro sistema, nonostante tutte le criticità note ; il dato di natura finanziaria attinente il conto degli “investimenti diretti e degli investimenti di portafoglio” si presenta di contro con un deludente segno meno per un valore di -32,9 miliardi. Anche le riserve ufficiali si abbassano. Erano 147 miliardi nel III trimestre 2012; sono ora di 105,5.

Le transazioni che riguardano titoli azionari ed obbligazionari, quote di partecipazione, vedono acquisti dei nostri residenti all’estero per 13,2 miliardi ed acquisti dei non residenti sul sito patrio per 57 miliardi , con un saldo positivo di circa 42,7 miliardi in entrata ( dato molto interessante, perchè segna l’apprezzamento degli altri mercati verso i titoli rappresentativi di quote delle nostre aziende, che si esprime sia con acquisti di azioni che di obbligazioni e di titoli in genere  ); il dato in termini finanziari viene annullato dal corrispondente dato negativo in uscita di 77,9 miliardi costituito dall’accensione di crediti commerciali, prestiti, depositi ed altre transazioniSu quest’ultimo continua a pesare la restrizione del credito da parte delle banche italiane.

 

Gli indicatori di competitività basati sul prezzo dei manufatti, con base 100 al 1999, dicono che nel periodo in Italia i prezzi sono cresciuti dell’1,4 (ora 103,4), che si mantengono stabili in molti paesi ( Germania 94,5 ) ( Francia 96,7), che sono diminuiti del 20% in Giappone ( arrivato ad un indice del 69,9) con un avanzo di 44 miliardi di $ nella bilancia commerciale negli ultimi 12 mesi, che sono leggermente aumentati nel Regno Unito di 6,4 ( ora a 83,8 ).

 

LA POSIZIONE PATRIMONIALE ed il RAPPORTO CON IL DEBITO PUBBLICO

Il dato costituito dalla differenza tra le attività e le passività nostre verso il resto del mondo da un lato può consolarci, giacchè vede crescere gli strumenti del debito pubblico nelle mani dei non residenti, passati dai 663 miliardi del terzo semestre 2012 ai 730,6 del IV trimestre 2013 ( segno di una confermata fiducia verso il sistema Italia che non esclude la liquidabilità al primo stormir di fronda e senza preavviso ), dall’altro lato deve preoccuparci .

Infatti al dato complessivo patrimoniale di 2.364 miliardi di Euri di passività corrisponde un dato complessivo dell’attivo di soli 1.905 miliardi ed una conseguente posizione netta debitoria di – 465 miliardi, cresciuta di ben 69 miliardi  dagli ex 396 a terzo trimestre 2012 .

In altri termini se in linea teorica si dovesse realizzare la liquidazione dell’azienda Italia tra attivo e passivo faremmo registrare un deficit di 450 miliardi.

CONCLUSIONI

Questi ultimi dati dovrebbero indurre a rigorose riflessioni sulla gracilità del nostro sistema; esso è  esposto , sotto gli occhi di tutti ( tutto il mondo lo sa e tutti i mercati non lo ignorano ) , alla turbolenze finanziarie ed economiche ed agli orientamenti degli investitori che, come detto sopra, detengono ben 730 miliardi di quei titoli del macigno che opprime la nostra economia e la nostra collettività frutto della spensierata gestione della nostra cosa pubblica di un ventennio.

Il collante che ci sostiene è dato solo dalla fiducia e dal valore che riusciamo a creare come paese giorno per giorno in attesa di soluzioni serie che tardano ad arrivare.

Il vero problema è il debito.

Bollettino n°34

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Outlook Italia nelle previsioni dell’OCSE

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Questo il grafico nell’Outlook Italia che tenteremo di commentare insieme ad altri per meglio rappresentare la situazione del nostro paese. L’Italia è il paese all’estrema sinistra rappresentata con un valore leggermente negativo o pari a zero nella media degli ultimi 10 anni.

l’OCSE ha  presentato il nuovo rapporto suggerito dall’emergere di errori previsionali nei quali è incorsa . Si segnala  il link dell’OCSE attraverso il quale si può accedere alla documentazione economica e tecnica per la lettura delle previsioni economiche. Il testo che segue tradotto da scrive è contenuto nella comunicazione Ocse con la quale è stato presentato il tema.

“La crisi economica ha offerto l’occasione per predisporre nuove metodologie per affrontare le previsioni. L’estrema volatilità registrata durante la crisi finanziaria globale ha complicato le previsioni economiche, inducendo ad  errori che sottolineano la necessità di migliori metodi e modelli e di nuovi approcci per metter in piedi e presentare le proiezioni : questo è quanto emerge dal rapporto dell’OCSE .

Le previsioni dell’OCSE durante e dopo la crisi finanziaria : un post- mortem dice che  le proiezioni economiche dell’Organizzazione hanno sotto valutato la profondità del crollo delle attività nel 2008 -09 e sovra- stimato il ritmo della ripresa negli ultimi anni. Il grado di errori di previsione osservato nel periodo 2007-12 è di dimensioni simili a quello visto intorno al primo shock petrolifero nel 1970

Il rapporto dell’OCSE analizza i fattori chiave che hanno prodotto gli errori di previsione traendo insegnamenti che possono essere utilizzati per migliorare le nuove previsioni e le analisi. “Abbiamo imparato molto dalla crisi ” ha detto il capo economista dell’OCSE Pier Carlo Padoan durante un evento di lancio  a Londra con la London School of Economics . “Abbiamo preso misure per migliorare i modelli di previsione a breve termine , per la costruzione di migliori indicatori delle condizioni finanziarie e per esplorare i rischi intorno le nostre previsioni  con un metodo più sistematico “, ha detto Padoan .L’analisi delle previsioni offre nuovi indizi su come la crisi economica globale ha influenzato i diversi paesi. Errori di previsione sono stati più grandi nelle economie più aperte  in termini di commercio e  finanza ed indicato che la globalizzazione ha aumentato l’esposizione a shock esterni e reso i paesi più connessi rispetto al passato Errori nelle proiezioni economiche sono stati  più grandi nei paesi con le norme del mercato del lavoro e del prodotto più rigorose nella fase pre-crisi , che hanno opposto  una resistenza più debole rispetto a quella delle economie più liberalizzate. I grandi e negativi degli errori sulla crescita, nei paesi con sistemi bancari deboli , confermano che ai fattori finanziari deve essere dato più peso nei modelli economici. ” L’approfondimento della crisi della zona euro del  debito sovrano ci ha colto di sorpresa, perché c’è stato un feedback più forte del previsto tra le banche e le debolezze del debito sovrano , e questo ha influenzato la sovrastima della crescita proiettata durante le prime fasi della ripresa. Forti accuse al  il consolidamento fiscale sono state mosse da alcuni  paesi per le conseguenze di una crescita più debole del previsto ; ma l’OCSE ritiene che questo possa valere solo in alcuni anni  e solo  sino a quando la Grecia sarà inclusa nell’analisi . ” L’OCSE non sottovaluta i moltiplicatori fiscali “, ha detto Padoan .”E ‘stata la supposizione ripetuta sul fatto che la crisi dell’euro si sarebbe diluita nel tempo  e che i differenziali di rendimento dei titoli sovrani si sarebbero ristretti la più importante fonte di errore . “La revisione delle previsioni è parte di un più ampio sforzo dell’OCSE per capire meglio la crisi globale e per usare le stesse come fonte per lo sviluppo di nuovi approcci alle sfide economiche”.

.http://www.oecd.org/eco/outlook/oecd-forecasts-during-and-after-the-financial-crisis-a-post-mortem.htm

Per maggiori informazioni , contattare l’ Ufficio stampa OCSE ( +33 1 4524 9700 )

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